Improvvisamente quest’ estate …

Dipinto: Watches di Salvador Dalì

di MGL

La “mamma che perde un figlio/a” (così come il padre che perde un figlio/a) è un concetto tabù nella nostra cultura tanto da non trovare rappresentazione in una unità lessicale specifica. Questa smagliatura della struttura linguistica sottintende la necessità di esprimersi per perifrasi suggerendo che soltanto il lento accompagnamento (perifrastico) possa lenire un dolore così estremo, enorme. La moglie/marito che perde il marito/moglie è vedova/o, il bambino/a che perde i genitori è orfano/a, la mamma e un papà che perdono un figlio sono…? E qual è la condizione emotiva di chi è in lutto per la scomparsa di una persona cara? Shock, sofferenza acutissima, smarrimento, rabbia, disperazione, alienazione, perdita di senso. Ma la morte improvvisa e violenta di un figlio è anche innaturale e sovverte ogni ordine e le attese di una famiglia che all’improvviso si sente senza passato e senza futuro, sospesa, bloccata davanti ad un momento infinito. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e si sente in colpa di essere vivo. Quando un figlio muore, per i genitori è una prova durissima che scuote le fondamenta dell’intera esistenza di un uomo e di una donna. Questo lutto investe la coppia in maniera diversa, investe la questione dell’identità, del senso della vita e anche del senso di giustizia. Tutto diventa inutile, insignificante…i genitori non saranno mai più come prima di questo tragico evento. Essi si chiedono: a che è servito averlo seguito, incoraggiato, indirizzato verso una vita piena e consapevole? A che è servito che si sia impegnato a completare gli studi o trovare un lavoro, o prendersi un impegno sociale, avviare una carriera e sviluppare relazioni adulte? Che scopo ha ora la vita per chi resta? E da un altro punto di vista, quali equilibri infrange una morte in famiglia? A cosa ci si può aggrappare quando ci si sente in caduta libera? A volte nei rapporti riaffiorano gli attriti, si ampliano le distanze, si perde man mano il senso dell’unità e si può assistere attoniti al dolore degli altri e all’istantanea disgregazione del nucleo familiare. In effetti, ognuno sta cercando di dare la sua risposta davanti ad emozioni così potenti mettendo in evidenza questioni irrisolte che cercano un superamento. Dunque, non si tratta solo del dolore per il distacco ma di argomenti importanti legati al rapporto con il figlio, al rapporto con gli altri. Il lutto è amore che continua, al di là della morte. Anche se comporta lo scioglimento dei legami psicologici e di quelli dovuti alla presenza fisica che hanno tenuto insieme le persone care in vita, è importante sapere che l’elaborazione del dolore non comporta la perdita del legame d’attaccamento con chi non c’è più. Forse, con una certa prospettiva, questo legame ci stimola anche a curarci dei legami affettivi che ancora abbiamo qui con noi.

Il lutto non è una malattia. Molte persone si sentono dire “devi reagire” e che una sana elaborazione del lutto si accompagni necessariamente a lasciare il passato alle spalle e ad andare avanti nella vita. Invece, è legittimo pensare che questa affermazione possa frenare proprio il processo di elaborazione per il timore di una rottura di connessioni con la persona amata, che sarebbe vissuta come una dimenticanza o peggio ancora come una sorta di negazione dell’importanza che il defunto può aver avuto nella vita di chi resta. La salute sta invece nel riuscire a trovare un modo personale di mantenere un legame d’attaccamento con la persona amata riconoscendo al tempo stesso che la persona fisicamente non tornerà più. Il processo del lutto evidenzia quanto per la nostra mente i legami affettivi significativi rappresentino un qualcosa di indissolubile che ci sostiene perfino mentre cerchiamo di sviluppare lentamente un legame diverso con la persona che abbiamo perso, un legame interiore, ridefinendo se stessi e cambiando l’immagine di sé e della propria vita per adattarsi a questa nuova realtà, incanalando le risorse emozionali verso nuovi e soddisfacenti investimenti (persone, oggetti, ruoli).

