Improvvisamente quest’ estate …

Dipinto: Watches di Salvador Dalì

di MGL

La “mamma che perde un figlio/a” (così come il padre che perde un figlio/a) è un concetto tabù nella nostra cultura tanto da non trovare rappresentazione in una unità lessicale specifica. Questa smagliatura della struttura linguistica sottintende la necessità di esprimersi per perifrasi suggerendo che soltanto il lento accompagnamento (perifrastico) possa lenire un dolore così estremo, enorme. La moglie/marito che perde il marito/moglie è vedova/o, il bambino/a che perde i genitori è orfano/a, la mamma e un papà che perdono un figlio sono…? E qual è la condizione emotiva di chi è in lutto per la scomparsa di una persona cara? Shock, sofferenza acutissima, smarrimento, rabbia, disperazione, alienazione, perdita di senso. Ma la morte improvvisa e violenta di un figlio è anche innaturale e sovverte ogni ordine e le attese di una famiglia che all’improvviso si sente senza passato e senza futuro, sospesa, bloccata davanti ad un momento infinito. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e si sente in colpa di essere vivo. Quando un figlio muore, per i genitori è una prova durissima che scuote le fondamenta dell’intera esistenza di un uomo e di una donna. Questo lutto investe la coppia in maniera diversa, investe la questione dell’identità, del senso della vita e anche del senso di giustizia. Tutto diventa inutile, insignificante…i genitori non saranno mai più come prima di questo tragico evento. Essi si chiedono: a che è servito averlo seguito, incoraggiato, indirizzato verso una vita piena e consapevole? A che è servito che si sia impegnato a completare gli studi o trovare un lavoro, o prendersi un impegno sociale, avviare una carriera e sviluppare relazioni adulte? Che scopo ha ora la vita per chi resta? E da un altro punto di vista, quali equilibri infrange una morte in famiglia? A cosa ci si può aggrappare quando ci si sente in caduta libera? A volte nei rapporti riaffiorano gli attriti, si ampliano le distanze, si perde man mano il senso dell’unità e si può assistere attoniti al dolore degli altri e all’istantanea disgregazione del nucleo familiare. In effetti, ognuno sta cercando di dare la sua risposta davanti ad emozioni così potenti mettendo in evidenza questioni irrisolte che cercano un superamento. Dunque, non si tratta solo del dolore per il distacco ma di argomenti importanti legati al rapporto con il figlio, al rapporto con gli altri. Il lutto è amore che continua, al di là della morte. Anche se comporta lo scioglimento dei legami psicologici e di quelli dovuti alla presenza fisica che hanno tenuto insieme le persone care in vita, è importante sapere che l’elaborazione del dolore non comporta la perdita del legame d’attaccamento con chi non c’è più. Forse, con una certa prospettiva, questo legame ci stimola anche a curarci dei legami affettivi che ancora abbiamo qui con noi.

Il lutto non è una malattia. Molte persone si sentono dire “devi reagire” e che una sana elaborazione del lutto si accompagni necessariamente a lasciare il passato alle spalle e ad andare avanti nella vita. Invece, è legittimo pensare che questa affermazione possa frenare proprio il processo di elaborazione per il timore di una rottura di connessioni con la persona amata, che sarebbe vissuta come una dimenticanza o peggio ancora come una sorta di negazione dell’importanza che il defunto può aver avuto nella vita di chi resta. La salute sta invece nel riuscire a trovare un modo personale di mantenere un legame d’attaccamento con la persona amata riconoscendo al tempo stesso che la persona fisicamente non tornerà più. Il processo del lutto evidenzia quanto per la nostra mente i legami affettivi significativi rappresentino un qualcosa di indissolubile che ci sostiene perfino mentre cerchiamo di sviluppare lentamente un legame diverso con la persona che abbiamo perso, un legame interiore, ridefinendo se stessi e cambiando l’immagine di sé e della propria vita per adattarsi a questa nuova realtà, incanalando le risorse emozionali verso nuovi e soddisfacenti investimenti (persone, oggetti, ruoli).

