IL MIO DESIDERIO E’ IN CIO’ CHE AMO. PAROLA DI PSICOTERAPEUTA

 Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

“E’ nel momento in cui la parola del soggetto è più piena che io, analista, posso intervenire. Ma intervenire su cosa? Sul suo discorso. Ora, quanto più il discorso è intimo al soggetto, tanto più io faccio perno su questo discorso”.

Queste le parole che si leggono ne Il Seminario, il primo della serie che Jacques Lacan dedica all’ opera di Freud. Come si potrà notare dal titolo stesso, Gli scritti tecnici di Freud, Lacan prende spunto da alcuni articoli di Freud, riuniti all’epoca in Francia in una raccolta, che mettono l’accento sull’applicazione clinica della teoria freudiana. Per questo i temi trattati riguardano sostanzialmente la conduzione della cura, e quindi interessano chiunque si domandi da che posizione uno psicoanalista ed uno psicoterapeuta, aggiungo io, possa ascoltare e possa interloquire con colui che si rivolge a lui, il paziente. Perchè sappiamo che ogni sintomo è una forma di comunicazione. Una comunicazione con un professionista che si muove in un setting con regole ben precise. Una di queste regole è che il terapeuta sia pagato per ascoltare il paziente. Non trascuriamo che egli è pagato per creare un dialogo significativo con il paziente.

Significativo sia nel senso che quel che viene detto ha un significato vero e non solo estetico, sia nel senso che la relazione che si crea diventa significativa per entrambi anche se da prospettive diverse.

Transfert e controtransfert sono eventi che sono a carico e sotto la responsabilità del terapeuta che anche per questo viene giustamente pagato.

Ma se quel che viene detto al paziente non fosse vero per il terapeuta, cioè non attiene alla sua scala di valori, allora secondo me, non abbiamo a che fare con un terapeuta-curante bensì con un terapeuta che si prostituisce e recita il suo ruolo ed esercita una tecnica perchè egli  “è pagato per questo”.

Dunque, cosa desidera il terapeuta se non la “guarigione” nel senso di una vita sana e sufficientemente equilibrata, integra, per il suo paziente?

Ci si aspetta perciò che egli si metta in gioco seriamente con i propri veri sentimenti e valori e consenta al paziente d’immergersi come in un “bagno termale”.

Uno degli assunti teorici che Aldo Carotenuto metteva al primo posto nella sua pratica analitica era che non esistono assunti teorici e che le molteplicità di tecniche che da essi derivano dipendono unicamente dal tipo di personalità dell’analista, teorie e tecniche servono per dare sicurezza al terapeuta stesso che ha bisogno di un punto di riferimento, ma nella pratica clinica, nella relazione col paziente, non hanno nessun valore terapeutico. Ogni analista ha la sua tecnica che a sua volta varia a seconda del paziente con cui lavora, quello che invece è veramente importante, ma che non sempre avviene, è il fatto che dovrebbe mettere se stesso in gioco secondo il detto alchemico Ars requirit totum nomine: L’arte richiede un uomo intero!

Lo psicoterapeuta, ritiene ancora Carotenuto, ha i pazienti che si merita. Il che andrebbe ulteriormente considerato dal punto di vista della sincronicità. E allora accade che, con uno psicoterapeuta prossimo a vivere le proprie ossessioni, fobie, depressioni, siano pronti a entrare in analisi pazienti ossessivi, fobici, depressi. Un monito, questo della sincronicità, per lo psicoterapeuta. Se non attraversa i propri fantasmi sino alla fine, come può pensare che il paziente attraversi i propri? Carotenuto la chiama la psicopatologia dell’analista. Certo, appunto di questo si tratta. La mia psicopatologia alimenta la sincronicità. Mi prepara, per così dire, all’incontro. Il setting è un potente attivatore di sincronicità.

Il terapeuta può anche essere paragonato ad un istruttore di nuoto e non può nè simulare, nè barare, nè restare sul trampolino o a bordo vasca. Egli entra con il paziente nel processo terapeutico e rivela tutto ciò che è necessario al paziente per permettergli di stare prima “a galla” e poi “nuotare”, nel senso di saper condurre tutta la sua vita e tutto ciò che gli accade: comprendere i suoi bisogni, i suoi desideri e ciò che ama. Rivela quel che è necessario per farlo pacificare con se stesso; fargli avvistare e conseguire la sua felicità, cioè, quello stato interiore fatto di serenità, soddisfazione, attesa, pienezza, ma sopratutto accettazione di quel che la vita gli passa momento per momento.

Comprendere tutto questo però è possibile a patto di dirsi-dire  la verità o ciò che crediamo vero onestamente, altrimenti cadiamo in una forma di prostituzione, simulazione, che oggi si può realizzare anche on line con il computer ma anche cercando (con ottimi risultati)  su Google!!