Molte persone si possono sentire particolarmente a disagio nell’avvicinarsi ai genitori colpiti da un lutto così grave perché “non ci sono parole” per poter esprimere la vicinanza, i sentimenti di solidarietà, la comprensione, la consolazione ed empatia. Tutto questo insieme sarebbe ed è ideale, niente di più che una viva speranza.  Le persone in lutto sperimentano costantemente un’oscillazione tra due opposte polarità: una tesa a vivere il dolore legato alla perdita, l’altra ad allontanarsi dal dolore per poter fronteggiare le incombenze legate alle necessità del vivere. È un’oscillazione che può verificarsi anche più volte al giorno. Ovviamente, nel primo periodo sarà prevalente la polarità orientata al lavoro sulla perdita, ma, man mano che passa il tempo, prenderà il sopravvento l’altra polarità, quella orientata alla ricerca di un equilibrio accettabile. Soltanto quando questo processo sarà compiuto, la persona in lutto avrà riconquistato una dimensione progettuale e sarà di nuovo inserita pienamente nel flusso della propria vita. E non è una questione del tempo che questo processo richiede. Possono volerci mesi oppure anni. Quindi è la presenza quella che conta di più, sono i gesti che comunicano il sostegno e la partecipazione: portare un pranzo, pensare ai bisogni dei figli più piccoli, passare un po’ di tempo insieme, aiutare a riprendere i ritmi quotidiani nell’intimità della casa e, poco a poco, riprendere le altre attività. Insieme a tutto questo, personalmente ho trovato di grande conforto e sollievo le passeggiate nei boschi di Serra dove si può ascoltare il vento fra gli alberi e le piante, il canto degli uccelli, lo scorrere dei ruscelli o del fiume; dove si è immersi in un bagno neurotonico naturale cromatico e aromaterapeutico di resine, muschio, erba, terra, funghi, ecc.. Dove la maestosità degli abeti fa sentire un’energia particolare come essere abbracciati e protetti da forze superiori a noi nel cuore della Natura. Non serve parlare o dire parole azzeccate, piuttosto è importante saper ascoltare l’altro, il suo cuore, le proprie emozioni che affiorano davanti a quelle dell’altro e accoglierle, comunicarle se si sente che in questo vi è un’ utilità per l’altro.

Sappiamo da sempre, soprattutto nella nostra cultura calabrese, che curare la sofferenza di questo lacerante dolore è un carico che naturalmente viene assunto dalla comunità e dal campo sociale più ampio, offrendo una certa diluizione temporale al processo di presa d’atto della morte della persona amata. Nel caso della tragedia che ha colpito i tre ragazzi di Soriano nell’incidente stradale dello scorso 23 giugno, tutta la comunità ha dimostrato di essere stata colpita ed ha espresso il suo abbraccio, la sua vicinanza con gesti concreti e simbolici, uno fra tutti i più toccanti, significativi e profondi, stendere lenzuola bianche sui balconi in segno del dolore di tutti per una morte che ha spezzato precocemente l’alba di tre vite. Tutti i riti funebri hanno una durata e offrono ai superstiti un tempo che può consentire di fronteggiare il trauma della perdita senza essere sopraffatti dal dolore allontanandosi o auto-segregandosi, ma condividendo, narrando e piangendo i tragici eventi. Gli amici dei tre ragazzi per un ultimo saluto scrivono su un grande manifesto: “Ora siete sole, vento, aria, vestiti di parole, danzate tra lacrime di pioggia e volerete più in alto dove finisce il cielo e vi vedremo riflessi in un arcobaleno. Ciao ragazzi“. L’intensa partecipazione rituale collettiva alle commemorazioni, rassicurando soprattutto i genitori superstiti che non saranno lasciati soli e che saranno di nuovo presi dentro l’inarrestabile flusso della vita, permette di combattere l’insidia più perniciosa del lutto, che è la perdita di senso. I riti ci rassicurano che il senso della vita sta proprio nel ricordo che la persona amata ha lasciato in noi e quindi nel ricordo che noi lasceremo quando moriremo, cioè nell’eredità affettiva che abbiamo ricevuto e che lasceremo. Infatti, durante il processo del lutto, la persona deve venire a patti e anche accettare la propria mortalità. Questo significa mobilitare le risorse per:

  1. affrontare il futuro entro una nuova prospettiva, in cui non c’è più spazio per la persona che è morta, così che egli divenga un compagno/a di strada interiore, da integrare nella propria esistenza; comprendere il messaggio della persona defunta restando vicino in ciò che contava per lei, può essere una via verso la vita e verso una nuova intimità, per costruire una relazione profonda;
  2. trovare una posizione equilibrata fra la paura della propria morte e quella della sua imprevedibilità perché possiamo solo vivere pienamente e completamente, cercando di cogliere la bellezza intorno a noi e di dare qualità ai nostri giorni;
  3. continuare a considerare il futuro come obiettivo progettuale, malgrado tale imprevedibilità.

Il lutto però può divenire patologico in molti modi: con la fissazione in una condizione di dolore perenne e/o di depressione o, al contrario, con il rifiuto del dolore e della sofferenza (la negazione). Ma anche con la somatizzazione, le preoccupazioni eccessive per la propria salute, l’adozione di comportamenti pericolosi e a rischio (modalità tipica degli adolescenti), con il ricorso all’alcool e/o alle sostanze stupefacenti, con la museizzazione, cioè il non toccare, spostare o modificare nulla di ambienti e oggetti appartenuti al defunto. Questi comportamenti sintomatici testimoniano l’estrema difficoltà della persona a integrare nella propria storia, superandola, una perdita che viene percepita come distruttiva anche della propria identità. Si parla quindi di lutto traumatico, persistente e complicato. Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 2013) definisce il disturbo da lutto persistente e complicato come la condizione di chi ha perso una persona cara e presenta determinati sintomi per un periodo di almeno un anno in maniera persistente e dilagante. Solitamente i sintomi fanno la loro comparsa entro un mese dalla perdita di una persona cara, ma anche successivamente. Ciò che è fondamentale è la durata prolungata per un periodo di tempo di almeno un anno di almeno 6 dei seguenti sintomi:

  • Difficoltà ad accettare la morte
  • Difficoltà ad abbandonarsi ai ricordi positivi della persona che non c’è più
  • Amarezza o rabbia in relazione alla perdita
  • Sentimenti di incredulità o torpore emotivo rispetto alla perdita
  • Evitamento di ricordi legati alla morte
  • Desiderio di morte come ricongiungimento
  • Valutazione negativa di sé, senso di colpa
  • Sensazione di vita vuota e priva di senso
  • Ridotta fiducia verso gli altri
  • Confusione circa il proprio ruolo nella vita senza la persona cara
  • Difficoltà a perseguire i propri interessi o le relazioni sociali

Per curare o prevenire questo disturbo, si può chiedere supporto allo psicologo ed essere accompagnati nell’elaborazione interiore del lutto, a livello personale, di coppia e familiare.

Adeguatamente accompagnati, quanti vivono il lutto potranno attraversare le varie fasi dello sgomento, dello shock, dei sensi di colpa, della negazione, della rabbia, della ribellione, della disperazione, della tristezza e depressione, della solitudine. Scopriranno in sé nuove potenzialità, che fino a quel momento non avevano affatto percepito, trovando infine percorsi spirituali per accettare la perdita della persona cara e gettare le basi per ricostruire il proprio futuro.

Chi fosse interessato a sottopormi dubbi o domande sui temi di questo articolo può scrivermi all’indirizzo: psicoterapiamgl@gmail.com

Per richiedere un colloquio telefonare al 3939344026

Fare i conti con la propria ombra: come il Nemico diventa utile

illuminare e trasformare l’oscurità

illuminare e trasformare l’oscurità

Perché è tanto importante “lavorare” sulla propria Ombra? Cioè sui difetti e le imperfezioni del proprio carattere? In primo luogo perché permette di avere una maggiore consapevolezza di sé,  ci rende più umani e più autenticamente in relazione con gli altri. Infatti, divenire consapevoli delle proprie proiezioni significa vedere l’Altro per quello che è. Invece, non fare i conti con la propria ombra, significa mantenere al di fuori della luce un lato della propria personalità, rinnegandone perfino l’esistenza e, a lungo andare, accendere una dura lotta (conflitto) con quest’aspetto della personalità giudicandolo duramente.