Molte persone si possono sentire particolarmente a disagio nell’avvicinarsi ai genitori colpiti da un lutto così grave perché “non ci sono parole” per poter esprimere la vicinanza, i sentimenti di solidarietà, la comprensione, la consolazione ed empatia. Tutto questo insieme sarebbe ed è ideale, niente di più che una viva speranza.  Le persone in lutto sperimentano costantemente un’oscillazione tra due opposte polarità: una tesa a vivere il dolore legato alla perdita, l’altra ad allontanarsi dal dolore per poter fronteggiare le incombenze legate alle necessità del vivere. È un’oscillazione che può verificarsi anche più volte al giorno. Ovviamente, nel primo periodo sarà prevalente la polarità orientata al lavoro sulla perdita, ma, man mano che passa il tempo, prenderà il sopravvento l’altra polarità, quella orientata alla ricerca di un equilibrio accettabile. Soltanto quando questo processo sarà compiuto, la persona in lutto avrà riconquistato una dimensione progettuale e sarà di nuovo inserita pienamente nel flusso della propria vita. E non è una questione del tempo che questo processo richiede. Possono volerci mesi oppure anni. Quindi è la presenza quella che conta di più, sono i gesti che comunicano il sostegno e la partecipazione: portare un pranzo, pensare ai bisogni dei figli più piccoli, passare un po’ di tempo insieme, aiutare a riprendere i ritmi quotidiani nell’intimità della casa e, poco a poco, riprendere le altre attività. Insieme a tutto questo, personalmente ho trovato di grande conforto e sollievo le passeggiate nei boschi di Serra dove si può ascoltare il vento fra gli alberi e le piante, il canto degli uccelli, lo scorrere dei ruscelli o del fiume; dove si è immersi in un bagno neurotonico naturale cromatico e aromaterapeutico di resine, muschio, erba, terra, funghi, ecc.. Dove la maestosità degli abeti fa sentire un’energia particolare come essere abbracciati e protetti da forze superiori a noi nel cuore della Natura. Non serve parlare o dire parole azzeccate, piuttosto è importante saper ascoltare l’altro, il suo cuore, le proprie emozioni che affiorano davanti a quelle dell’altro e accoglierle, comunicarle se si sente che in questo vi è un’ utilità per l’altro.

Sappiamo da sempre, soprattutto nella nostra cultura calabrese, che curare la sofferenza di questo lacerante dolore è un carico che naturalmente viene assunto dalla comunità e dal campo sociale più ampio, offrendo una certa diluizione temporale al processo di presa d’atto della morte della persona amata. Nel caso della tragedia che ha colpito i tre ragazzi di Soriano nell’incidente stradale dello scorso 23 giugno, tutta la comunità ha dimostrato di essere stata colpita ed ha espresso il suo abbraccio, la sua vicinanza con gesti concreti e simbolici, uno fra tutti i più toccanti, significativi e profondi, stendere lenzuola bianche sui balconi in segno del dolore di tutti per una morte che ha spezzato precocemente l’alba di tre vite. Tutti i riti funebri hanno una durata e offrono ai superstiti un tempo che può consentire di fronteggiare il trauma della perdita senza essere sopraffatti dal dolore allontanandosi o auto-segregandosi, ma condividendo, narrando e piangendo i tragici eventi. Gli amici dei tre ragazzi per un ultimo saluto scrivono su un grande manifesto: “Ora siete sole, vento, aria, vestiti di parole, danzate tra lacrime di pioggia e volerete più in alto dove finisce il cielo e vi vedremo riflessi in un arcobaleno. Ciao ragazzi“. L’intensa partecipazione rituale collettiva alle commemorazioni, rassicurando soprattutto i genitori superstiti che non saranno lasciati soli e che saranno di nuovo presi dentro l’inarrestabile flusso della vita, permette di combattere l’insidia più perniciosa del lutto, che è la perdita di senso. I riti ci rassicurano che il senso della vita sta proprio nel ricordo che la persona amata ha lasciato in noi e quindi nel ricordo che noi lasceremo quando moriremo, cioè nell’eredità affettiva che abbiamo ricevuto e che lasceremo. Infatti, durante il processo del lutto, la persona deve venire a patti e anche accettare la propria mortalità. Questo significa mobilitare le risorse per:

  1. affrontare il futuro entro una nuova prospettiva, in cui non c’è più spazio per la persona che è morta, così che egli divenga un compagno/a di strada interiore, da integrare nella propria esistenza; comprendere il messaggio della persona defunta restando vicino in ciò che contava per lei, può essere una via verso la vita e verso una nuova intimità, per costruire una relazione profonda;
  2. trovare una posizione equilibrata fra la paura della propria morte e quella della sua imprevedibilità perché possiamo solo vivere pienamente e completamente, cercando di cogliere la bellezza intorno a noi e di dare qualità ai nostri giorni;
  3. continuare a considerare il futuro come obiettivo progettuale, malgrado tale imprevedibilità.

Il lutto però può divenire patologico in molti modi: con la fissazione in una condizione di dolore perenne e/o di depressione o, al contrario, con il rifiuto del dolore e della sofferenza (la negazione). Ma anche con la somatizzazione, le preoccupazioni eccessive per la propria salute, l’adozione di comportamenti pericolosi e a rischio (modalità tipica degli adolescenti), con il ricorso all’alcool e/o alle sostanze stupefacenti, con la museizzazione, cioè il non toccare, spostare o modificare nulla di ambienti e oggetti appartenuti al defunto. Questi comportamenti sintomatici testimoniano l’estrema difficoltà della persona a integrare nella propria storia, superandola, una perdita che viene percepita come distruttiva anche della propria identità. Si parla quindi di lutto traumatico, persistente e complicato. Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 2013) definisce il disturbo da lutto persistente e complicato come la condizione di chi ha perso una persona cara e presenta determinati sintomi per un periodo di almeno un anno in maniera persistente e dilagante. Solitamente i sintomi fanno la loro comparsa entro un mese dalla perdita di una persona cara, ma anche successivamente. Ciò che è fondamentale è la durata prolungata per un periodo di tempo di almeno un anno di almeno 6 dei seguenti sintomi:

  • Difficoltà ad accettare la morte
  • Difficoltà ad abbandonarsi ai ricordi positivi della persona che non c’è più
  • Amarezza o rabbia in relazione alla perdita
  • Sentimenti di incredulità o torpore emotivo rispetto alla perdita
  • Evitamento di ricordi legati alla morte
  • Desiderio di morte come ricongiungimento
  • Valutazione negativa di sé, senso di colpa
  • Sensazione di vita vuota e priva di senso
  • Ridotta fiducia verso gli altri
  • Confusione circa il proprio ruolo nella vita senza la persona cara
  • Difficoltà a perseguire i propri interessi o le relazioni sociali

Per curare o prevenire questo disturbo, si può chiedere supporto allo psicologo ed essere accompagnati nell’elaborazione interiore del lutto, a livello personale, di coppia e familiare.

Adeguatamente accompagnati, quanti vivono il lutto potranno attraversare le varie fasi dello sgomento, dello shock, dei sensi di colpa, della negazione, della rabbia, della ribellione, della disperazione, della tristezza e depressione, della solitudine. Scopriranno in sé nuove potenzialità, che fino a quel momento non avevano affatto percepito, trovando infine percorsi spirituali per accettare la perdita della persona cara e gettare le basi per ricostruire il proprio futuro.

Chi fosse interessato a sottopormi dubbi o domande sui temi di questo articolo può scrivermi all’indirizzo: psicoterapiamgl@gmail.com

Per richiedere un colloquio telefonare al 3939344026

Rivelazioni

Premessa

I giorni difficili sono sempre più lunghi ed i problemi sembrano intensificarsi fino a farci male. Voglio ringraziare gli amici ed i colleghi che si sono accorti di quanti sacrifici io stia sopportando fiduciosa che “a cuor contento il ciel l’aiuta”.

