Libroterapia, resilienza e auto-aiuto

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria ...

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria …

di Maria Grazia Letizia

Ci sono periodi nella vita di ognuno dove chiedere aiuto o poter chiedere aiuto non è cosa facile. Siamo troppo tristi, chiusi, avvolti nel nostro dolore e ci circondiamo di “ovatta” per la paura di ricevere altri scossoni. Forse abbiamo perso i contatti per noi familiari e ci riesce molto difficile fare il primo passo, figuriamoci rimettersi in gioco! E, ai nostri giorni, le difficoltà economiche, le limitate disponibilità finanziarie, purtroppo, non si possono più solo affrontare come resistenze ad intraprendere un percorso di crescita personale.

A volte pur avendo relazioni felici con familiari ed amici, possiamo avere un dilemma, un problema, una domanda che ci richiede di andare più a fondo dentro noi stessi. Questo ci fa sentire smarriti o anche la necessità di condividere un cammino con un compagno/a affidabile che, anziché saltare subito alle conclusioni, ci ascolta sospendendo ogni giudizio per cercare insieme a noi il significato ed il senso di ciò che stiamo vivendo. Il significato specifico, unico e personale che ha per noi una certa esperienza ed il senso come direzione in cui ora c’immette la nostra vita. E per una ricerca di questo tipo ci serve una guida non coinvolta nella nostra vita quotidiana bensì che si coinvolga con il nostro racconto sulla vita che vorremmo, su quella che ci manca e che non sappiamo ancora come ed in che direzione andrà!

Insomma, tutto questo non si pensa quasi mai di poterlo ricevere da uno psicologo né tanto meno da uno psicoterapeuta e (men che meno) da uno psicoanalista. Infatti, questi professionisti sono per lo più vissuti già a livello mentale con immagini pregiudiziali tipo  “strizzacervelli” e nonostante l’esistenza di professionisti validi, ricorrere ad uno di questi terapeuti  ancora oggi è visto con il fumo negli occhi.

Ma non per questo dobbiamo trascurare le risorse di auto-aiuto di cui ognuno di noi dispone per attivare la resilienza.

La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.

Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

Un contributo all’auto aiuto viene dalla libroterapia o biblioterapia. Si tratta dell’uso dei libri, della lettura, per ritrovare il benessere psicologico.

I libri possono, a livello individuale, curare l’anima, rasserenare lo spirito dalle inquietudini, dare risposte agli interrogativi della vita. La libroterapia si presta ad essere abbinata alla terapia del profondo per la sua capacità di far emergere riflessioni, amplificazioni, nuovi punti di vista generativi per la persona.
La libroterapia si adatta anche alla terapia di gruppo, in cui più persone, guidate dal terapeuta, si confrontano sui temi rilevati dalla lettura dei testi.

L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90.La Libroterapia, in realtà è recente solo per il nome, ma la sua storia è molto lunga.Dal 1900 la Libroterapia è stata impiegata a più livelli in quasi tutte le professioni di aiuto, in ogni fascia di età e in popolazioni diverse. La letteratura mostra che la si utilizza nelle scuole (Gladding & Gladding, 1991; Kramer e Smith, 1998), in ambito di assistenza sociale (Pardeck & Pardeck, 1998a), nella salute mentale  e in psicologia (Farkas & Yorker, 1993), nelle carceri e nelle biblioteche (Bernstein & Rudman, 1989).Le problematiche cui la Libroterapia è stata maggiormente associata sono l’aggressività (Shechtman, 1999, 2000), le questioni legate ad adozione/affidamento (Pardeck, 1993; Sharkey, 1998), la consapevolezza della diversità (Pardeck & Pardeck, 1998a; Tway, 1989), la morte e il lutto (Meyer, 1994; Todahl, Smith, Barnes, e Pereira, 1998), la dipendenza dalle sostanze chimiche (Pardeck, 1991), il divorzio (Kramer e Smith, 1998; Meyer, 1991), il disturbo ossessivo-compulsivo (Fritzler, Hecker, e Losee, 1997), la risoluzione dei conflitti (Hodges, 1995), gli abusi sui minori (Jasmine-DeVias, 1995; Pardeck, 1990), gli incubi (Barclay & Whittington, 1992), l’identità etnica (Holman, 1996), la depressione (Ackerson, Scogin, McKendree-Smith, e Lyman, 1998), la separazione e la perdita (Bernstein & Rudman, 1989), la violenza in famiglia (Butterworth & Fulmer, 1991), le questioni legate ai senza fissa dimora (Farkas & Yorker, 1993), i comportamenti autodistruttivi (Evans et al., 1999).

Tra i benefici riportati nei vari studi si annoverano l’aumentata auto-consapevolezza (DeFrances, 1982, citato in Afolayan, 1992, p.146), il chiarimento dei valori emergenti e lo sviluppo della propria identità culturale (Holman, 1996; Tway, 1989).