L’Ombra non è necessariamente sinonimo di male o cattiveria. Mentre il male può originarsi e prosperare nelle paure umane, come quella del dolore e della punizione. In particolare, i sensi di colpa, la paura della punizione,  mantengono molte delle nostre imperfezioni imprigionate nell’oscurità, dove perfino noi non vogliamo riconoscerle perché crediamo di doverci poi punire a causa loro. Ci riferiamo anche  ai comportamenti che, in termini evangelici, tendono a vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, ma non la trave che si ha nel proprio.

Carl Gustav Jung, in tutta la sua opera parla di Ombra da diverse angolazioni, tuttavia una lettura attenta dei suoi lavori permette di considerare che egli predilige interpretare l’Ombra come una componente strutturale ed ineliminabile, sia pur trasformabile, della personalità. Ciò è evidente in alcune definizione di Ombra ritrovabili nei suoi scritti.

Per esempio, in Tipi Psicologici (1921), nonostante il termine Ombra ricorra poche volte, è implicito in tutto il discorso che l’ introverso e l’ estroverso costituiscano reciprocamente l’uno l’Ombra dell’altro, come ben metterà in evidenza il suo concetto di dualismo, degli opposti, dei divisi. Ed è proprio la consapevolezza di tale dualismo  a rendere possibile  la percezione dell’ unità di parti che non si escludono a vicenda, anzi sono necessarie l’uno all’altro.

Il principio degli opposti rivela così l’ unità dinamica della psiche: un sistema che si regola in modo autonomo, in cui la coscienza e l’ inconscio sono complementari tra loro. Rifiutare di riconoscere questo sistema provoca parzialità, mancanza di equilibrio e quindi perdita di completezza. Dice Jung:  “Devono esserci sempre l’alto e il basso, il caldo e il freddo, e cosí via (…) la questione non è convergere nell’opposto, ma preservare i valori precedenti insieme con il riconoscimento dei loro opposti”. Nulla viene rigettato e nulla viene accettato come valore assoluto. La realizzazione dell’ unione degli opposti è  l’optimum perché porta con sé la libertà spirituale, vissuta in una personalità integrata e unificata.

In L’Io e l’Inconscio (1916-1928) Jung  scrive che l’Ombra simboleggia “l’altro lato”, “il fratello oscuro”;  viene paragonata alla nigredo, la nerezza, che appartiene di per sé alla prima materia, che talvolta invisibile, è inseparabile da noi e fa parte della nostra totalità. L’Ombra è quindi parte integrante della personalità , o meglio spesso da integrare.

Come ben riassume Jolande Jacobi in La Psicologia di C.G. Jung, l’Ombra “è una parte dell’individuo, una specie di scissione della sua essenza, che però è a lui legata.”

 In Psicologia e Religione Jung (1938-1940) scrive: “Ognuno è seguito da un’Ombra, tanto più nera e densa quanto meno è incorporata nella vita cosciente dell’individuo”.

In La Psicologia della Traslazione (1946) Jung scrive che conoscere la propria Ombra rende l’uomo corporeo cioè Jung intendeva dire che scoprire la propria Ombra rende terreni, più umili e meno onnipotenti.

E’ la consapevolezza dunque che permette di cambiare e di evolversi. Per esempio, ammettiamo che un proprio lato d’ Ombra sia l’avidità: se uno non è consapevole di questo suo tratto esso agisce, entra cioè senza mediazioni nella propria vita, mentre l’essere ben consapevoli della propria avidità permette una riflessione su di essa. Un’avidità cosciente può così trasformarsi in parsimonia, ed essere annoverata fra le qualità auspicabili per l’individuo e per la società. E così, la riappropriazione di un contenuto psichico inconscio libera energia di cui può disporre la coscienza.

Come noto Jung divide il possibile orientamento della coscienza in quattro funzioni: il pensiero, il sentimento, la sensazione, e l’ intuizione. Di queste quattro una sarà dominante, nel senso che sarà la risorsa psichica che effettivamente utilizzerà la coscienza per muoversi nel mondo, due saranno parzialmente coscienti, ed una si presenterà radicalmente inconscia . La funzione inferiore  è per definizione lenta, infantile, ingenua, tirannica e  proprio in virtù di queste sue caratteristiche tende a contaminarsi con l’ Ombra.