Tuttavia, la dimensione spirituale personale non basta ad arginare le complesse problematiche che interessano oggi il mondo del lavoro, le famiglie, le persone, soprattutto i ragazzi ed i giovani.  Sempre più ostacoli sembrano frapporsi nelle relazioni intergenerazionali che invece dovrebbero costituire la membrana vitale per il benessere di tutti ed ognuno.

Oggi il mio ringraziamento si concretizza in questo dono. Una meditazione (per me preziosa) che ci può aiutare sia a cambiare atteggiamento verso molte emozioni negative, a trasformarle presto affinché non si condensino in sentimenti resistenti e nocivi, sia a sintonizzarci in modo armonioso verso obiettivi di bene comune, al di là di tutte le nostre differenti attività.

Questa meditazione è tratta dal libro Acorn (Gallucci, 2014) di  Yoko Ono (Tokio, 1933), artista giapponese e attivista politica, nota universalmente per le sue opere d’avanguardia e per il sodalizio con John Lennon.

image

Siate benedetti per la vostra rabbia

perche’ e’ segno di crescente energia.

non indirizzartela alla vostra famiglia, non sprecatela

con il vostro nemico.

Trasformate l’energia in versatilità

e vi porterà prosperità.

Siate benedetti per il vostro dolore

perche’ è segno di vulnerabilità.

Non condividetelo con la vostra famiglia, non dirigetelo

contro voi stessi.

Trasformate l’energia in compassione

e vi porterà amore.

Siate benedetti per il vostro intenso desiderare

perché è segno di grande capacità.

Non indirizzatelo alla vostra famiglia. Non indirizzatelo

al mondo.

Trasformate l’energia in un dono.

Donate quanto desiderate ricevere,

e sarete soddisfatti.

Siate benedetti per la vostra gelosia

perché è segno di empatia.

Non indirizzatela alla vostra famiglia, non indirizzatela

ai vostri amici.

Trasformate l’energia in ammirazione

e quel che ammirate

diventerà parte della vostra vita.

Siate benedetti per la vostra poaura

perché è segno di saggezza.

Non trattenetevi nella paura.

Trasformate l’energia in flessibilità

e sarete liberi

da quel che temete.

Siate benedetti per la vostra ricerca di una direzione

perché è segno di aspirazione.

Trasformate l’energia in ricettività

e la direzione verrà da voi.

Siate benedetti per i momenti in cui vedete il male.

Il male è energia gestita malamente e si nutre

grazie a voi.

Non nutritelo e si autodistruggerà.

Emanate luce e cesserà di esistere.

Siate benedetti per i momenti in cui non provate amore.

Aprite comunque il vostro cuore alla vita

e ci sarà un momento in cui troverete

l’amore in voi.

Siate benedetti, siate benedetti, siate benedetti,

siate benedetti per quel che siete.

Siete un mare di bontà, un mare di amore.

Contate le benedizioni ogni giorno perché sono

la protezione

che si frappone fra voi e quel che non desiderate.

Contate le maledizioni e saranno un muro

che si frappone fra voi e quel che desiderate.

Il mondo ha tutto ciò di cui avete bisogno

e voi avete la forza

di attrarre quel che desiderate.

Desiderate la salute, desiderate la gioia.

Ricordatevi che qualcuno vi ama.

Io vi amo!

Racconto di alcune sedute di psicoterapia: elaborando un lutto

di Maria Grazia Letizia  

(Luglio-ottobre 1996)

Nell'acqua salata

La mia ipotesi sulla salvezza è che essa non sia una via a senso unico o giocata su una sola dimensione. Può essere considerata come un avvenimento, una condizione in cui per salvarsi bisogna fermarsi, come in una stazione ed attendere.

Certo, sei nero/a dentro! Ma anche ti senti come se fossi di plastica e senti il vuoto, il nulla che ti avvolge e ti lega da testa a piedi come sarebbe con una grossa fune.

Divieni stremato dalla fatica di stare ed essere nel nulla e presto sei immerso in un bagno di lacrime, di acqua salata. Liberarti è veramente arduo!