Il terapeuta si prende dunque l’onere anche emotivo della relazione con il paziente e, poichè queste emozioni sono sia positive che negative, egli percepisce un onorario professionale che sta lì simbolicamente a ricordargli che lui ha la responsabilità della fine e del fine della psicoterapia. Perciò, se sarà necessario, userà quell’onorario anche per una sua supervisione.

Se il terapeuta ama questo lavoro, deve imparare e sapere come distinguere fra vita e terapia. Per il bene del paziente, dovrà saperlo portare fuori dal suo studio per tempi via via più lunghi e poi definitivamente aspettarsi di non vederlo più perchè, l’equilibrio raggiunto, sta ora in dinamica con la sua vita che finalmente è nelle sue stessi mani, come deve essere.

Per riuscire in tutto questo, la parola del terapeuta deve essere un linguaggio trasparente, chiaro, che dica ciò che vuol dire. Quando il suo dire comprenderà concetti complessi, usi pure le metafore, la mitologia, altri racconti simbolici, prescrizioni, ingiunzioni paradossali o provocazioni strategiche! Questo insegnerà al paziente un altro livello della comunicazione umana, senza dover dire che il paziente si ferma sul piano letterale della comunicazione; oppure, smentirà la credenza pseudo-scientifica secondo cui gli uomini e donne parlano e non s’intendono perchè gli uomini sono diretti e le donne esprimono il contrario di quel che pensano!

La parola dello psicoterapeuta ha il potere d’illuminare il contesto terapeutico o viceversa trasformarlo in una Torre di Babele.

« La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni » (P.W.)

BIBLIOGRAFIA

  • Giorgio Antonelli, Cosa è uno psicoterapeuta, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • Giorgio Mosconi, Rispecchiandosi, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, p 62
  • J.-A. Miller, L’esperienza del reale nella cura psicoanalitica, in: La Psicoanalisi n. 30-31, p. 179
  • Loriedo, C., Nardone, G., Watzlawick, P., Zeig, J.K., Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, 2002
  • Nardone, G., Watzlawick, P.,  L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1990
  • Nardone, G., Loriedo C., Zeig J., Watzlawick P., Ipnosi e terapie ipnotiche, Ponte alle Grazie, 2006
    Watzlawick, P., Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie,  2007
  • Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D., Pragmatica della comunicazione umana,  Astrolabio, 1967
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R.,  Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, 1974
  • Watzlawick, P., La realtà della realtà. Roma, Astrolabio, 1976
  • Watzlawick, P.,  Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, Feltrinelli, 1977
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H.,  La prospettiva relazionale, Astrolabio, 1978
  • Watzlawick, P.  Il codino del barone di Munchhausen. Ovvero: psicoterapia e realtà. Saggi e relazioni, Feltrinelli, 1991
  • Watzlawick, P., Nardone, G. (a cura di), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina, 1997

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Il mio nuovo libro fra arte, creatività e psicoterapia

Marc Chagall - My Rome

In copertina: Marc Chagall – My Rome

“LA VITA PROCEDE COSÌ, SENZA INUTILI CHIACCHIERE. PROCEDE CON AZIONI ESSENZIALI DA AFFRONTARE E DEFINIRE, CERCANDO E TROVANDO ANCHE LE PAROLE PER DIRSI COME.” Con questo progetto editoriale vorrei approdare con il lettore ad una nuova fiducia su di sé ed il proprio mondo. Mi piacerebbe contribuire a relativizzare e chiarire i pregiudizi di chi, pur avendo bisogno di aiuto psicologico, non lo chiede per la paura di conoscere parti di sé temute perché sconosciute o estranee; oppure, per paura di esporre ad un altro, esperto psicoterapeuta, la propria “casa” in tutta la sua intimità. Ma, intuendo, come già disse Sigmund Freud, che “l’Io non è padrone in casa propria”, dobbiamo divenire consapevoli che la psiche non è una fortezza bensì un giardino che si può recintare per avere un luogo interno in cui raccogliersi e meditare, ma non si può sigillarla. E, al suo stesso interno, non è fatta a compartimenti stagno. Non dobbiamo confondere il nostro bisogno di coerenza quando apprendiamo o insegniamo le cose, con l’ordine effettivo e le relazioni fra queste stesse cose. Infatti, ciò che ci consente di cambiare, crescere e ricostruire è proprio la possibilità di trovare creativamente nuovi ordini a ciò che abbiamo sistemato dentro di noi, non una volta per tutte! La nostra psiche perciò non è un sistema chiuso ma un sistema aperto e dovrebbe essere aperta alle contaminazioni. Come un giardino ha bisogno di insetti che impollinino e di nuove sementi, così la nostra psiche ha bisogno di scambi, confronti, pensieri diversi, immaginazione e fantasia. Perciò, per me la scelta di fondere diversi generi letterari, saggistica poesia e prosa, è qui una ricerca consapevole e diretta alla creazione di un messaggio psicoterapeutico ed artistico-creativo allo stesso tempo. I componimenti poetici sono ispirati dalla vita interiore, lontani dallo stile classico e dall’ermetismo, carichi di una grande e ricercata forza concettuale. Le due singole raccolte di poesia fanno vedere come, tempo ed esperienze, mi abbiamo offerto nuovi punti di vista. I racconti rivelano l’inconscio con un’importante componente simbolica, a volte surreale, determinando un senso di bellezza tra l’idealità più pura ed una seducente corporeità.

Il libro è costruito su una comunicazione indiretta per mettere in risalto valori, principi e per proporre esempi di scale di valori molto differenziate. Perciò, la mia voce in diretta (personale e professionale) testimonia l’esistenza di una psicoterapia, che non vuole giudicare o, peggio, scrutare, quanto piuttosto si offre di ascoltare ed accompagnare un processo che è già avviato dentro di sè: la resilienza. Inoltre, l’introduzione dei dipinti di Marc Chagall sono un tuffo nel colore, scelti per rappresentare e rafforzare i contenuti trattati. Credo che incontrarsi con questi miei scritti, possa far prendere contatto con l’essere “Umano … Troppo Umano”, principale obiettivo di una buona psicoterapia per poi mettersi al servizio della sua vita. Perché, come sostiene Jacques Lacan, la cura è una domanda che inizia nella voce di chi soffre. Tutta la mia scrittura qui è in stretto avvicendamento alle conversazioni di amici veramente speciali, fra i quali comprendo ogni mio lettore.

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A presto altre istruzioni … 😉

Libroterapia, resilienza e auto-aiuto

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria ...

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria …

di Maria Grazia Letizia

Ci sono periodi nella vita di ognuno dove chiedere aiuto o poter chiedere aiuto non è cosa facile. Siamo troppo tristi, chiusi, avvolti nel nostro dolore e ci circondiamo di “ovatta” per la paura di ricevere altri scossoni. Forse abbiamo perso i contatti per noi familiari e ci riesce molto difficile fare il primo passo, figuriamoci rimettersi in gioco! E, ai nostri giorni, le difficoltà economiche, le limitate disponibilità finanziarie, purtroppo, non si possono più solo affrontare come resistenze ad intraprendere un percorso di crescita personale.

A volte pur avendo relazioni felici con familiari ed amici, possiamo avere un dilemma, un problema, una domanda che ci richiede di andare più a fondo dentro noi stessi. Questo ci fa sentire smarriti o anche la necessità di condividere un cammino con un compagno/a affidabile che, anziché saltare subito alle conclusioni, ci ascolta sospendendo ogni giudizio per cercare insieme a noi il significato ed il senso di ciò che stiamo vivendo. Il significato specifico, unico e personale che ha per noi una certa esperienza ed il senso come direzione in cui ora c’immette la nostra vita. E per una ricerca di questo tipo ci serve una guida non coinvolta nella nostra vita quotidiana bensì che si coinvolga con il nostro racconto sulla vita che vorremmo, su quella che ci manca e che non sappiamo ancora come ed in che direzione andrà!

Insomma, tutto questo non si pensa quasi mai di poterlo ricevere da uno psicologo né tanto meno da uno psicoterapeuta e (men che meno) da uno psicoanalista. Infatti, questi professionisti sono per lo più vissuti già a livello mentale con immagini pregiudiziali tipo  “strizzacervelli” e nonostante l’esistenza di professionisti validi, ricorrere ad uno di questi terapeuti  ancora oggi è visto con il fumo negli occhi.

Ma non per questo dobbiamo trascurare le risorse di auto-aiuto di cui ognuno di noi dispone per attivare la resilienza.

La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.

Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

Un contributo all’auto aiuto viene dalla libroterapia o biblioterapia. Si tratta dell’uso dei libri, della lettura, per ritrovare il benessere psicologico.

I libri possono, a livello individuale, curare l’anima, rasserenare lo spirito dalle inquietudini, dare risposte agli interrogativi della vita. La libroterapia si presta ad essere abbinata alla terapia del profondo per la sua capacità di far emergere riflessioni, amplificazioni, nuovi punti di vista generativi per la persona.
La libroterapia si adatta anche alla terapia di gruppo, in cui più persone, guidate dal terapeuta, si confrontano sui temi rilevati dalla lettura dei testi.

L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90.La Libroterapia, in realtà è recente solo per il nome, ma la sua storia è molto lunga.Dal 1900 la Libroterapia è stata impiegata a più livelli in quasi tutte le professioni di aiuto, in ogni fascia di età e in popolazioni diverse. La letteratura mostra che la si utilizza nelle scuole (Gladding & Gladding, 1991; Kramer e Smith, 1998), in ambito di assistenza sociale (Pardeck & Pardeck, 1998a), nella salute mentale  e in psicologia (Farkas & Yorker, 1993), nelle carceri e nelle biblioteche (Bernstein & Rudman, 1989).Le problematiche cui la Libroterapia è stata maggiormente associata sono l’aggressività (Shechtman, 1999, 2000), le questioni legate ad adozione/affidamento (Pardeck, 1993; Sharkey, 1998), la consapevolezza della diversità (Pardeck & Pardeck, 1998a; Tway, 1989), la morte e il lutto (Meyer, 1994; Todahl, Smith, Barnes, e Pereira, 1998), la dipendenza dalle sostanze chimiche (Pardeck, 1991), il divorzio (Kramer e Smith, 1998; Meyer, 1991), il disturbo ossessivo-compulsivo (Fritzler, Hecker, e Losee, 1997), la risoluzione dei conflitti (Hodges, 1995), gli abusi sui minori (Jasmine-DeVias, 1995; Pardeck, 1990), gli incubi (Barclay & Whittington, 1992), l’identità etnica (Holman, 1996), la depressione (Ackerson, Scogin, McKendree-Smith, e Lyman, 1998), la separazione e la perdita (Bernstein & Rudman, 1989), la violenza in famiglia (Butterworth & Fulmer, 1991), le questioni legate ai senza fissa dimora (Farkas & Yorker, 1993), i comportamenti autodistruttivi (Evans et al., 1999).

Tra i benefici riportati nei vari studi si annoverano l’aumentata auto-consapevolezza (DeFrances, 1982, citato in Afolayan, 1992, p.146), il chiarimento dei valori emergenti e lo sviluppo della propria identità culturale (Holman, 1996; Tway, 1989).

I partecipanti a gruppi di Libroterapia possono anche ottenere una maggiore comprensione empatica degli altri (Adler & Foster, 1997; Pardeck & Pardeck, 1998a) e un apprezzamento maggiore di culture diverse, punti di vista ed esperienze vissute (Bernstein & Rudman, 1989), la riduzione di emozioni negative, stress, ansia e solitudine.

Il libro diventa “un altro luogo” che può essere anche condiviso da paziente e terapeuta, in chiave  simbolica, perchè un libro si legge “altrove”, fuori dallo studio del terapeuta, ma la lettura del testo non è al di fuori del contesto terapeutico e soprattutto della relazione  terapeutica.

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LA FERITA PIU’ ANTICA

amore e compassione

(…) Da un punto di vista sociale, la ferita dei non amati è legata alle “vaghe negazioni” che l’individuo fa proprie per apatica sottomissione alle regole dettate da famiglia, nazione, cultura e religione, ossia al rifiuto di quegli aspetti dell’espressione umana che la società non accetta. Questa sottomissione forzata viene trasmessa ai figli, che prima soffrono, quindi tacciono e infine, come i genitori, fanno soffrire altri.

Nel suo studio sul magnetismo, Peter Sloterdijk definisce l’uomo civilizzato come palude di stagnante negatività.

Le regole sociali vengono allora riconosciute per quello che sono: convenzioni, che a differenza delle norme fisse, possono essere modificate quando si rivelano più dannose che utili.

Quanto più ci liberiamo dal sentimento di non essere amati, tanto più riusciamo a permettere che queste norme fossilizzate scoppino come pustole infette. Non essere amati è “normale”, poiché le norme non affermano gli aspetti determinanti di ciò che in noi e negli altri è degno di amore; al contrario, l’amore è “anomalo” in quanto accetta ciò che la norma rifiuta.

(…) Poiché la fedeltà alle regole e la carenza d’amore sono legate tra loro, lo studio dell’analista, non può essere un luogo di fuga dalle realtà sociali. Al contrario, deve diventare un luogo in cui l’individuo diviene più consapevole di se stesso come punto d’incontro tra quanto gli è proprio e quanto proviene dall’esterno. Solo in questo modo si possono aprire nuovi spazi per quegli aspetti di umanità finora rifiutati.

(…) La vergogna scaturisce laddove vi sono punti di conflitto tra individuo e società. Non amiamo ciò che ci fa vergognare: lo nascondiamo; temiamo di essere disonorati, disprezzati e respinti.

Questa vergogna non va confusa con il naturale pudore, la riservatezza di cui abbiamo bisogno, la ricerca naturale dell’intimità.

(…) E’ difficile resistere alle parole che provengono dal nostro intimo, proprio com’è difficile reggere uno sguardo. Chi da bambino non è stato amato[1] trova difficile amarsi sotto lo sguardo di un’altra persona: continua a sentirsi non amato, anche quando è vero il contrario. E’ una verità che vale anche per chi è stato amato troppo o nel modo sbagliato. La carenza d’amore si cela dietro molte maschere. LA FERITA DEL NON AMATO E’ LA FERITA DELL’ESSERE UOMO!!

Quando invece riusciamo a rimanere nel campo magnetico di uno scambio di sguardi, diveniamo vitali e creativi. E’ possibile imparare a reggere la tensione dal punto critico in cui si decide il tutto, ad andare avanti conservando l’energia e la gioia di vivere.

