L’ordine e la stabilità della vita stanno nella sua struttura problematica

Rene Magritte - La nuit de Pise (litografia)

Rene Magritte – La nuit de Pise (litografia)

Ignacio Matte Blanco in Pensare, sentire, essere : riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo (Einaudi, 1995)  dice che le emozioni e l’inconscio sono strutture bi-logiche, ovvero contengono una logica simmetrica, espressione del modo indivisibile. L’emozione può essere considerata come un oggetto mentale che contiene elementi troppo complessi per essere compresi dalla logica tridimensionale, e quindi non può essere tradotta fedelmente in linguaggio verbale.  Tuttavia, se i contenuti del nostro inconscio sono inaccessibili alla nostra coscienza, le emozioni rientrano anche nella sfera della nostra consapevolezza e, sia pure parzialmente, siamo in grado di pensarle, ovvero ridurle ad eventi, cioè in oggetti tridimensionali.

Poiché il pensiero pensa soprattutto attraverso immagini, l’unico modo che ha per “vedere” qualcosa che non si limita a tre dimensioni è quello di appoggiarsi ad un’unica immagine, che sia in grado sia di suggerire sia di sintetizzare ciò che non può essere visto nella sua interezza, e di essere contenuta dai limiti angusti della coscienza. Lo psicoanalista ci porta un esempio che può rendere più facile la comprensione. “Si racconta che, mentre si recava quotidianamente da casa sua al Center of Advanced Studies di Princeton, Einstein fece amicizia con una ragazzina che faceva ogni giorno la sua stessa strada. A un certo punto egli iniziò ad aiutarla nei suoi studi di matematica. È molto probabile che, nello spiegare gli elementi della matematica, Einstein usasse un linguaggio che, per un esperto, conteneva profonde intuizioni sull’ argomento. È altrettanto probabile che almeno alcune di queste intuizioni non espresse non fossero colte dalla ragazzina che probabilmente “comprendeva” i concetti elementari, in modo diverso da come avrebbe potuto assumerle da un insegnante meno profondo”.

Come la bambina non era in grado di comprendere completamente le intuizioni di Einstein, così la nostra mente tridimensionale è incapace di assumere un oggetto troppo complesso, di dimensioni superiori a tre. Si può trattare di un oggetto mentale (un’emozione, un contenuto inconscio) o anche di un eventuale (ma non è detto che esista) oggetto fisico: in entrambi i casi si tratta di un oggetto che possiede un numero di dimensioni superiore a quelle che siamo in grado di comprendere coscientemente.

La nostra intelligenza può concepire spazi con dimensioni superiori alle tre dimensioni dello spazio geometrico,  ma si tratta di un modo di concepirli che non è un pensare strutturato nello spazio e nel tempo, ma un sentire che non appartiene alla logica classica aristotelica.

Il nostro pensiero dunque è limitato dalle categorie spazio-temporali, e perciò non può essere consapevole di più di una cosa per volta. Emerge subito l’impossibilità di cogliere esaustivamente tutte le sfumature che ci fanno sentire la vitalità delle nostre emozioni: per diventare consapevoli dell’emozione che stiamo provando in un dato momento, siamo costretti ad interrompere l’esperienza diretta di questa emozione per acquisire la consapevolezza che la stiamo provando. Questo non annulla la nostra emozione, ma la modifica. Ad esempio, se concentriamo intensamente la nostra attenzione sul dolore nello stesso istante in cui lo stiamo provando, probabilmente l’intensità del dolore diminuisce, visto che la nostra coscienza non riesce a contenere due oggetti alla volta (l’attenzione sul dolore e il dolore stesso). Viceversa, se tentiamo di non pensare al dolore nello stesso istante in cui lo stiamo provando, lo sentiremo più intensamente.

Tutte le emozioni dunque contengono “esperienze infinite”, poiché non abbiamo altro modo di interpretare attraverso le nostre strutture cognitive tridimensionali qualcosa che possiede un numero superiore di dimensioni. Alla luce di questa ipotesi, si può comprendere meglio per quale motivo per descrivere emozioni e sentimenti vengono spesso usate spesso metafore e linguaggi più evocativi, come quello poetico. Suoni, immagini e altri mezzi espressivi artistici, linguaggi non trasparenti che suggeriscono senza indicare esattamente contenuti, possono far riferimento ad una realtà non strettamente legata alla percezione tridimensionale.

Matte Blanco ha elaborato il concetto di antinomia fondamentale, cioè l’idea che la vitalità si realizza nella contraddizione della combinazione del modo eterogenico e indivisibile e che si esplicita in forme diverse: nel linguaggio filosofico e matematico  essa si esprime in paradossi e antinomie; nel linguaggio psicologico essa si esprime in sintomi, immagini oniriche e in tutte le formazioni di compromesso causate dalle esigenze pulsionali inconsce e in molti luoghi comuni della vita quotidiana.

Ancora, Matte Blanco analizza la difficoltà di esprimere in parole i propri sentimenti, difficoltà comune a tutti anche se in misura diversa, non solo nel caso in cui le emozioni sono vaghe e confuse, ma anche di fronte a quelle più forti e violente. Dunque, possiamo esporre con ordine e chiarezza i contenuti dei nostri pensieri e delle nostre percezioni, ma non siamo in grado di definire i nostri sentimenti. Quando lo facciamo, spesso siamo costretti a ricorrere a metafore, paragoni, illustrazioni che non sono certo precise. Uno dei luoghi in cui il nostro modo di essere mostra il suo nucleo antinomico è in questa impossibilità di tradurre in logica le nostre emozioni.

Tuttavia l’emozione viene percepita e quindi può essere comunicata con un linguaggio che utilizza il codice logico del pensiero: le parole. Le parole  tuttavia, sono un contenitore inadatto per le emozioni, ed è per questo motivo che per descrivere le emozioni è necessario ricorrere al linguaggio metaforico dell’arte. Un quadro o una poesia sono in grado di condensare numerosi contenuti, mentre una parola si riferisce in genere ad un singolo contenuto.

L’emozione perciò, seguendo questa ipotesi, sarebbe una struttura bi-logica, ovvero una costruzione mista di logica classica e simmetrica.  In altre parole, l’emozione è sostanzialmente diversa dal linguaggio della logica, non è definibile usando la logica classica e non è quantificabile in numeri. Certo, è possibile misurare le reazioni fisiologiche dell’organismo, ma finora non è stato possibile definire l’esperienza soggettiva dell’emozione, cioè le sue qualità, il suo ruolo nell’equilibrio psichico e nei rapporti interpersonali. Ad esempio con un poligrafo (macchina della verità) possiamo misurare l’intensità delle reazioni dell’organismo, ma non possiamo sapere con certezza le qualità e le motivazioni che sottendono tale reazione.

Chi può dire se un’emozione anche intensa è dovuta alla consapevolezza di mentire, alla paura, o al fatto che il soggetto sottoposto al poligrafo si stia mordendo la lingua? L’emozione “tende all’infinito” proprio perché non è misurabile in una quantità finita.

Diverse espressioni del linguaggio quotidiano possono rivelare in che modo le emozioni contengono l’esperienza dell’infinito.

Prendiamo ad esempio il comune sentimento di impotenza, tanto frequente nei momenti di sconforto. Matte Blanco osserva che l’espressione  comune “io non sono capace di fare niente” trascende i limiti della logica aristotelica ed abbraccia l’infinitamente piccolo. Analizzando il significato letterale di questa affermazione, ci accorgiamo che “non essere capaci di far nulla” equivale ad un grado d’ incapacità non raggiungibile da un essere umano. Infatti, l’espressione rimanda ad un livello d’ incapacità eccessivo rispetto   alla reale “piccolezza” delle capacità umane.

Ancora, Matte Blanco riprende l’esempio dell’innamoramento. Quale innamorato dirà di amare “per un certo tempo e in un determinato luogo”? Un innamorato giusto dichiarerà sempre di amare per sempre, e ovunque. L’emozione si inserisce nella categoria della quantità, sotto la forma di quantità infinita.

Nelle emozioni più intense, odio e amore, gioia e dolore, è abbastanza facile rintracciare “esperienze infinite”. Infatti, quando l’emozione è molto forte, tende ad invadere, espandersi e ricoprire l’intero campo della coscienza, mentre i confini spazio temporali si fanno molto sfumati. All’interno di queste esperienze, la logica classica conta ben poco. Secondo Matte Blanco l’infinito matematico non è altro che una traduzione incompleta in termini tridimensionali di un pensiero che opera in un numero di dimensioni superiore.

La logica classica dunque per parlare di sentimenti deve tradurli in una quantità infinita. In questo modo, essa compie un’operazione strettamente analoga all’appiattimento di una mela reale alle due dimensioni di un vassoio. Come la mela, schiacciata in un vassoio, produce una superficie bidimensionale molto estesa, che finisce col debordare dal vassoio, così il sentimento, traducendosi in logica, si moltiplica in espressioni di quantità infinite.

Bibliografia

Ignacio Matte Blanco, Pensare, sentire, essere : riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo, Einaudi, 1995

Ignacio Matte Blanco, L’ inconscio come insiemi infiniti : saggio sulla bi-logica, Einaudi, 1981

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L’anima dell’aiuto e la psicologia dei popoli

Cosa significa aiutare ?

Aiutare è un’arte ed è anche necessario immedesimarsi in chi cerca aiuto, mettersi nella prospettiva di ciò che gli corrisponde e ciò che, allo stesso tempo, va oltre, verso qualcosa di più ampio.

L’immagine primordiale dell’aiutare

L’immagine primordiale dell’aiutare è il rapporto fra genitori e figli, in particolare fra madre e figlio.             I genitori danno, i figli prendono. I genitori sono grandi, superiori e ricchi, i figli sono piccoli, bisognosi e poveri. Dal momento che genitori e figli sono legati da un profondo amore, fra loro dare e prendere può essere pressoché illimitato. Tuttavia lo sono solo finché i figli sono piccoli. Con il passare del tempo i genitori tracciano dei limiti contro cui i figli possono scontrarsi e maturare. I genitori sono meno affettuosi nei confronti dei figli? Sarebbero genitori migliori se non ponessero dei limiti? Oppure sono bravi genitori proprio perché pretendono dai figli qualcosa che li prepara a diventare adulti? Molti figli si arrabbiano con i genitori perché avrebbero preferito mantenere l’originaria dipendenza. Tuttavia è proprio ritraendosi e deludendo le aspettative che i genitori aiutano i propri figli a liberarsi della dipendenza e ad agire, passo dopo passo, sotto la propria responsabilità.

Solo così i figli assumono il proprio posto nel mondo degli adulti e si trasformano da coloro che prendono in coloro che danno. 

Aiutare come compensazione

L’aiuto è regolato dal bisogno di compensazione. Gli esseri umani dipendono dall’aiuto degli altri. Solo così possiamo svilupparci. Allo stesso tempo siamo anche predisposti ad aiutare gli altri. Chi non è necessario agli altri, chi non può aiutare, diventa solitario e intristisce. Aiutare non serve dunque solo agli altri, ma anche a noi stessi. Perciò, l’aiuto è generalmente reciproco.

Spesso le possibilità di compensare restituendo sono limitate, come ad esempio nei confronti dei genitori. Ciò che ci hanno donato è troppo grande per poterlo compensare dando a nostra volta. Quindi l’unica cosa che ci resta da fare è accettare ciò che ci viene donato ed esprimere il ringraziamento che viene dal cuore.

La compensazione, donando a nostra volta, e la conseguente liberazione sono possibili in questo caso solo trasmettendo ad altri, ad esempio ai figli, ciò che abbiamo ricevuto.

Dare e prendere avvengono dunque a due livelli. Fra pari si mantiene sullo stesso livello e richiede reciprocità. Nell’altro caso, fra genitori e figli o fra superiori e bisognosi, esiste un dislivello. Dare e prendere sono dunque un flusso che porta avanti ciò che ha in sé. Questo modo di dare e prendere è più grande. Tiene conto di ciò che viene dopo. Questo tipo di aiuto accresce l’importanza del dono. Colui che aiuta viene trascinato e legato in qualcosa di più grande, ricco e duraturo. Questo modo di aiutare presuppone che abbiamo prima ricevuto e accettato. Solo così sentiamo l’esigenza e la forza di aiutare gli altri, soprattutto se tale aiuto richiede un grande sforzo. Allo stesso tempo, presuppone che coloro che desideriamo aiutare abbiano bisogno e desiderino ricevere ciò che siamo in grado di donare. Altrimenti il nostro aiuto finisce nel vuoto. Divide invece di unire.

 La percezione speciale

Per poter agire nel rispetto degli ordini dell’aiutare, è necessaria una percezione speciale.

Questi “ordini” non vanno applicati in modo rigido o metodico; non devono orientarci a pensare, a riflettere o a riferirci ad esperienze passate, quanto piuttosto permetterci di esporci alla situazione specifica per comprendere l’essenziale, percepire in modo mirato e allo stesso tempo distaccato.  Questo tipo di percezione consente di orientarsi verso una persona senza aspettarsi nulla di preciso, tranne che comprenderla interiormente e stabilire il successivo passo da compiere. Questa percezione scaturisce dal raccoglimento. In esso si abbandonano la riflessione, gli obiettivi, le differenziazioni e le paure. Ci si apre a qualcosa che ci muove dall’interno: ai movimenti dell’anima.

Allora, percepiamo qualcosa che determina movimenti precisi, immagini e voci interiori e sensazioni insolite, al di là del nostro abituale modo di pensare. Ci guidano dall’esterno e, allo stesso tempo, all’interno. Percepire e agire coincidono. Questo tipo di percezione è dunque meno ricettivo e descrittivo, ma più produttivo. Porta all’azione e grazie a essa diventa più profonda. Il periodo in cui si è in grado di aiutare sulla base di tale percezione è generalmente breve. Si limita all’essenziale, mostra il passo successivo, sparisce velocemente e ci lascia presto alla nostra libertà. Poi, ognuno percorre la propria strada.

Questo tipo di percezione riconosce quando è opportuno aiutare e quando è dannoso, quando ostacola più che favorire, quando serve a lenire più la propria sofferenza che quella dell’altro. Ed è umile.

Primo ordine dell’aiutare

Il primo ordine dell’aiutare consiste dunque nel dare solo ciò che si possiede e nell’aspettarsi
e accettare solo ciò di cui si ha bisogno. Parallelamente, il primo disordine dell’aiutare inizia quando vogliamo dare ciò che non abbiamo e prendere ciò di cui non abbiamo bisogno. Oppure quando ci aspettiamo e pretendiamo dall’altro ciò che non ci può dare, perché non lo possiede.
Ma anche quando non dobbiamo dare qualcosa perché sottrarrebbe all’altro qualcosa che può o deve sopportare da solo. Dare e prendere hanno dunque dei limiti.
Riconoscere tali limiti e rispettarli fa parte dell’arte dell’aiutare. Questo modo di aiutare è umile. Spesso rinuncia ad aiutare di fronte alle aspettative e al dolore. Questa umiltà e questa rinuncia contraddicono molti punti di vista tradizionali sul giusto modo di aiutare ed espongono spesso il facilitatore ad accuse e attacchi.
 
Secondo ordine dell’aiutare
L’aiuto serve da una parte alla sopravvivenza e dall’altra allo sviluppo e alla crescita.
Sopravvivenza, sviluppo e crescita sono legati a particolari condizioni, sia interiori che esteriori.
Aiutare consiste dunque nel sottomettersi alle circostanze e nell’intervenire solo nella misura in cui esse lo consentono. Questo aiuto è discreto, ha forza.
In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel negare le circostanze invece di guardarle negli occhi insieme a chi ha bisogno di aiuto.
Voler aiutare opponendosi alle circostanze indebolisce sia colui che aiuta sia colui che si aspetta aiuto, oppure colui a cui viene offerto o addirittura imposto aiuto.
 
Terzo ordine dell’aiutare
Molti facilitatori, ad esempio nel campo della psicoterapia e nel sociale, credono di dover aiutare coloro che chiedono aiuto come fanno i genitori con i propri figli. Allo stesso modo, molti di coloro che hanno bisogno di aiuto si aspettano di essere aiutati come fanno i genitori con i figli, per ricevere a posteriori ciò che ancora si aspettano e pretendono dai genitori.
Passo dopo passo devono porre dei limiti a coloro che cercano aiuto e deluderli.
Colui che aiuta e colui che viene aiutato sono entrambi liberi.
Questo principio è realizzabile quando c’è l’ accettazione dei veri genitori perché consente a colui che aiuta di evitare in partenza il transfert fra figli e genitori. Se si rispettano nel proprio cuore i genitori delle persone che vengono aiutate, se si è in armonia con questi genitori e con il loro destino, le persone aiutate potranno anche incontrare i propri genitori in coloro che offrono aiuto.
Il terzo ordine dell’aiuto prevede dunque che il facilitatore si ponga da adulto di fronte a un adulto che cerca aiuto.
 
Quarto ordine dell’aiutare
Sotto l’influsso della psicoterapia individuale, coloro che aiutano affrontano spesso l’altro che richiede l’aiuto come individuo isolato. Anche in questo caso si correil rischio di creare un transfert fra figli e genitori. Tuttavia il singolo fa parte di una famiglia. Solo percependolo come membro di
una famiglia, chi aiuta si rende conto di chi l’altro ha bisogno e nei confronti di chi è in debito.  La realtà di chi ha bisogno di aiuto può essere percepita solo nel momento in cui lo si vede insieme ai genitori e agli antenati e magari anche con il partner e i figli.
In questo modo ci si rende conto di chi all’interno della famiglia ha bisogno del suo rispetto e del suo aiuto e a chi deve rivolgersi per comprendere quali passi deve compiere. Quindi colui che porta aiuto si deve immedesimare in modo non tanto personale quanto sistemico.

In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel non tenere in considerazione e non rispettare altre persone importanti che hanno in mano la chiave della soluzione.

Anche in questo caso si corre il rischio che questo modo sistemico di immedesimarsi venga giudicato duro da coloro che avanzano pretese infantili nei confronti di chi aiuta.

Chi invece cerca una soluzione in modo adulto percepisce il metodo sistemico come una liberazione e una fonte di forza.

Quinto ordine dell’aiutare

Il vero aiuto consiste nell’ unire ciò che prima era diviso. In questo senso è al servizio della riconciliazione, soprattutto con i genitori e gli antenati. La riconciliazione viene ostacolata dalla distinzione fra bene e male compiuta spesso da coloro che aiutano sotto l’influsso della coscienza e dell’opinione pubblica imbrigliata nei limiti di tale coscienza.
Ad esempio, quando un cliente si lamenta dei propri genitori, delle proprie condizioni di vita o del proprio destino e il facilitatore fa proprio tale punto di vista, si mette al servizio del conflitto e della separazione e non della riconciliazione.
Aiutare al servizio della riconciliazione è possibile solo se il facilitatore attribuisce un posto nella propria anima a ciò di cui il cliente si lamenta. In questo modo il facilitatore compie nella propria anima ciò che il cliente deve ancora portare a termine.
Il quinto ordine dell’aiutare è dunque l’amore nei confronti di tutti, così come sono, per quanto possano essere diversi da noi. In questo modo il facilitatore apre il proprio cuore. Diventa parte dell’altro.
Ciò che si è riconciliato nel suo cuore si riconcilia anche nel sistema del cliente.
In questo caso il disordine dell’aiutare è costituito dal giudizio nei confronti degli altri, che è generalmente una condanna ed è legato allo sdegno moralistico.
Chi aiuta veramente, non giudica.

Aiutare i popoli ad affrontare la povertà

Di conseguenza, l’aiuto diretto ai popoli più poveri deve tener conto dell’ordine in cui questo deve essere dato, poiché, altrimenti, esso può cadere nel vuoto, creare disordine sociale generando rivalità, aggressività, contesa, ingiustizia, devianza e perciò risultare addirittura dannoso anziché utile alla sopravvivenza, alla crescita, allo sviluppo.

Aiutare e prendersi cura dell’altro implica la capacità di essergli accanto. Ma chi è l’altro che incontro e scopro diverso da me? Perché accoglierlo? Per dovere? Per etica professionale? Per educazione? Le emozioni ed i sentimenti rivestono un ruolo fondamentale nelle relazioni. Negarli o volerli nascondere non consente a coloro che si dedicano all’attività di aiuto e/o di cura di agire un buon aiuto, una buona cura. Il rispetto, il riconoscimento e il dialogo sono requisiti indispensabili all’accoglienza, ma è l’ascolto, fra tutte, la facoltà che ci consente di entrare in contatto con il mondo dell’altro, un ascolto (per dirla con le parole di Simone Weil) in cui trovi posto il silenzio, l’attenzione, l’umiltà.

L’ ottocento, che fu il secolo delle espansioni coloniali da parte di alcuni Stati Europei (Inghilterra, Francia, Germania, ecc.), ci ha già dato testimonianza di modalità e comportamenti discutibili nell’invadere, nello scontrarsi, ma anche nell’incontrarsi con popolazioni diverse. L’indiscutibile approccio etnocentrico di questi Stati ha considerato e definito “primitivi” in modo frettoloso gli usi e costumi autoctoni solo perché le ha messe in riferimento diretto ai propri. In particolare, Simone Weil ci fa notare come la politica coloniale della Francia, pur ispirandosi a principi di libertà ed uguaglianza, negli anni del Fronte popolare e delle sinistre al potere, non fosse cambiata, perseverando nell’ opprimere popoli di altra storia e cultura in spregio delle loro identità e dignità, così come la Germania nazista aveva iniziato a fare nei confronti degli stessi popoli europei.

Tuttavia, nonostante la coercizione dello spirito colonialista, per molti avveduti uomini di pensiero, il seme della curiosità scientifica era stato gettato.

Si sviluppò l’antropologia culturale, con il programma scientifico di comparare le diverse culture in tutti i loro aspetti: religiosi, artistici, morali ecc.. Nacque un genuino interesse per “l’alterità”.

Wilhelm von Humboldt (1767-1835) coniò il temine “psicologia dei popoli” (volkerpsychologie) e propose l’interessante ipotesi che, popoli di lingue diverse, avrebbero immagini del mondo diverse. In altre parole, la lingua appresa andrebbe a incidere sulla formazione psichica degli individui: a lingue diverse corrisponderebbero psicologie diverse (detta anche ipotesi di Sapir-Whorf).

I veri fondatori della psicologia dei popoli furono tuttavia, il filosofo Moritz Lazarus (1824-1903), Hermann Steinthal (1823-1899) e lo stesso fondatore della scuola psicologica di Lipsia Wilhelm Wundt (1832-1921).  Wundt sarà l’autore di una poderosa opera in 10 volumi intitolata “psicologia dei popoli” (1900-1920), dove si cerca di studiare la “psicologia collettiva” nelle sue manifestazioni culturali permanenti.

Il loro proposito, solo parzialmente realizzato, era quello di studiare in modo comparato la cultura dei diversi popoli, al fine di scoprire le leggi che portano allo sviluppo del comportamento sociale.

Attraverso un’antropologia comparata, attraverso lo studio delle culture, delle religioni, dei linguaggi, dei miti, dei costumi e dell’arte, si sarebbe giunti, per questi autori, a conoscere importanti aspetti della psicologia umana.

Dunque, se la povertà di oggi viene osservata da un punto di vista macrosociale come un prodotto della storia socio-culturale, ed economico-politica, per superarla in modo equo e corretto, è necessario affrontarla con modalità e metodi che rispettino i contesti di vita di tale complessità.

I partecipanti alla Conferenza del CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei popoli) negli anni 2007-2008, hanno elaborato gli approcci e le priorità operative “Per i diritti e contro la Povertà”, studiando il ruolo degli aiuti nei contesti di crisi del mondo contemporaneo.

Il CISP ha altresì elaborato il proprio Codice di Condotta per i programmi di cooperazione internazionale, individuando le seguenti priorità:

1. I progetti sono finalizzati al soddisfacimento di bisogni effettivi delle popolazioni e  vengono definiti tenendo conto delle caratteristiche economiche, sociali e culturali dei diversi contesti. Questo significa, tra l’altro, esercitare una costante attenzione affinché tali progetti siano condotti nel rispetto delle culture locali.
 
2. La prassi di cooperazione aspira alla massima valorizzazione delle risorse tecniche, professionali e materiali locali. Questo comporta, ad esempio, che le funzioni assegnate al personale espatriato non devono mortificare o marginalizzare ruoli e apporti del personale locale, ma piuttosto promuoverne e valorizzarne le capacità. Rientra in questo quadro anche la promozione di forme ed azioni di cooperazione regionale Sud-Sud.
 
3. Le attività realizzate nei paesi terzi tendono a rafforzare, migliorare o, se necessario, modificare i piani di intervento nazionali, ma in nessun caso possono essere concepite senza tenerne conto. La cooperazione non può infatti sovrapporsi o sostituirsi alle istanze locali di pianificazione. Al contrario, solo agendo nel pieno rispetto del ruolo di tali istanze e dialogando con esse, la cooperazione può godere della autorità e del prestigio per negoziare – quando necessario – l’introduzione di correttivi nelle politiche e
 nei piani di intervento locali.
 
4. Per garantire una elevata efficacia dei progetti è necessario dedicare attenzione alla identificazione, pianificazione, monitoraggio e valutazione degli stessi. Queste attività devono essere realizzate con la partecipazione dei beneficiari e l’informazione elaborata in tale contesto deve essere loro restituita.
 
5. La professionalità costituisce un criterio deontologico fondamentale, che qualifica il rapporto tra il CISP, i paesi e le comunità presso i quali esso interviene e rappresenta una pre-condizione per l’affermazione di relazioni efficaci basate sulla collaborazione e sul rispetto reciproco.
 
6. Fermo restando il principio delle non ingerenza nella vita politica e religiosa dei paesi terzi, si considera opportuno promuovere, anche attraverso specifiche collaborazioni operative, il ruolo di istituzioni ed organismi la cui prassi concreta contribuisce a processi di sviluppo e democratizzazione. In questo quadro, si considera particolarmente importante la valorizzazione del ruolo delle associazioni femminili e di quelle che rappresentano gli interessi dei piccoli produttori e degli altri soggetti marginali (rifugiati, comunità indigene, minoranze etniche, ecc.).
 
7. Per ragioni di trasparenza, i governi, i partner e le comunità locali devono essere informati sulle fonti delle risorse che rendono possibile la realizzazione degli specifici progetti.
 
8. I progetti devono essere gestiti in modo tale da assicurarne la sostenibilità economica, sociale ed istituzionale e il perdurare dei benefici da essi indotti. La loro conduzione deve inoltre tenere conto della necessità di ottimizzare l’uso delle risorse finanziarie, affinché queste rechino il massimo beneficio possibile alle popolazioni locali.
 
9. Il coordinamento concreto tra le agenzie e gli organismi di cooperazione internazionale e le istituzioni dei paesi beneficiari costituisce uno strumento importante in ordine alla maggiore efficacia delle azioni e delle politiche intraprese. Al riguardo, il CISP assicura la sua disponibilità a rendere note le informazioni relative alle sue attività.
 
10. Per quanto relativo alle azioni umanitarie finalizzate al superamento di emergenze complesse, il CISP aderisce al Codice di Condotta elaborato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, che afferma, tra gli altri, i seguenti principi: diritto universale all’assistenza umanitaria, senza limitazioni legate all’ideologia, alla religione, alla razza, al sesso o ad altre considerazioni; autonomia politica ed operativa degli interventi affinché questi non finiscano con il sostenere, soprattutto in situazioni di conflitto,
una particolare fazione; rispetto dei diritti della persona, così come sono definiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
 
Inoltre il CISP ha così definito le sue priorità strategiche:
 
I. Diritto alla sicurezza sociale ed economica: sviluppo di opportunità di reddito, migrazioni e sviluppo, sicurezza alimentare
 
II. Diritto alla salute ed accesso all’acqua e sanitation
 
III. Diritto al Futuro: Diritti dell’Infanzia, degli Adolescenti e dei Giovani e Valorizzazione dell’Ambiente e delle Risorse Naturali
 
IV. Diritto all’assistenza umanitaria: Emergenza e Prima Ricostruzione
 
V. Appoggio alle politiche pubbliche per la coesione sociale e alla società civile 

B I B L I O G R A F I A

AA.VV., I grandi miti della psicologia popolare. Contro i luoghi comuni, Editore Raffaello Cortina, 2011

Bonaglia F., De Luca V., La cooperazione internazionale allo sviluppo, Il Mulino, 2011

CISP (a cura di), Per i diritti e contro la povertà, Stampa tipografica Beniamini, Roma, 2008

CISP (a cura di) Cibo e conflitti, Plus (Collana studi del CISP), 2010

Loya e Sapuile Belchior do Rosario, Religione e società in Africa. Evoluzione storica e comparazione giuridica: il caso dell’Angola, Plus (Collana studi del CISP), 2005

Fatos D., Tucci M, Contro l’autostima, Bonanno, 2009

Hellinger Bert, Gli ordini dell’aiuto. Aiutare gli altri e migliorare se stessi, Tecniche Nuove, 2007

Le Bon Gustave, Psicologia delle folle, TEA, 2004

Le Bon Gustave, Psicologia dei popoli, M & B Publishing, 1997

Moritz Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura, Bibliopolis, 2008

Nutile Emanuele, Analisi psicologica del Mezzogiorno. Come utilizzare efficacemente le peculiarità psicologiche delle popolazioni, Rubbettino, 2001

Maseri G. Poli N., Vicinanza e lontananza attraverso gesti di cura, Franco Angeli, 2007

Maseri G., Prendersi cura dell’altro. Dal rispetto al riconoscimento attraverso il dialogo e la cura, Il Pensiero Scientifico, 2009

Pennisi A., Falzone A., Il prezzo del linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive, Il Mulino, 2010

Sironi Francoise, Violenze collettive. Saggio di psicologia geopolitica clinica, Feltrinelli, 2011

Weil Simone, La colonizzazione ed il destino dell’Europa, Marietti, 2009

Wundt Wilhelm, Opere scelte di Psicologia dei popoli, UTET, 2009

 

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