Tuttavia  “(…) esso [il sale] rappresenta il principio femminile di Eros, che mette tutto in relazione [..] Accanto al suo umidore lunare e alla sua natura terrestre, le proprietà più evidenti del sale sono il sapore Amaro e la Saggezza.

Il sale in quanto portatore di questa fatale alternativa, è coordinato con la natura della donna.[..]Una conferma della nostra interpretazione del sale come Eros (cioè come rapporto di sentimento) è data dal fatto che il sapore amaro è l’origine dei colori” (cit. Carl Gustav Jung, Opere)

E così, è chiaro perché, a poco a poco, la tua sensibilità ti sarà restituita dagli odori e dagli aromi prima pungenti, amari e speziati poi, a scala, verso la dolcezza (aromaterapia).

E cammini e vivi come hai sempre fatto, ma questo richiede più forza: con lo stesso passo, la stessa voce, lo stesso sguardo … ma ti devi impegnare affinché non si veda (o quasi) la differenza!

Ma no, non è più lo stesso! La vita non può essere trascinata con una forzatura, una finzione, una forma per gli altri. Chiaro che ogni regola è messa in discussione e deve misurarsi con questa dimensione.

Le regole sono per l’uomo e la sua vita, oppure la vita e l’uomo per le regole?

Fermati e ascolta!

Poi, dalla pelle ed attraverso di essa, ti salvano le sensazioni: il calore del contatto fisico, umano e sensuale , dove trovi ristoro,  e recuperi energia allo stato puro. Poi, i colori, ma prima i suoni e ti salva la musica che è solo tua perché la componi improvvisando o ricercandola liberamente, accostando le melodie esterne compatibili con lo stato interiore! (musicoterapia)

Ora che hai ri-scoperto le emozioni, il nero che hai dentro, si può trasformare, con il rosso del tuo stesso sangue, in marrone e poi con gli altri umori ricomponi  la scala cromatica, dall’arancio, fino al verde, al blu,  al giallo, ecc.. (cromoterapia)

Se non hai allucinazioni, a volte arrivano pensieri e sogni allucinanti, con immagini da fotografare e filmare per sempre nella memoria. E, di nuovo, si colora il tuo sguardo sul mondo … e scopri che sei innamorato/a già da un po’ e sembra impossibile. Un’ amore impossibile, imprevisto, un dono caduto dal cielo. Ora puoi scrivere i tuoi sogni (prosa o poesia) in un diario e leggere ogni libro a cui puoi accostarti.

I miei diari

Eros ripara sempre quello che Thanatos  distrugge!

Ma in tutto questo processo non vai avanti da solo/a: tutto ciò sarebbe impossibile! Sei guidato/a dall’interno e vai avanti, cammini senza tabelle di marcia, seguendo immancabilmente l’intuito. Accenni tentativi, movimenti, risposte, spostamenti. Ti ribelli, accetti, cadi, piangi, ti disperi, urli. Poi ti rialzi e cammini, sei qualche passo più avanti ma anche più in alto. E ancora, ancora e ancora!

Ed ecco che ritrovi il tuo spirito, l’umorismo e l’ironia che a poco a poco allenta la stretta della fune che ti avvolge. Sei sopravvissuto e ti puoi permettere le sfide e le provocazioni. Respiri e vivi con una tale energia di fuoco che potresti dire: “se incontrassi il diavolo gli chiederei se vuole accendere!!”, ma anche incontrando per strada un gatto nero: “Altolà, bello! Se attraversi la mia strada vai giù stecchito sul colpo!” Così, riscopri il puro gioco, il divertimento e le risate di fronte ai fatti assurdi e paradossali che emergono nella vita quotidiana.

Già non piangi più, sei fuori dal bagno di lacrime, all’asciutto, ferma a quella stazione ed aspetti ma non sai cosa, infatti aspetti “qualcuno” ma non lo sai ancora!

Sembrava l’uscita dal tunnel ma un giorno il tuo corpo improvvisamente sembra andare in mille pezzi e pensi “ecco questa è la pazzia!”, puoi quasi contarne le parti che … a sorpresa, già respiri meglio, finisci di tremare e ti senti tutto/a intero/a come non mai.