L’ Ombra e la funzione inferiore servono a compensare la coscienza, a mitigarne l’unilateralità e riportare l’uomo verso la sua totalità. Considerata e valutata nel complesso della personalità, l’Ombra, piuttosto che essere considerata come un Nemico per sé e per gli altri, può svolgere una funzione costruttiva. Scrive Jung: ” (…) il riconoscimento della propria Ombra rende le persone più consapevoli e  fa porre attenzione e cura ad elementi poco conosciuti, poco sviluppati, poco padroneggiati, ma dai quali possono giungere nuovi ed inaspettati sviluppi della personalità.”

Jung tende a dividere l’Ombra in due diverse forme: l’ Ombra personale, e l’ Ombra collettiva. L’Ombra personale è figlia della propria storia, delle proprie rimozioni, di quei tratti psichici che il proprio ambiente di provenienza tende a far rimuovere.

L’Ombra collettiva, che già appartiene alle figure dell’inconscio collettivo e che corrisponde, ad esempio, a una figura negativa del Vecchio Saggio o alla parte oscura del Sé, simboleggia per così dire il lato posteriore del dominante spirito del tempo. Esempi di Ombra collettiva, intesa come l’altro lato dello spirito del tempo, sono ben presenti in letteratura. Si pensi in proposito a come celebri romanzi, quali “Lo strano caso del Dottor Jekill e Mister Hyde” di Louis Stevenson, o “Il lupo della Steppa” di Hermann Hesse, mostrino chiaramente il Doppio, l’alter ego, di una certa società. L’Ombra collettiva, oltre ad essere collegata con lo spirito del tempo, è inevitabilmente connessa con il tema del male.

Ma un’anima divisa tra l’oscurità (negata) e la luce rimane debole, per contro, l’anima integrata è forte, ben centrata e senza paura. Per smettere di punirci, per affrontare, integrare e trasformare le parti di noi che stiamo nascondendo, abbiamo bisogno di guardare nell’oscurità … accendendo la nostra luce della verità che ci permette di vedere il nostro lato oscuro ed accettarlo come parte della nostra totalità. Perciò con il nostro stesso riflesso di luce (verità) brilleremo come un faro abbagliante e saremo sinceramente in pace in noi stessi perché abbiamo praticato l’onestà verso noi stessi, togliendoci qualsiasi maschera, scoprendo la nostra vera essenza ed accettandola. E solo poi potremo imparare l’amore che non ferisce e la gentilezza che non si aspetta nulla in cambio.

Questo fenomeno è praticamente osservabile in moltissime situazioni: nelle relazioni individuali, in quelle tra gruppi, tra membri dello stesso gruppo, nel rapporto tra nazioni. E non supereremo le nostre debolezze se nasconderemo e negheremo i nostri sentimenti, indipendentemente da quello che sono. Quando ci sentiremo abbastanza coraggiosi da guardare il nostro lato oscuro senza giudicarci cattivi, impareremo come illuminare e trasformare l’oscurità.

Infine, riprendendo una figura archetipica jungiana, quella dell’ Angelo, dopotutto neanche gli angeli sono perfezionisti. Tranne uno solo, è vero, ma è caduto!

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La psicopatologia individuale come sacrificio all’unità simbiotica familiare: lealtà invisibili, senso di colpa, sfruttamento, risarcimento.

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Secondo lo psicoterapeuta Ivan Boszormenyi-Nagy  le vere forze che legano in modo sano l’individuo al gruppo familiare e lo liberano, stanno al di là dei giochi di potere osservabili e delle tattiche manipolative.

La lealtà familiare non indica un’ inclinazione individuale, ma una forza sistemica, funzionale alla salvaguardia del gruppo multigenerazionale.

Un invisibile intreccio di aspettative lega tutti i suoi membri e trova fondamento nella consanguineità, nel mantenimento della vita biologica, nella discendenza e nel merito guadagnato.

L’interiorizzazione delle aspettative influenza la struttura psicologica dell’individuo e crea il cosiddetto “computo individuale” che attraversa le esperienze, le sensazioni, i pensieri, i desideri individuali.  Tale computo diventa coercitivo quando il membro, più o meno consapevolmente, sacrifica la sua esistenza a interessi e scopi non derivanti dalla sua individualità, ma dalle priorità di altri.

La componente dell’obbligo è molto importante perché in caso di inadempimento porta con sé il senso di colpa, funzionale al mantenimento del sistema familiare o del gruppo di appartenenza.

Da solo però il senso di colpa non è in grado di mantenere a lungo l’equilibrio del gruppo perché causa troppa sofferenza: un sistema basato invece sulla lealtà può far leva sul senso del dovere e l’ impegno, risultando molto più efficace.

Gli impegni di lealtà, le responsabilità, derivano da un senso di devozione nei confronti del genitore o della sua immagine interiorizzata: la ricompensa per le premure, la cura e l’amore viene saldata dai figli seguendo gli impegni aspettati, vivendo all’altezza delle aspettative e trasmettendo la cultura familiare alla prole.

Diventare genitore permette di ripagare il senso di colpa per la slealtà verso gli obblighi filiali allentati e di configurarsi nel ruolo di “creditore” che consegna ad un nuovo “debitore” il sistema valoriale e normativo.

Quando rimane la sensazione di dover ancora qualcosa alla famiglia di origine, è più facile accettare la lealtà verso gli obblighi genitoriali, nonostante il sacrificio personale che comporta, piuttosto che essere leali verso se stessi e concedersi il diritto al piacere. Esiste nelle famiglie un bilancio invisibile che contabilizza gli obblighi passati e presenti e influenza la consegna di ruoli e di aspettative secondo quella che è l’etica dei rapporti e il senso di giustizia di ogni specifica  famiglia, secondo prescrizioni e norme esclusive di una data famiglia, comprensibili solo da essa.

Per etica non si intende qui l’insieme dei precetti morali della società o i criteri universali su ciò che è giusto o sbagliato, piuttosto si fa riferimento al singolo e alla sua coscienza, alla forza che lo induce a rispettare obblighi, limitazioni del piacere e doveri morali perché funzionali alla conservazione dell’equilibrio dell’equità. Tale equilibrio deriva da continue negoziazioni: ogni membro deve tenere in considerazione gli interessi degli altri membri, ma contemporaneamente ha diritto a che gli altri tengano in conto il suo benessere. La giustizia è quel bilancio formato storicamente, che impegna il soggetto nella dinamica relazionale del reciproco dare-avere e contribuisce alla formazione di obblighi dell’intero gruppo.

IL SISTEMA  DEI  MERITI  E  LA  RECIPROCITA’ :  IL SACRIFICIO  O  LA DIFFERENZIAZIONE DEL SE’

La percezione della giustizia deriva dall’equilibrio della reciprocità:  è tendenza umana  attendersi una giusta ricompensa ai propri contributi e dovere una giusta ricompensa ai benefici ricevuti dagli altri. La reciprocità implica il bilancio di quanto è andato pari e quanto è rimasto ancora in spareggio nelle diverse generazioni, porta a definire il sistema dei meriti, ma causa anche lo sfruttamento: un membro che riporta successi può farlo a scapito di un altro che per qualche motivo rimane indietro.

Lo sfruttamento non deriva tanto da un’intenzionale volontà di sfruttare, quanto dalla forma che assumono i rapporti ravvicinati.

La patologia o lo status di capro espiatorio trovano spesso fondamento nella condivisa lealtà al sistema di merito da parte di tutta la famiglia.

Sono posizioni che si acquistano in base a configurazioni relazionali per mezzo di una forza sovraindividuale che induce le persone a lasciarsi sacrificare “in onore” alla catena multigenerazionale di obblighi e di indebitamento. Nessuna delle parti però è realmente libera: chi gode il successo può portarsi dietro il senso di colpa per la parte svantaggiata, mentre chi ricopre una posizione subalterna deve lottare per uscirne o deve soffrire se la accetta.

Ci sono due tipi di sfruttamento: quello da persona a persona per cui un membro sfrutta più o meno nascostamente un altro attraverso il non dare o il prendere senza reciprocità, oppure quello strutturale derivante dalle caratteristiche del sistema che vittimizza entrambi i soggetti.

Lo sfruttamento comunque non è quantificabile, è solo il soggetto, vittima di tale situazione, che può darne una misura e che lo vive più o meno intensamente a seconda delle relazioni.

Il bambino non è in grado di opporsi al suo sfruttamento, spesso non ne diventa cosciente fino a che, divenuto genitore, sperimenta il risentimento verso i propri genitori.

Chiunque percepisca di essere stato sfruttato e ferito, cercherà di risarcire il danno riportato, nei modi che trova più accessibili.

Tutti i suoi rapporti, emotivamente significativi, saranno utilizzati proprio allo scopo di ottenere i meriti negati e caratterizzati da uno sfruttamento pari alla misura in cui è stato avvertito.

La psicopatogenesi risiede nella fissazione di uno squilibrio relazionale per anni rimasto immutato che induce a perdere fiducia e speranza nel mondo.

Non è tanto lo squilibrio a creare problemi, quanto il suo protrarsi nel tempo, la continua negazione della reciprocità che prende forma come realtà psicologica e si consolida in atteggiamenti e comportamenti.

Delinquenti, paranoici, psicotici, assassini, osservati da un punto di vista multigenerazionale, sono individui alle prese con la gestione di un squilibrio tra sfruttamento, senso di colpa, voglia di vendetta. Il bambino nasce munito di una grande riserva di fiducia, funzionale alla sua sopravvivenza, i genitori sono responsabili del fatto che sia alimentata o al contrario depauperata.

La “parentificazione” è quel processo per cui il figlio deve rimediare alle mancanze dei genitori che lo impoveriscono delle risorse di fiducia, visto che spetta a lui dare senza ricevere. Può creare meno dolore psichico la perdita di un genitore se il figlio ne mantiene un’immagine amata e rispettata, piuttosto che la situazione di un figlio con un genitore sfruttante e manipolativo, costretto a riabilitare la sua immagine.

Il figlio intrappolato nel senso di lealtà da una parte e dalla negazione della reciprocità dall’altra, vive un dare unilaterale che nel tempo lo impoveriscono, a cui può reagire con atti di slealtà o con la creazione di un capro espiatorio in un altro rapporto come il matrimonio.

Quando permane il bisogno di essere amato, apprezzato, approvato, la persona tenderà a ricercare costantemente “surrogati genitoriali” che possano colmare tale privazione.

Rabbia, risentimento, delusione nei confronti degli oggetti d’amore primari, possono essere proiettati sulla moglie, sul marito o sui figli come rivincita di un trattamento ingiusto durato anni.

Ma non è solo la mancanza a causare dolore, anche un eccesso di amore, come nel caso di genitori molto disponibili ed oblativi, disposti ad ogni sorta di sacrifici, può generare nel figlio un debito che non riuscirà mai ad estinguere diventando causa di un enorme senso di colpa. Paradossalmente proprio nella famiglia, che è l’ente deputato a promuovere il processo di crescita, il figlio può trovare più difficoltà nel perseguire l’autonomia, poiché il raggiungimento di questa è diametralmente antitetico alla lealtà verso la famiglia.

Come sostiene Murray Bowen , il processo di differenziazione implica progettare un percorso personale attraverso il proprio sistema interno di guida invece di perseguire le esigenze degli altri.

Ciò rischia di essere percepito come un atto di slealtà, tanto più forte è l’unità simbiotica della famiglia. Non sempre l’allontanamento dalla famiglia  indica autonomia: se non è avvenuta un’effettiva presa di distanza dal sistema emozionale familiare, si rimane invischiati nella trama delle lealtà invisibili.

Pertanto è auspicabile che, in seno alla famiglia, avvenga una reale accettazione della crescita dei figli, attraverso ridefinizioni della lealtà e cambiamenti nella direzione e nella distribuzione delle responsabilità, affinché l’intreccio intergenerazionale non sia più una colpa da espiare ma divenga un archivio da cui reperire modalità di vita consolidate per aprire nuove possibilità.

https://www.youtube.com/watch?v=hJmRqw7ZU3A

Bibliografia

Ivan Boszormenyi-Nagy, Spark Geraldine,  Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, Astrolabio, 1988

Murray Bowen, Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare, Astrolabio, 1988

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