I partecipanti a gruppi di Libroterapia possono anche ottenere una maggiore comprensione empatica degli altri (Adler & Foster, 1997; Pardeck & Pardeck, 1998a) e un apprezzamento maggiore di culture diverse, punti di vista ed esperienze vissute (Bernstein & Rudman, 1989), la riduzione di emozioni negative, stress, ansia e solitudine.

Il libro diventa “un altro luogo” che può essere anche condiviso da paziente e terapeuta, in chiave  simbolica, perchè un libro si legge “altrove”, fuori dallo studio del terapeuta, ma la lettura del testo non è al di fuori del contesto terapeutico e soprattutto della relazione  terapeutica.

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Un modello di flessibilità e valorizzazione delle risorse nei servizi del Terzo Settore

UNO STUDIO PER LA RIORGANIZZAZIONE E GESTIONE DEI SERVIZI DI ASSISTENZA DOMICILIARE. ANALISI DEI RISULTATI

 a cura di Maria Grazia Letizia

Fino al 1993 i servizi di assistenza domiciliare agli anziani ed ai disabili della Cooperativa Cecilia venivano organizzati e gestiti separatamente rispettivamente come SAISA e SAISH.

Dopo un adeguato lavoro svolto da una Commissione di studio interdisciplinare (assistenti sociali, psicologi, coordinatori, assistenti domiciliari) si è giunti ad una riorganizzazione dei servizi secondo un modello Unico che si proponeva:

  1. il superamento delle sperequazioni lavorative che gli operatori segnalavano a discapito di quanti lavoravano con i disabili (SAISH), mentre il lavoro con gli anziani (SAISA) era percepito come più leggero e compatibile con i bisogni di riposo e personali degli operatori;
  2. l’ effettiva valorizzazione della formazione dell’ assistente domiciliare che prevede la possibilità d’intervenire su diverse tipologie di utenti;
  3. l’ attenta considerazione delle attitudini e capacità personali quali elementi fondanti per la motivazione ed il suo mantenimento;
  4. l’intervento sull’iniziale fase di logoramento degli operatori e la prevenzione del burn out.

Successivamente, nel febbraio 1997, si è resa necessaria una nuova revisione dell’organizzazione del Servizio Unico sopratutto dovuta alla naturale mobilità del personale che, sviluppando attitudini e competenze diverse, si dirigeva verso i nuovi servizi della cooperativa: Agenzia di segretariato sociale Salvalagente, Centro diurno per disabili, Laboratori Integrati per disabili (Centro IRIDAE), centro per senza fissa dimora (Kaspar Hauser), centro di socializzazione per gli anziani (Il Casale), servizio di assistenza domiciliare per minori, ecc. Tale mobilità ha incrementano la necessità della selezione del personale, del suo affiancamento al personale esperto (prova di lavoro)per l’adeguato inserimento sull’utenza e della sua valutazione.

Psicologi e assistenti sociali del S.U. della Cooperativa “Cecilia” hanno lavorato alla costruzione di una griglia per la valutazione della richiesta assistenziale dell’utente (portatore di handicap ed anziano) . Nel realizzare ciò si è tenuto conto dei principali parametri che concorrono a definire la gravità ed il corrispondente intervento che l’utente richiede nell’essere assistito (G.I.A.). Pertanto si sono individuati nove items in cui i parametri sono stati raggruppati e a ciascuno di essi è stata attribuita una scala di punteggio ponderato. Gli items 1 e 7 non necessitano di punteggio poiché danno informazioni essenzialmente qualitative.

L’ ipotesi assunta è stata che la richiesta assistenziale è tanto più impegnativa quanto più onerose sono le caratteristiche dell’utente in termini di grado di autosufficienza ; di tipologia dell’impegno richiesto per l’A.D. (es. : assistenza di base, sostegno individuale , sostegno di gruppo) ; di gradi di problematicità fisica e/o organica, psicologica e familiare ; di capacità comunicative, sia verbali / non verbali , sia ai canali e modalità espressive e di relazione ; di livelli di autonomia di movimento; di possibilità di essere assistito in un gruppo con specifiche finalità (es : ricreative, socializzanti, culturali , esperenziali , di apprendimento di abilità , ecc) ; della qualità della rete sociale ed affettiva in cui l’utente vive ; e per ultimo , ma non ultimo, a seconda del quartiere e degli spostamenti necessari per ricevere l’assistenza.

La scala ponderale ha permesso di individuare,a priori, i seguenti Intervalli per la determinazione del GRADO DI INTENSITA’ ASSISTENZIALE

2 – 7 = Basso

8 – 13 = Medio-basso

14-20= Medio-alto

20-27= Alto

In seguito all’applicazione della griglia ai singoli casi, a posteriori, gli Intervalli realmente riscontrati nel S.U. per quanto riguarda il Grado di intensità assistenziale sono :

6 – 10 = Basso

11-14= Medio-basso

15-20=Medio-alto

21-26= Alto

Perciò, la distribuzione dei casi a seconda del G.I.A. all’interno di ciascuna equipe è:

EQUIPE A  GIA basso Casi n. 2
                        GIA medio-basso Casi n. 9
                        GIA medio-alto Casi n. 14
                        GIA alto Casi n. 4
                                Tot. casi n. 29
 
EQUIPE B   GIA basso Casi n. 3
                         GIA medio-basso Casi n. 9
                         GIA medio-alto Casi n. 16
                         GIA alto Casi n. 1
                                Tot. casi n. 29
 
EQUIPE C  GIA basso Casi n. 7
                        GIA medio-basso Casi n. 13
                        GIA medio-alto Casi n. 14
                        GIA alto Casi n. 0
                               Tot. casi n. 34
 
EQUIPE D  GIA basso Casi n. 2
                     GIA medio-basso Casi n. 15
                     GIA medio-alto Casi n. 9
                     GIA alto Casi n. 4
                               Tot. casi n. 30
 
Complessivamente il SAISH del S.U.  è così composto :

G.I.A. del SAISH 

Casi                            n.                %

G.I.A. basso                         14              11%
 
G.I.A. medio – basso         46              38%
 
G.I.A. medio – alto            53              44%
 
G.I.A. alto                             9                7%
 
Totali                                 122            100%

Una prima analisi descrittiva di questi dati , ci permette di osservare che l’assistenza ai portatori di handicaps gravissimi può essere equamente distribuita nelle future unità di base dato che si tratta di 9 casi e costituisce il 7% del totale degli assistiti.

L’ assistenza per i casi di handicap lieve trova sicuramente le risorse sufficienti negli operatori che se ne occupano, ma anche questi vanno distribuiti con equità nelle unità di base. Tuttavia, trattandosi solo dell’11% degli assistiti , è chiaro che l’A.D. non potrà essere connotata dalla caratteristica di facilità , come non lo può essere, come abbiamo visto , da quella di estrema difficoltà.

Infatti il dato che prevalentemente caratterizza l’ A.D. – tipo è quello che la connota come una richiesta di intensità assistenziale medio-alta e che viene rivolta dal 44% degli assistiti. Questo significa che, se le unità di base saranno almeno quattro, tale richiesta assistenziale andrà distribuita per l’ 11% a ciascuna. Non si può tuttavia trascurare che il 38% degli assistiti rivolge al Servizio una domanda di intensità assistenziale medio – bassa e che questa , solo per il 6% non è pari alla richiesta di intensità medio – alta. Questa osservazione è significativa in quanto individua così la possibilità di bilanciare in modo ottimale l’alto impegno richiesto , con opportunità per un lavoro di assistenza che utilizzi le risorse e le potenzialità esistenti per il lavoro di gruppo e di laboratori di riabilitazione psicosociale ed altro (v. grafici relativi).

IL LAVORO DI GRUPPO NEL S.U.

Dalla distribuzione dei dati (v. grafico/torta) relativi all’item 7 della griglia di valutazione , si evince la possibilità di proporre concretamente l’attività in gruppo almeno al 29% degli attuali utenti (35 utenti) , mentre per un altro 27% si può verificare la possibilità che essi vi partecipino realmente ( 33 utenti). Per il 16% degli utenti (20 utenti) l’attività di gruppo resta improponibile sopratutto per oggettivi limiti posti dalla gravità dell’handicap e dalle caratteristiche di scarsa prosocialità di  taluni o di apprensione e sfiducia da parte delle famiglie.

Finora il S.U. ha organizzato attività di gruppo quali: danzoterapia , palestra, piscina, progetto senior (giardinaggio presso le scuole), in cui ha inserito il 28% degli attuali assistiti (34 utenti).

Se si elaborano ulteriormente i dati e si esclude il 16% degli utenti per cui questa modalità di lavoro è improponibile, risulta che per il 56% degli assistiti (68 utenti = P+V) devono essere proposti e verificati sia l’interesse sia la disponibilità a partecipare; mentre per il 50% degli assistiti che potrebbero partecipare ad attività di gruppo è già in atto un lavoro ( E / P+V).

Ho realizzato quattro tabelle (vedi), per ciascuna delle attuali èquipes più una che riguarda l’intero Servizio, incrociando i dati relativi al grado di autosufficienza ed all’ inserimento nel lavoro di gruppo; altre quattro tabelle sono state ottenute incrociando i dati relativi alle capacità relazionali ed all’ inserimento nel lavoro di gruppo, nell’ipotesi che da queste si possano rilevare più nello specifico le caratteristiche dei potenziali partecipanti ai gruppi.

Infatti, commentando complessivamente i dati, si evince la possibilità di formare piccoli gruppi omogenei per grado di patologia ( lieve, parziale , grave) dove per 37 / 68 utenti è pensabile una proposta che consideri come risorsa il canale espressivo verbale; mentre con 23 / 68 utenti è possibile creare gruppi utilizzando canali di comunicazione non verbali e sensoriali.

Lo studio attento di queste tabelle può concretamente orientare la scelta delle attività (es : ascolto musicale con finalità di rilassamento, laboratori creativi ed artistici, laboratori senso-motori, ecc. ) e la composizione equilibrata dei gruppi di utenti.

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