IL MIO DESIDERIO E’ IN CIO’ CHE AMO. PAROLA DI PSICOTERAPEUTA

 Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

“E’ nel momento in cui la parola del soggetto è più piena che io, analista, posso intervenire. Ma intervenire su cosa? Sul suo discorso. Ora, quanto più il discorso è intimo al soggetto, tanto più io faccio perno su questo discorso”.

Queste le parole che si leggono ne Il Seminario, il primo della serie che Jacques Lacan dedica all’ opera di Freud. Come si potrà notare dal titolo stesso, Gli scritti tecnici di Freud, Lacan prende spunto da alcuni articoli di Freud, riuniti all’epoca in Francia in una raccolta, che mettono l’accento sull’applicazione clinica della teoria freudiana. Per questo i temi trattati riguardano sostanzialmente la conduzione della cura, e quindi interessano chiunque si domandi da che posizione uno psicoanalista ed uno psicoterapeuta, aggiungo io, possa ascoltare e possa interloquire con colui che si rivolge a lui, il paziente. Perchè sappiamo che ogni sintomo è una forma di comunicazione. Una comunicazione con un professionista che si muove in un setting con regole ben precise. Una di queste regole è che il terapeuta sia pagato per ascoltare il paziente. Non trascuriamo che egli è pagato per creare un dialogo significativo con il paziente.

Significativo sia nel senso che quel che viene detto ha un significato vero e non solo estetico, sia nel senso che la relazione che si crea diventa significativa per entrambi anche se da prospettive diverse.

Transfert e controtransfert sono eventi che sono a carico e sotto la responsabilità del terapeuta che anche per questo viene giustamente pagato.

Ma se quel che viene detto al paziente non fosse vero per il terapeuta, cioè non attiene alla sua scala di valori, allora secondo me, non abbiamo a che fare con un terapeuta-curante bensì con un terapeuta che si prostituisce e recita il suo ruolo ed esercita una tecnica perchè egli  “è pagato per questo”.

Dunque, cosa desidera il terapeuta se non la “guarigione” nel senso di una vita sana e sufficientemente equilibrata, integra, per il suo paziente?

Ci si aspetta perciò che egli si metta in gioco seriamente con i propri veri sentimenti e valori e consenta al paziente d’immergersi come in un “bagno termale”.

Uno degli assunti teorici che Aldo Carotenuto metteva al primo posto nella sua pratica analitica era che non esistono assunti teorici e che le molteplicità di tecniche che da essi derivano dipendono unicamente dal tipo di personalità dell’analista, teorie e tecniche servono per dare sicurezza al terapeuta stesso che ha bisogno di un punto di riferimento, ma nella pratica clinica, nella relazione col paziente, non hanno nessun valore terapeutico. Ogni analista ha la sua tecnica che a sua volta varia a seconda del paziente con cui lavora, quello che invece è veramente importante, ma che non sempre avviene, è il fatto che dovrebbe mettere se stesso in gioco secondo il detto alchemico Ars requirit totum nomine: L’arte richiede un uomo intero!

Lo psicoterapeuta, ritiene ancora Carotenuto, ha i pazienti che si merita. Il che andrebbe ulteriormente considerato dal punto di vista della sincronicità. E allora accade che, con uno psicoterapeuta prossimo a vivere le proprie ossessioni, fobie, depressioni, siano pronti a entrare in analisi pazienti ossessivi, fobici, depressi. Un monito, questo della sincronicità, per lo psicoterapeuta. Se non attraversa i propri fantasmi sino alla fine, come può pensare che il paziente attraversi i propri? Carotenuto la chiama la psicopatologia dell’analista. Certo, appunto di questo si tratta. La mia psicopatologia alimenta la sincronicità. Mi prepara, per così dire, all’incontro. Il setting è un potente attivatore di sincronicità.

Il terapeuta può anche essere paragonato ad un istruttore di nuoto e non può nè simulare, nè barare, nè restare sul trampolino o a bordo vasca. Egli entra con il paziente nel processo terapeutico e rivela tutto ciò che è necessario al paziente per permettergli di stare prima “a galla” e poi “nuotare”, nel senso di saper condurre tutta la sua vita e tutto ciò che gli accade: comprendere i suoi bisogni, i suoi desideri e ciò che ama. Rivela quel che è necessario per farlo pacificare con se stesso; fargli avvistare e conseguire la sua felicità, cioè, quello stato interiore fatto di serenità, soddisfazione, attesa, pienezza, ma sopratutto accettazione di quel che la vita gli passa momento per momento.

Comprendere tutto questo però è possibile a patto di dirsi-dire  la verità o ciò che crediamo vero onestamente, altrimenti cadiamo in una forma di prostituzione, simulazione, che oggi si può realizzare anche on line con il computer ma anche cercando (con ottimi risultati)  su Google!!

Il terapeuta si prende dunque l’onere anche emotivo della relazione con il paziente e, poichè queste emozioni sono sia positive che negative, egli percepisce un onorario professionale che sta lì simbolicamente a ricordargli che lui ha la responsabilità della fine e del fine della psicoterapia. Perciò, se sarà necessario, userà quell’onorario anche per una sua supervisione.

Se il terapeuta ama questo lavoro, deve imparare e sapere come distinguere fra vita e terapia. Per il bene del paziente, dovrà saperlo portare fuori dal suo studio per tempi via via più lunghi e poi definitivamente aspettarsi di non vederlo più perchè, l’equilibrio raggiunto, sta ora in dinamica con la sua vita che finalmente è nelle sue stessi mani, come deve essere.

Per riuscire in tutto questo, la parola del terapeuta deve essere un linguaggio trasparente, chiaro, che dica ciò che vuol dire. Quando il suo dire comprenderà concetti complessi, usi pure le metafore, la mitologia, altri racconti simbolici, prescrizioni, ingiunzioni paradossali o provocazioni strategiche! Questo insegnerà al paziente un altro livello della comunicazione umana, senza dover dire che il paziente si ferma sul piano letterale della comunicazione; oppure, smentirà la credenza pseudo-scientifica secondo cui gli uomini e donne parlano e non s’intendono perchè gli uomini sono diretti e le donne esprimono il contrario di quel che pensano!

La parola dello psicoterapeuta ha il potere d’illuminare il contesto terapeutico o viceversa trasformarlo in una Torre di Babele.

« La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni » (P.W.)

BIBLIOGRAFIA

  • Giorgio Antonelli, Cosa è uno psicoterapeuta, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • Giorgio Mosconi, Rispecchiandosi, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, p 62
  • J.-A. Miller, L’esperienza del reale nella cura psicoanalitica, in: La Psicoanalisi n. 30-31, p. 179
  • Loriedo, C., Nardone, G., Watzlawick, P., Zeig, J.K., Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, 2002
  • Nardone, G., Watzlawick, P.,  L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1990
  • Nardone, G., Loriedo C., Zeig J., Watzlawick P., Ipnosi e terapie ipnotiche, Ponte alle Grazie, 2006
    Watzlawick, P., Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie,  2007
  • Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D., Pragmatica della comunicazione umana,  Astrolabio, 1967
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R.,  Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, 1974
  • Watzlawick, P., La realtà della realtà. Roma, Astrolabio, 1976
  • Watzlawick, P.,  Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, Feltrinelli, 1977
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H.,  La prospettiva relazionale, Astrolabio, 1978
  • Watzlawick, P.  Il codino del barone di Munchhausen. Ovvero: psicoterapia e realtà. Saggi e relazioni, Feltrinelli, 1991
  • Watzlawick, P., Nardone, G. (a cura di), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina, 1997

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LA FERITA PIU’ ANTICA

amore e compassione

(…) Da un punto di vista sociale, la ferita dei non amati è legata alle “vaghe negazioni” che l’individuo fa proprie per apatica sottomissione alle regole dettate da famiglia, nazione, cultura e religione, ossia al rifiuto di quegli aspetti dell’espressione umana che la società non accetta. Questa sottomissione forzata viene trasmessa ai figli, che prima soffrono, quindi tacciono e infine, come i genitori, fanno soffrire altri.

Nel suo studio sul magnetismo, Peter Sloterdijk definisce l’uomo civilizzato come palude di stagnante negatività.

Le regole sociali vengono allora riconosciute per quello che sono: convenzioni, che a differenza delle norme fisse, possono essere modificate quando si rivelano più dannose che utili.

Quanto più ci liberiamo dal sentimento di non essere amati, tanto più riusciamo a permettere che queste norme fossilizzate scoppino come pustole infette. Non essere amati è “normale”, poiché le norme non affermano gli aspetti determinanti di ciò che in noi e negli altri è degno di amore; al contrario, l’amore è “anomalo” in quanto accetta ciò che la norma rifiuta.

(…) Poiché la fedeltà alle regole e la carenza d’amore sono legate tra loro, lo studio dell’analista, non può essere un luogo di fuga dalle realtà sociali. Al contrario, deve diventare un luogo in cui l’individuo diviene più consapevole di se stesso come punto d’incontro tra quanto gli è proprio e quanto proviene dall’esterno. Solo in questo modo si possono aprire nuovi spazi per quegli aspetti di umanità finora rifiutati.

(…) La vergogna scaturisce laddove vi sono punti di conflitto tra individuo e società. Non amiamo ciò che ci fa vergognare: lo nascondiamo; temiamo di essere disonorati, disprezzati e respinti.

Questa vergogna non va confusa con il naturale pudore, la riservatezza di cui abbiamo bisogno, la ricerca naturale dell’intimità.

(…) E’ difficile resistere alle parole che provengono dal nostro intimo, proprio com’è difficile reggere uno sguardo. Chi da bambino non è stato amato[1] trova difficile amarsi sotto lo sguardo di un’altra persona: continua a sentirsi non amato, anche quando è vero il contrario. E’ una verità che vale anche per chi è stato amato troppo o nel modo sbagliato. La carenza d’amore si cela dietro molte maschere. LA FERITA DEL NON AMATO E’ LA FERITA DELL’ESSERE UOMO!!

Quando invece riusciamo a rimanere nel campo magnetico di uno scambio di sguardi, diveniamo vitali e creativi. E’ possibile imparare a reggere la tensione dal punto critico in cui si decide il tutto, ad andare avanti conservando l’energia e la gioia di vivere.

(…) il principio “conosci te stesso” dovrebbe essere integrato dal principio “ama te stesso”, poiché a livello psicologico conoscenza e amore sono INSCINDIBILI – INSEPARABILI.

Possiamo riconoscere la persona non amata dal fatto che rispecchia gli altri laddove non conosce e non ama se stessa.

E ci perdiamo nei giochi del “non amore”:

  • Ancora la persona sbagliata!
  • Pur di essere amato … (dipendenza)
  • Io ti amo! Amami anche tu! (soffocamenti e pretese)
  • Non credo che tu mi ami (sensi di colpa/istinti di redenzione)

da:  Peter Schellenbaum “la ferita dei non amati, Red Edizioni, 1991

 Peter SchellenbaumPeter Schellenbaum è uno psicoanalista e scrittore di saggistica svizzero che ha istituito la psicoenergetica, un metodo psicoterapeutico  che mira a un’integrazione coerente dei processi mentali e fisici .

Ha studiato teologia e ha lavorato come cappellano studente a Monaco di Baviera . Si è formato in Psicologia Analitica seguendo C. G. Jung presso l’ Institute di Zurigo, e dove ha lavorato come analista didatta , ricercatore e docente . Dal 1993 dirige una scuola di formazione di psicoterapia  in Svizzera .
La concezione psicoterapeutica di Schellenbaum si espande a partire dalla psicologia del profondo di C.G.  Jung e fino all’ approccio della fisica . Da quest’ ultimo ha sviluppato il metodo di psicoenergetica o corpo – psicoterapia. Le sue opere permettono di attingere a questo metodo in modo piuttosto frammentario e processuale, dal momento che l’attività psicoterapeutica  è  ” vivificante “! Infatti, la  ” (…)  Psicoenergetica porta l’esperienza e l’intuizione che tutto – ma proprio tutto – ciò che una persona sta facendo si esprime in immagini o gesti.  La persona può apparire  irritabile o malata, ma ha un’ unica fonte di energia con la quale si esprime e che concorda con se stess0.” ( P. Schellenbaum, Il no in amore. Dipendenza e autonomia nella vita di coppia, Red Ed., Como (tr. it.) (1992) Prendi il tuo lettuccio e cammina!) .


[1] Da persone psicologicamente illuminate quali siamo, raccontiamo senza inibizioni che da bambini siamo stati lasciati soli in questa o quell’occasione, che non siamo stati compresi, che i genitori erano troppo rigidi o avevano pretese eccessive, che erano incapaci d’interessarsi alle nostre particolari inclinazioni, e così via. TUTTAVIA LA CARICA DI ENERGIA E’ PIU’ FORTE DI QUELLO CHE POSSONO ESPRIMERE LE PAROLE. E così, proseguendo il nostro tortuoso cammino, ci nascondiamo la chiara e semplice verità: ”Non sono stato amato e continuo a non esserlo

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