La fune, ormai asciutta, a cui ti eri abituato/a e che non sentivi più, ecco che si è srotolata ai tuoi piedi e ti liberi come da  “un cordone ombelicale”.

Ora  dalla terra, attraverso i piedi e le gambe, riprendi nuova energia che nutre e riempie il tuo corpo e ti muovi e senti che quel qualcuno che aspettavi sei proprio tu che puoi ancora vivere con pienezza la tua vita.

percorso

Madreblu – La vera entità

Una nuova teoria sul disturbo dell’umore depressivo

                                                  foto di Benoit Paillé
 

Per decenni la teoria dominante è stata che i farmaci  antidepressivi funzionavano alzando i livelli di serotonina il cui segnale, nelle persone depresse, risulta indebolito a causa di uno squilibrio chimico nei neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, norepinefrina) responsabili della comunicazione dei neuroni (cellule nervose). Farmaci come il Prozac ed il Paxil, alzando quei livelli, rafforzerebbero i segnali amplificando la comunicazione tra le cellule.

Oggi questa teoria è stata ampiamente criticata poiché la tesi dello squilibrio chimico non spiega la vera eziopatogenesi della depressione. Infatti, negli ultimi quarant’anni, la scienza ha preso in esame alcune ipotesi alternative che mettono in evidenza come altre variabili entrano in gioco nel causare il disturbo dell’umore della depressione.

Lo scienziato Andrew Solomon definì la depressione un “difetto d’amore”: gradualmente viene a mancare l’amore per se stessi (sensi di colpa, vergogna, fantasie suicide), l’amore per gli altri (attribuzione di colpe, aggressività, accuse) e perfino il desiderio d’amore (letargia, ripiegamento su se stessi, apatia). Questi erano considerati sintomi esteriori del cattivo funzionamento dei neurotrasmettitori. E come scrive Solomon “l’opposto della depressione non è la felicità, ma la vitalità”.

A produrre una nuova teoria è stata una linea di ricerca completamente diversa. Alla fine degli anni ’80 il neuro scienziato Fred Gage cominciò ad interessarsi ad una questione che fino ad allora era stata considerata marginale nel problema della depressione: il cervello umano adulto produce nuove cellule nervose? All’epoca i neurobiologi erano convinti che nel cervello adulto non ci fosse sviluppo di neuroni. Una volta formati durante l’infanzia, i circuiti neurali rimanevano fissi ed immutabili. Gage e altri scienziati rivisitarono vecchi esperimenti e scoprirono che, in realtà, i neuroni si formano ancora in età adulta ma soltanto in due zone specifiche del cervello: nel bulbo olfattivo, dove vengono registrati gli odori, e nell’ippocampo, l’organo che controlla la memoria ed è funzionalmente collegato alle zone del cervello che regolano le emozioni. L’equipe di scienziati continuò questi esperimenti studiando i fattori, per esempio esperienze stressanti, che facevano aumentare i sintomi di ansia ed apatia, la diminuzione dei comportamenti avventurosi ed esplorativi e tutti i tratti presenti nel disturbo depressivo. Studiarono anche le condizioni contrarie, cioè gli stimoli dell’ambiente che suscitano interesse, attività, avventura, ricerca del piacere, verificando che questi stimoli funzionano come antidepressivi che attivano la crescita di neuroni nell’ippocampo.

Infine, segnalo l’interessante lettura dell’articolo del medico Siddhartha Mukherjee della Columbia University, sulla rivista Internazionale (29-5luglio 2012). Quest’ articolo, che prosegue la nuova linea di ricerca, più articolata, dinamica ed interessata ai processi,  mette in relazione diversi fenomeni (chimici e organici/dell’organizzazione cerebrale) per spiegare un disturbo dell’umore non solo quando si presenta nella sua massima gravità (spiegazione grossolana) ma individuandone variabili e meccanismi per i quali il disturbo stesso nasce e può essere reversibile cioè curato. Così oggi sappiamo con certezza che gli psicofarmaci sono una risposta artificiale a tale disturbo, mentre le emozioni e gli stimoli che elevano la vitalità sono rispettivamente la causa e l’effetto di uno stato di benessere dell’organismo che gode pienamente delle esperienze piacevoli e gratificanti. E’ così che  viene mantenuta un’ottimale produzione di neuroni nella zona dell’ippocampo ed è questo lo stato che tiene lontana la depressione. Ancora una volta si conferma quanto l’essere umano ed il suo ambiente s’influenzino reciprocamente sia positivamente (vitalità) che negativamente (depressione).