(…) il principio “conosci te stesso” dovrebbe essere integrato dal principio “ama te stesso”, poiché a livello psicologico conoscenza e amore sono INSCINDIBILI – INSEPARABILI.

Possiamo riconoscere la persona non amata dal fatto che rispecchia gli altri laddove non conosce e non ama se stessa.

E ci perdiamo nei giochi del “non amore”:

  • Ancora la persona sbagliata!
  • Pur di essere amato … (dipendenza)
  • Io ti amo! Amami anche tu! (soffocamenti e pretese)
  • Non credo che tu mi ami (sensi di colpa/istinti di redenzione)

da:  Peter Schellenbaum “la ferita dei non amati, Red Edizioni, 1991

 Peter SchellenbaumPeter Schellenbaum è uno psicoanalista e scrittore di saggistica svizzero che ha istituito la psicoenergetica, un metodo psicoterapeutico  che mira a un’integrazione coerente dei processi mentali e fisici .

Ha studiato teologia e ha lavorato come cappellano studente a Monaco di Baviera . Si è formato in Psicologia Analitica seguendo C. G. Jung presso l’ Institute di Zurigo, e dove ha lavorato come analista didatta , ricercatore e docente . Dal 1993 dirige una scuola di formazione di psicoterapia  in Svizzera .
La concezione psicoterapeutica di Schellenbaum si espande a partire dalla psicologia del profondo di C.G.  Jung e fino all’ approccio della fisica . Da quest’ ultimo ha sviluppato il metodo di psicoenergetica o corpo – psicoterapia. Le sue opere permettono di attingere a questo metodo in modo piuttosto frammentario e processuale, dal momento che l’attività psicoterapeutica  è  ” vivificante “! Infatti, la  ” (…)  Psicoenergetica porta l’esperienza e l’intuizione che tutto – ma proprio tutto – ciò che una persona sta facendo si esprime in immagini o gesti.  La persona può apparire  irritabile o malata, ma ha un’ unica fonte di energia con la quale si esprime e che concorda con se stess0.” ( P. Schellenbaum, Il no in amore. Dipendenza e autonomia nella vita di coppia, Red Ed., Como (tr. it.) (1992) Prendi il tuo lettuccio e cammina!) .


[1] Da persone psicologicamente illuminate quali siamo, raccontiamo senza inibizioni che da bambini siamo stati lasciati soli in questa o quell’occasione, che non siamo stati compresi, che i genitori erano troppo rigidi o avevano pretese eccessive, che erano incapaci d’interessarsi alle nostre particolari inclinazioni, e così via. TUTTAVIA LA CARICA DI ENERGIA E’ PIU’ FORTE DI QUELLO CHE POSSONO ESPRIMERE LE PAROLE. E così, proseguendo il nostro tortuoso cammino, ci nascondiamo la chiara e semplice verità: ”Non sono stato amato e continuo a non esserlo

Bert Hellinger: integrazione ed individuazione

Bert Hellinger

Bert Hellinger è nato nel 1925, ha studiato filosofia, teologia e pedagogia. Ha lavorato per 16 anni in qualità di membro di un ordine missionario cattolico presso gli Zulù in Sudafrica. Poi é diventato psicoanalista e ha sviluppato la sua forma delle costellazioni familiari sotto l’influenza della dinamica di gruppo, della terapia primaria, l’analisi transazionale e vari processi di ipnoterapie. Oggi Bert Hellinger attira l’attenzione di tutto il mondo. Il suo metodo delle Costellazioni familiari è applicato in molti ambiti diversi. Per esempio nella psicoterapia, nella consulenza dell’organizzazione aziendale, nella medicina, nel counselling, nella formazione di consulenti e nella cura dell’anima nel senso più ampio del termine.

La sua evoluzione e crescita personale gli rese palese come non potesse più a lungo sostenere il ruolo di sacerdote e così, dopo 25 anni e con una decisione precisa e risoluta, abbandonò il sacerdozio e nel 1969 tornò in Europa, dove iniziò un corso di psicoanalisi a Vienna ed incontrò la sua futura moglie, Herta. Visitò Arthur Janov negli Stati Uniti e si formò sulla Primal Therapy   con Janov stesso ed il suo assistente, tra Los Angeles e Denver. La comunità psicoanalitica di Vienna si dimostrò, in quei tempi, poco propensa verso l’approccio di Janov, che includeva esperienze terapeutiche di tipo corporeo. Pertanto Hellinger si trovò di nuovo di fronte alla cruciale domanda su cosa, per lui, fosse più importante: la lealtà al gruppo oppure l’amore per la verità e la ricerca? La sua separazione dal gruppo psicoanalitico viennese divenne così inevitabile. Comunque, la sua abilità nella psicoterapia corporea rimase a lungo un elemento essenziale nel suo lavoro, anche dopo che la sua affiliazione con Janov aveva smesso di essere fruttuosa.

Molte altre scuole terapeutiche hanno influenzato i canoni del suo lavoro. Si interessò della terapia della Gestalt attraverso Ruth Cohen e Hilarion Petzold e tramite loro incontrò Fanita English, che lo fece avvicinare all’ Analisi Transazionale (AT) ed al lavoro di Eric Berne. Insieme con la moglie Herta, integrò quanto aveva già appreso sulle dinamiche di gruppo e sulla psicoanalisi con la Terapia Gestaltica, la Primal e l’Analisi Transazionale. Il suo lavoro sulla “analisi dei copioni” (di matrice berneana) si basa sulla scoperta che alcuni copioni familiari funzionano passando anche di generazione in generazione, attraverso i sistemi parentali e familiari. Anche le dinamiche della “identificazione” o meglio di “irretimento” divennero gradualmente chiare durante questo periodo. Il libro di Ivan Boszormenyi-Nagy “Invisible Bond” gli fornì un importante contributo nel tracciare le linee fondamentali delle cosiddette “fedeltà nascoste” (gli “irretimenti”) e del bisogno di un equilibrio tra il dare e l’avere all’interno delle famiglie.

Anche elementi dello psicodramma di Jacob Levi Moreno e di scultura familiare di Virginia Satir confluiscono nella sua preparazione. Approcciò la Terapia familiare sistemica con Ruth McClendon e Leslie Kadis; anche tramite loro è arrivato alle sue Costellazioni Familiari. Dichiarò che, dapprincipio, non comprese fino in fondo il loro lavoro, ma assunse comunque la decisione di voler lavorare in maniera sistemica, per far sviluppare al meglio il suo percorso. Solo dopo un anno si accorse di aver già applicato naturalmente il metodo sistemico nelle sue terapie. Leggendo l’articolo di Jay Haley sul “triangolo perverso” addivenne alla scoperta dell’importanza della “gerarchia nella famiglia”. Lavorando con Thea Schönfelder in merito alle terapie familiari si accostò all’ Ipnositerapia di Milton Erickson ed alla Programmazione neuro linguistica (PNL) di Richard Bandler e John Grinder. Anche la “Provocative Therapy” di Frank Farrelly ha avuto su di Hellinger un’influenza importante, così come la “Holding Therapy“ sviluppata da Jirina Prekop. L’elemento più rilevante desunto dalla PNL è l’attenzione posta nel cercare di lavorare con le risorse del cliente, con le sue capacità, per andare alla ricerca della soluzione dei suoi problemi, piuttosto che addentrarsi nel trovare i motivi, le cause prime dei problemi stessi. Il suo uso di storie nella terapia è un chiaro riconoscimento a Milton Erickson; “Le Due Misure della Felicità” è la prima storia che fu da lui raccontata in terapia.

Il particolare contributo di Hellinger è il modo unico con cui ha integrato elementi diversi di psicoterapia.

Rilevante la sua fiducia nella capacità di ognuno nel saper ascoltare “l’autorità della propria anima” che, anche se non infallibile, Hellinger dichiara che è l’unico vero baluardo che ognuno ha verso le lusinghe delle false autorità. Come per il filosofo Martin Heidegger, la base del lavoro di Bert Hellinger risiede nella sua insistenza sul “vedere ciò che è“ (opposta alla cieca accettazione di ciò che ci viene detto) in combinazione con una non vacillante “lealtà e fiducia nella propria anima”.

Recentemente (2007-2008), Bert Hellinger propone una evoluzione delle proprie tecniche con le cosiddette “costellazioni dello spirito”.

Bibliografia in italiano:

  • Bert Hellinger L’amore dello spirito Tecniche Nuove,2010.
  • Bert Hellinger Ciò che      agisce Accademia Edizioni,2008.
  • Bert Hellinger Felicità      condivisa nelle costellazioni familiari Tecniche Nuove, 2008
  • Bert Hellinger Nella quiete      e nella gratitudine. In armonia con la vita Accademia Edizioni, 2007
  • Bert Hellinger Gli ordini      dell’aiuto. Aiutare gli altri e migliorare se stessi Tecniche Nuove,      2007
  • Bert Hellinger Storie      d’amore tra uomo e donna, genitori e figli, noi e il mondo Tecniche      Nuove, 2007
  • Bert Hellinger Amore a      seconda vista. Una visione sistemica della coppia secondo le costellazioni      familiari Accademia Edizioni, 2006
  • Bert Hellinger Il grande      conflitto. La psicologia della distruttività e le strade per la      riconciliazione Apogeo, 2006
  • Bert Hellinger; Ten Hövel      Gabriele Il lungo cammino. Intervista con il padre delle Costellazioni      Familiari Tecniche Nuove, 2006
  • Bert Hellinger Costellazioni      familiari. Aneddoti e brevi racconti Tecniche Nuove, 2005
  • Bert Hellinger Ordini      dell’amore. Un manuale per la riuscita delle relazioni Apogeo, 2004
  • Bert Hellinger; Ten Hövel      Gabriele Riconoscere ciò che è. La forza rivelatrice delle      costellazioni familiari Apogeo, 2004
  • Bert Hellinger; Hunter      Beaumont; Gunthard Weber I due volti dell’amore. Come far funzionare      l’amore nei rapporti affettivi Crisalide, 2002

Fonte Wikipedia

Racconto di alcune sedute di psicoterapia: elaborando un lutto

di Maria Grazia Letizia  

(Luglio-ottobre 1996)

Nell'acqua salata

La mia ipotesi sulla salvezza è che essa non sia una via a senso unico o giocata su una sola dimensione. Può essere considerata come un avvenimento, una condizione in cui per salvarsi bisogna fermarsi, come in una stazione ed attendere.

Certo, sei nero/a dentro! Ma anche ti senti come se fossi di plastica e senti il vuoto, il nulla che ti avvolge e ti lega da testa a piedi come sarebbe con una grossa fune.

Divieni stremato dalla fatica di stare ed essere nel nulla e presto sei immerso in un bagno di lacrime, di acqua salata. Liberarti è veramente arduo!

Tuttavia  “(…) esso [il sale] rappresenta il principio femminile di Eros, che mette tutto in relazione [..] Accanto al suo umidore lunare e alla sua natura terrestre, le proprietà più evidenti del sale sono il sapore Amaro e la Saggezza.

Il sale in quanto portatore di questa fatale alternativa, è coordinato con la natura della donna.[..]Una conferma della nostra interpretazione del sale come Eros (cioè come rapporto di sentimento) è data dal fatto che il sapore amaro è l’origine dei colori” (cit. Carl Gustav Jung, Opere)

E così, è chiaro perché, a poco a poco, la tua sensibilità ti sarà restituita dagli odori e dagli aromi prima pungenti, amari e speziati poi, a scala, verso la dolcezza (aromaterapia).

E cammini e vivi come hai sempre fatto, ma questo richiede più forza: con lo stesso passo, la stessa voce, lo stesso sguardo … ma ti devi impegnare affinché non si veda (o quasi) la differenza!

Ma no, non è più lo stesso! La vita non può essere trascinata con una forzatura, una finzione, una forma per gli altri. Chiaro che ogni regola è messa in discussione e deve misurarsi con questa dimensione.

Le regole sono per l’uomo e la sua vita, oppure la vita e l’uomo per le regole?

Fermati e ascolta!

Poi, dalla pelle ed attraverso di essa, ti salvano le sensazioni: il calore del contatto fisico, umano e sensuale , dove trovi ristoro,  e recuperi energia allo stato puro. Poi, i colori, ma prima i suoni e ti salva la musica che è solo tua perché la componi improvvisando o ricercandola liberamente, accostando le melodie esterne compatibili con lo stato interiore! (musicoterapia)

Ora che hai ri-scoperto le emozioni, il nero che hai dentro, si può trasformare, con il rosso del tuo stesso sangue, in marrone e poi con gli altri umori ricomponi  la scala cromatica, dall’arancio, fino al verde, al blu,  al giallo, ecc.. (cromoterapia)

Se non hai allucinazioni, a volte arrivano pensieri e sogni allucinanti, con immagini da fotografare e filmare per sempre nella memoria. E, di nuovo, si colora il tuo sguardo sul mondo … e scopri che sei innamorato/a già da un po’ e sembra impossibile. Un’ amore impossibile, imprevisto, un dono caduto dal cielo. Ora puoi scrivere i tuoi sogni (prosa o poesia) in un diario e leggere ogni libro a cui puoi accostarti.

I miei diari

Eros ripara sempre quello che Thanatos  distrugge!

Ma in tutto questo processo non vai avanti da solo/a: tutto ciò sarebbe impossibile! Sei guidato/a dall’interno e vai avanti, cammini senza tabelle di marcia, seguendo immancabilmente l’intuito. Accenni tentativi, movimenti, risposte, spostamenti. Ti ribelli, accetti, cadi, piangi, ti disperi, urli. Poi ti rialzi e cammini, sei qualche passo più avanti ma anche più in alto. E ancora, ancora e ancora!

Ed ecco che ritrovi il tuo spirito, l’umorismo e l’ironia che a poco a poco allenta la stretta della fune che ti avvolge. Sei sopravvissuto e ti puoi permettere le sfide e le provocazioni. Respiri e vivi con una tale energia di fuoco che potresti dire: “se incontrassi il diavolo gli chiederei se vuole accendere!!”, ma anche incontrando per strada un gatto nero: “Altolà, bello! Se attraversi la mia strada vai giù stecchito sul colpo!” Così, riscopri il puro gioco, il divertimento e le risate di fronte ai fatti assurdi e paradossali che emergono nella vita quotidiana.

Già non piangi più, sei fuori dal bagno di lacrime, all’asciutto, ferma a quella stazione ed aspetti ma non sai cosa, infatti aspetti “qualcuno” ma non lo sai ancora!

Sembrava l’uscita dal tunnel ma un giorno il tuo corpo improvvisamente sembra andare in mille pezzi e pensi “ecco questa è la pazzia!”, puoi quasi contarne le parti che … a sorpresa, già respiri meglio, finisci di tremare e ti senti tutto/a intero/a come non mai.

La fune, ormai asciutta, a cui ti eri abituato/a e che non sentivi più, ecco che si è srotolata ai tuoi piedi e ti liberi come da  “un cordone ombelicale”.

Ora  dalla terra, attraverso i piedi e le gambe, riprendi nuova energia che nutre e riempie il tuo corpo e ti muovi e senti che quel qualcuno che aspettavi sei proprio tu che puoi ancora vivere con pienezza la tua vita.

percorso

Madreblu – La vera entità

Una nuova teoria sul disturbo dell’umore depressivo

                                                  foto di Benoit Paillé
 

Per decenni la teoria dominante è stata che i farmaci  antidepressivi funzionavano alzando i livelli di serotonina il cui segnale, nelle persone depresse, risulta indebolito a causa di uno squilibrio chimico nei neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, norepinefrina) responsabili della comunicazione dei neuroni (cellule nervose). Farmaci come il Prozac ed il Paxil, alzando quei livelli, rafforzerebbero i segnali amplificando la comunicazione tra le cellule.

Oggi questa teoria è stata ampiamente criticata poiché la tesi dello squilibrio chimico non spiega la vera eziopatogenesi della depressione. Infatti, negli ultimi quarant’anni, la scienza ha preso in esame alcune ipotesi alternative che mettono in evidenza come altre variabili entrano in gioco nel causare il disturbo dell’umore della depressione.

Lo scienziato Andrew Solomon definì la depressione un “difetto d’amore”: gradualmente viene a mancare l’amore per se stessi (sensi di colpa, vergogna, fantasie suicide), l’amore per gli altri (attribuzione di colpe, aggressività, accuse) e perfino il desiderio d’amore (letargia, ripiegamento su se stessi, apatia). Questi erano considerati sintomi esteriori del cattivo funzionamento dei neurotrasmettitori. E come scrive Solomon “l’opposto della depressione non è la felicità, ma la vitalità”.

A produrre una nuova teoria è stata una linea di ricerca completamente diversa. Alla fine degli anni ’80 il neuro scienziato Fred Gage cominciò ad interessarsi ad una questione che fino ad allora era stata considerata marginale nel problema della depressione: il cervello umano adulto produce nuove cellule nervose? All’epoca i neurobiologi erano convinti che nel cervello adulto non ci fosse sviluppo di neuroni. Una volta formati durante l’infanzia, i circuiti neurali rimanevano fissi ed immutabili. Gage e altri scienziati rivisitarono vecchi esperimenti e scoprirono che, in realtà, i neuroni si formano ancora in età adulta ma soltanto in due zone specifiche del cervello: nel bulbo olfattivo, dove vengono registrati gli odori, e nell’ippocampo, l’organo che controlla la memoria ed è funzionalmente collegato alle zone del cervello che regolano le emozioni. L’equipe di scienziati continuò questi esperimenti studiando i fattori, per esempio esperienze stressanti, che facevano aumentare i sintomi di ansia ed apatia, la diminuzione dei comportamenti avventurosi ed esplorativi e tutti i tratti presenti nel disturbo depressivo. Studiarono anche le condizioni contrarie, cioè gli stimoli dell’ambiente che suscitano interesse, attività, avventura, ricerca del piacere, verificando che questi stimoli funzionano come antidepressivi che attivano la crescita di neuroni nell’ippocampo.

Infine, segnalo l’interessante lettura dell’articolo del medico Siddhartha Mukherjee della Columbia University, sulla rivista Internazionale (29-5luglio 2012). Quest’ articolo, che prosegue la nuova linea di ricerca, più articolata, dinamica ed interessata ai processi,  mette in relazione diversi fenomeni (chimici e organici/dell’organizzazione cerebrale) per spiegare un disturbo dell’umore non solo quando si presenta nella sua massima gravità (spiegazione grossolana) ma individuandone variabili e meccanismi per i quali il disturbo stesso nasce e può essere reversibile cioè curato. Così oggi sappiamo con certezza che gli psicofarmaci sono una risposta artificiale a tale disturbo, mentre le emozioni e gli stimoli che elevano la vitalità sono rispettivamente la causa e l’effetto di uno stato di benessere dell’organismo che gode pienamente delle esperienze piacevoli e gratificanti. E’ così che  viene mantenuta un’ottimale produzione di neuroni nella zona dell’ippocampo ed è questo lo stato che tiene lontana la depressione. Ancora una volta si conferma quanto l’essere umano ed il suo ambiente s’influenzino reciprocamente sia positivamente (vitalità) che negativamente (depressione).

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