Vacanze e avventure

L’estate è la stagione che ci permette di esporre di più il nostro corpo e anche noi ci esponiamo di più con la nostra personalità verso noi stessi e verso gli altri.

Complici le vacanze che portano spazi e tempi vuoti che possono essere riempiti di fantasie, desideri, sogni e bisogni.

Forse per questo è frequente parlare di “avventure estive” e allora dobbiamo ringraziare di questo il nostro corpo spesso dimenticato per le altre stagioni dell’anno sotto coltri di vestiti, abiti, indumenti, divise che rappresentano i nostri ruoli sociali.

E perchè mai dovremmo sacrificare così  il nostro corpo? Chi dice che attraverso questo sacrificio non s’imprigioni pure la personalità e il nostro sè più profondo? In fondo perchè avere un corpo se il meglio sta nel puro spirito?

Tutto ciò che è sensato

è perchè ha un senso,

un significato,

una direzione.

 

Tutto ciò che è sensato

lo è perchè sta nei sensi,

nei tuoi sensi:

negli occhi

nelle orecchie

nel naso

nella bocca

in tutta la tua pelle

nelle tue mucose

nelle tue vene

nei tessuti interstiziali

e ancora … dentro.

Diremmo perciò erotico-sensuale.

 

A tutto ciò che è sensato

puoi dare ascolto,

ti puoi fidare,

lo puoi seguire

anche … fuori

perchè ti sprigiona.

 

Ma se guardi soltanto,

ascolti,

annusi,

gusti,

rabbrividisci

di piacere o di dolore

di benessere o di disagio,

il corpo nella sua parzialità

potrebbe ingannarti e tradirti.

 

La sensatezza allora vuole

che tu non dimentichi

il tuo sesto senso,

la tua intelligenza,

la tua parola,

dal tuo istinto al tuo intuito.

A quell’emozione che integra

tutte le sensazioni

tutte le emozioni.

 

Non ti vergognare di tutto ciò

che il tuo corpo può farti vivere:

è vita preziosa,

è la tua vita,

l’unica che ti è stata donata.

 

Ma hai anche un orizzonte

e un orizonte non ti fa vedere oltre

fino a quando non sei arrivato

sul suo limite.

 

Perciò non girare intorno alle cose,

ma trova la tua direzione

quella che ha il tuo senso

il tuo significato …

la sua sensatezza.

 

Ascoltati con tutti i sensi

e resta al centro di te stesso.

E, come la ruota realizza il suo senso

nel movimento (non nei suoi raggi nè nel suo mozzo)

nel trasportare (non nel girare),

anche tu farai di te stesso lo strumento

per realizzare i tuoi sogni

i tuoi desideri

le tue passioni più profonde.

 

Hai una testa, una bocca, un cuore,

 un ventre, un sesso

due occhi, due orecchie, due narici,

due gambe, due piedi, due braccia, due mani …

Ma il tuo corpo è qualcosa di più.

Lo senti e lo ascolti

nella sua interezza?

 

Nella sensatezza c’è anche saggezza,

il senso della bellezza,

il senso della libertà

e, senso dei sensi, l’Amore

che unifica e armonizza tutte le cose.

 

Erotismo e sensualità

senso e significato

parola, azione, libertà

direzione e saggezza

intuito e amore,

ci sta tutto questo in un solo cuore?

Ecco la risposta del perchè

per tutti noi in dono

un corpo c’è!  

 

VACANZE  FELICI!

 

 

 

Blog Stats

  • 74.027 hits
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: