L’ equilibrio “dare-ricevere” è una dinamica essenziale per approfondire le relazioni umane

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Dare e Ricevere, secondo gli Ordini dell’Amore, esige l’equilibrio come componente essenziale.

La percezione dell’equilibrio tra Dare e Ricevere non si forma attraverso valutazioni quantitative ma piuttosto è basato sul grado di soddisfazione rispetto a ciò che ci si scambia e che può essere anche di natura molto diversa. La dinamica Dare-Ricevere esiste prima di tutto fra genitori e figli, ed essa è rappresentata dal fatto che i genitori sempre danno ed i figli sempre ricevono. Questo è qui l’equilibrio. Qualora così non fosse per i figli che pensano di dover ricambiare i loro genitori, la coscienza percepirà un enorme disagio trasmettendo forte dolore nella vita di quei figli.

Un altro tipo di equilibrio tra Dare e Ricevere intensifica enormemente il legame di coppia.

L’equilibrio Dare-Ricevere è anche importante nei rapporti sociali come ad esempio fra soci in affari, oppure nelle relazioni politiche dove lo scambio di favori è la regola del gioco, ma questo equilibrio fra Dare-Ricevere è importante in ogni organizzazione sociale.

La coscienza vigila sull’equilibrio e quando si apre un debito dopo aver ricevuto da qualcuno, subito agisce sostenuta dalla spinta del senso di colpa. Così come all’accendersi di un credito per aver dato,il senso d’innocenza sosterrà nella coscienza un sentimento d’atteso contraccambio.

Spesso gli “innocenti”  pretendono di essere ricambiati e questa è una posizione di forza nelle relazioni la quale genera sofferenza nel sistema. “Dopo tutto quello che ho fatto per te …”

La dinamica Dare-Ricevere produce un tipo di coscienza che si forma crescendo e nella vita di relazione. Infatti, alla nascita il figlio conosce solo il Ricevere perché la prima relazione è con l’eterno Dare del genitore. Solo nell’età matura, con l’istaurarsi di nuove relazioni, si sperimenta l’equilibrio fra Dare-Ricevere.

Quindi possiamo dire che Dare e Ricevere nella loro armonia, sono alla base della nostra esistenza, il costante equilibrio nel voler dare e nel dover ricevere  genera il raggiungimento di un bilanciamento: ciò accade qualora chi riceve può dare a sua volta e chi dà riesce a ricevere. Può apparire un meccanismo automatico, ma implica alcuni interessanti livelli percepiti dalla  coscienza.

PRIMO LIVELLO: resta difficile ricevere dagli altri, perché ricevere corrisponde a sentirsi in obbligo di debito; si perde  la propria innocenza, si è obbligati verso il donatore e la libertà da questo vincolo si esprime in noi come dovere nel restituire. E’ più semplice non ricevere niente, in modo da non dover dare niente.

Secondo B. Hellinger  il tentativo di mantenere la propria innocenza ci porta però a non immergerci nella vita, mentre la vita richiede impegno e soprattutto partecipazione: chi rimane fuori dal gioco si esclude. Chi attua questa scelta potrebbe sentirsi migliore degli altri, più puro o superiore, ma nello stesso tempo sarà profondamente vuoto ed insoddisfatto.

Chi vuole essere innocente spesso diventa depresso, rifiuta in primo luogo il padre e la madre, essendo i primi che donano e in più non chiedono in cambio la vita che hanno dato, poi il rifiuto si estende anche agli altri rapporti. L’innocente si giustificherà dicendo che quello che gli viene offerto non è abbastanza, che chi gli sta donando è una persona pessima, che ha commesso degli errori imperdonabili, ecc.

Insomma ogni giustificazione per non prendere è buona, ma il risultato è evidente: non prendere per non voler dare porta a un congelamento ed a un vuoto considerevole.  Il freddo di questa immobilità potrebbe essere tranquillamente sciolto se si accettassero i propri  genitori così come sono,  prendendo tutto quello che ci possono offrire, cioè energia e felicità. Se io prendo dai miei genitori, posso prendere tutto quello che la Vita e il Mondo mi offrono, posso dare e ricevere in abbondanza, posso amare ed essere amato, posso sentirmi “al caldo”. Questo le costellazioni familiari ce lo mostrano chiaramente.

SECONDO LIVELLO:  Bert Hellinger chiama questa condizione “Sindrome del benefattore”, ed è la situazione di chi vuole dare più di quello che ha ricevuto. Questo possono farlo solo due categorie di persone: i genitori verso i figli e tutti coloro che, per la loro posizione sociale debbono prendersi cura di altri (insegnanti, tutori, infermieri, assistenti, medici, ecc). Chi, non trovandosi in queste due categorie, adotta il modo di pensare: “Va meglio quando sei tu a sentirti in obbligo, rispetto a sentirmi io in debito”,  induce un forte squilibrio nelle relazioni. In questi casi il  “benefattore” sarà spesso evitato e potrà sentirsi  solo, considerando gli altri come degli ingrati.

TERZO  LIVELLO:  L’equilibrio e l’armonia risiedono nello scambio, nel dare e nel ricevere reciprocamente , nel bilanciare le forze e la reciproca soddisfazione. Bert Hellinger suggerisce che lo scambio ci dona “una felicità non regalata, ma costruita”. Dopo uno scambio reciproco ci si sente apposto, liberi e felice di aver costruito nella pace.

QUARTO Livello: Infine quando non possiamo ricambiare abbiamo quella enorme possibilità di compensazione rappresentata dal ringraziare. In molte circostanze dire GRAZIE è l’unica possibilità di chi riceve per compensare. Persone in gravi situazioni di disagio come malattie, handicap, eventi inaspettati ed insormontabili, in condizioni di estremo bisogno hanno la possibilità di riconoscere chi loro da col cuore e ringraziare.

La parola Grazie fa scattare in noi profondi e straordinari meccanismi emozionali, i quali ci uniscono ad un livello superiore.

Infine, quando ci troviamo a prendere qualcosa che non possiamo restituire in alcun modo, malgrado le nostre buone intenzioni, o la nostra volontà, quasi sicuramente sarà la vita con i suoi imprevisti ed eventi a generare qualcosa che costituirà in forma materiale quel “GRAZIE”. Ed è il caso, per esempio, dei figli quando a loro volta diventeranno genitori!

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Il mio nuovo libro fra arte, creatività e psicoterapia

Marc Chagall - My Rome

In copertina: Marc Chagall – My Rome

“LA VITA PROCEDE COSÌ, SENZA INUTILI CHIACCHIERE. PROCEDE CON AZIONI ESSENZIALI DA AFFRONTARE E DEFINIRE, CERCANDO E TROVANDO ANCHE LE PAROLE PER DIRSI COME.” Con questo progetto editoriale vorrei approdare con il lettore ad una nuova fiducia su di sé ed il proprio mondo. Mi piacerebbe contribuire a relativizzare e chiarire i pregiudizi di chi, pur avendo bisogno di aiuto psicologico, non lo chiede per la paura di conoscere parti di sé temute perché sconosciute o estranee; oppure, per paura di esporre ad un altro, esperto psicoterapeuta, la propria “casa” in tutta la sua intimità. Ma, intuendo, come già disse Sigmund Freud, che “l’Io non è padrone in casa propria”, dobbiamo divenire consapevoli che la psiche non è una fortezza bensì un giardino che si può recintare per avere un luogo interno in cui raccogliersi e meditare, ma non si può sigillarla. E, al suo stesso interno, non è fatta a compartimenti stagno. Non dobbiamo confondere il nostro bisogno di coerenza quando apprendiamo o insegniamo le cose, con l’ordine effettivo e le relazioni fra queste stesse cose. Infatti, ciò che ci consente di cambiare, crescere e ricostruire è proprio la possibilità di trovare creativamente nuovi ordini a ciò che abbiamo sistemato dentro di noi, non una volta per tutte! La nostra psiche perciò non è un sistema chiuso ma un sistema aperto e dovrebbe essere aperta alle contaminazioni. Come un giardino ha bisogno di insetti che impollinino e di nuove sementi, così la nostra psiche ha bisogno di scambi, confronti, pensieri diversi, immaginazione e fantasia. Perciò, per me la scelta di fondere diversi generi letterari, saggistica poesia e prosa, è qui una ricerca consapevole e diretta alla creazione di un messaggio psicoterapeutico ed artistico-creativo allo stesso tempo. I componimenti poetici sono ispirati dalla vita interiore, lontani dallo stile classico e dall’ermetismo, carichi di una grande e ricercata forza concettuale. Le due singole raccolte di poesia fanno vedere come, tempo ed esperienze, mi abbiamo offerto nuovi punti di vista. I racconti rivelano l’inconscio con un’importante componente simbolica, a volte surreale, determinando un senso di bellezza tra l’idealità più pura ed una seducente corporeità.

Il libro è costruito su una comunicazione indiretta per mettere in risalto valori, principi e per proporre esempi di scale di valori molto differenziate. Perciò, la mia voce in diretta (personale e professionale) testimonia l’esistenza di una psicoterapia, che non vuole giudicare o, peggio, scrutare, quanto piuttosto si offre di ascoltare ed accompagnare un processo che è già avviato dentro di sè: la resilienza. Inoltre, l’introduzione dei dipinti di Marc Chagall sono un tuffo nel colore, scelti per rappresentare e rafforzare i contenuti trattati. Credo che incontrarsi con questi miei scritti, possa far prendere contatto con l’essere “Umano … Troppo Umano”, principale obiettivo di una buona psicoterapia per poi mettersi al servizio della sua vita. Perché, come sostiene Jacques Lacan, la cura è una domanda che inizia nella voce di chi soffre. Tutta la mia scrittura qui è in stretto avvicendamento alle conversazioni di amici veramente speciali, fra i quali comprendo ogni mio lettore.

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A presto altre istruzioni … 😉

Date parole al vostro dolore

Uno degli studi più famosi riguardanti il suicidio è quello del sociologo Emile Durkheim: Il suicidio. Studio di sociologia – 1897

Secondo il sociologo, pur sembrando in apparenza un atto soggettivo, imputabile a infelicità personale cronica, depressione, disperazione, acuita sensibilità agli eventi negativi della vita, ecc., Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano un’influenza determinante al riguardo, soprattutto ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori. Durkheim scarta le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico; ammette che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma secondo lui la forza ultima che determina il suicidio non è psicologica, bensì sociale. Elenca i quattro tipi di suicidio:

1) il suicidio egoistico che si verifica a causa di una mancata o carente integrazione della persona nel contesto sociale. Durkheim aveva analizzato le categorie di persone che si suicidano, e aveva notato che in presenza di legami sociali forti (appartenenza a comunità religiose, matrimonio, ecc.) il tasso di suicidio è notevolmente ridotto, se non assente. Secondo Durkheim dunque, il suicidio di tipo egoistico è causato dalla solitudine con la quale l’individuo non integrato si trova a dover affrontare i problemi quotidiani.

2) il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l’imperativo sociale (ricordiamoci che per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c’è la vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto marito (Sati), o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non salvarsi e di morire affogando insieme alla nave (… Certo, non nel famigerato caso di Schettino, che costituisce l’eccezione).

3) il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.

4) il suicidio fatalista, si verifica quando la vita di una persona è eccessivamente regolamentata, quando il futuro è bloccato senza pietà e le passioni soffocate violentemente da una disciplina oppressiva. È l’opposto del suicidio anomico e appare nelle società troppo opprimenti, cosa che comporta che la gente potrebbe arrivare a preferire di morire piuttosto che continuare a vivere in questo tipo di società. Un buon esempio potrebbe essere l’interno di una prigione; alcune persone potrebbero preferire morire che vivere in una prigione con l’abuso costante e un eccesso di regolamentazione che vieta loro di perseguire i loro desideri. La corrente suicidogena come Durkheim l’ha chiamata, presuppone anche un coefficiente di preservazione, cioè delle condizioni soggettive che diminuiscono o aumentano la probabilità del suicidio. Per esempio, Durkheim ha notato che i cattolici hanno un coefficiente di preservazione maggiore rispetto ai protestanti (in pratica si suicidano di meno) e che le donne sposate hanno un coefficiente di preservazione più alto rispetto alle nubili; tuttavia, in questo caso, superata una certa età, il coefficiente di preservazione si tramuta nell’opposto, divenendo così coefficiente di aggravamento, in quanto le donne di età avanzata non sono più soddisfatte dall’avere un marito, quanto dall’avere dei figli.

Sono del parere che un gesto come il suicidio sia qualcosa di molto complesso e personale che si origina nella mente di chi lo compie molto tempo prima del suo agito o acting out. È un gesto ultimo che accade molto probabilmente quando non si vedono più vie d’uscita sia dentro di se’ che fuori di se’.

Dunque, questo gesto è concepito in una condizione di malessere psicologico e sociale ed il fattore maggiore di rischio è che la persona quasi mai confida i suoi pensieri angosciosi, le idee depressive e sulla morte.

Nessuno è vaccinato contro questo atto distruttivo e autodistruttivo proprio perché dipende dalle reazioni di ciascuno ai cambiamenti della vita: malattie gravi e invalidanti, disoccupazione, perdita di status socio-economico, lutti, sono alcuni dei fattori personali che interagiscono con la condizione sociale, familiare, portando ad uno stato di chiusura, di freddo e lucido autocontrollo la persona che pianifica il suicidio. Qualunque altra crisi (isterica, psicotica, di panico, di angoscia, ecc.) sarebbe esternata in modi eclatanti con la perdita di controllo da parte della persona. Perciò,  il suo malessere viene comunicato agli altri che possono dare aiuto. Invece, il suicidio è  subdolo perché  le dinamiche psicologiche che lo precedono sono gestite in silenzio nel corso di una vita fin troppo controllata.

Dunque, di fronte ad un atto del genere non è mai il caso di precipitarsi in congetture e conclusioni. Invece è il caso di prestare attenzione, diventare sensibili, a tutti i segni e alle condizioni che possono potenzialmente far aumentare la possibilità che sia compiuto un suicidio. Spesso riconoscere negli altri, o in se stessi, uno stato di sofferenza, di dolore, di grave disperazione o insoddisfazione, già basta per aprire un varco prima dell’alzarsi della barricata.

Sigmund Freud  sosteneva che sulla scena della psicoanalisi, prima dello psicoanalista, arriva sempre prima un poeta:  “Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi.” (William Shakespeare- Machbet)

Suggerimento bibliografico:

Luigi Cancrini, Date parole al dolore. La depressione, conoscerla per guarire, Frassinelli, 2003

Le parole della mente: depressione

Georges SEURAT-Ingresso al porto, Honfleur, 1886

Georges SEURAT-Ingresso al porto, Honfleur, 1886

“La depressione è una paralisi dell’azione, una malattia della volontà, una volontà di malattia.

I soffi di malinconia che sentivo da bambino, passando davanti a un giardinetto recluso e abbandonato fra due palazzi di città, sono diventati la grande depressione di oggi.

La disperazione occupa; è un lavoro che riempie. E’ molto diversa dalla noia; è un sentimento che vuole il suo porto, come una passione, una fantasia. La mia è una disperazione personalistica, riguarda me, non il pianeta, non dispero del mondo, dispero di me nel mondo.

I giorni della disperazione mentre si vivono non si possono scrivere, quando si sono vissuti non si possono ricordare.

Quando amerò il mattino?

Forse il momento più difficile della giornata è il radersi. E’ l’inizio pragmatico della coscienza da cui rifuggo.

La guarigione sono le gambe che desiderano uscire dal letto, il radersi quale una piccola operazione di passaggio e non la scalata di una montagna.

Che cosa si deve fare quando arriva la disperazione? Permettersela.

Non ho tempo di annoiarmi perché sono occupato o dal soffrire o dallo star meglio: due attività che necessitano di una continua manutenzione.

Si ha orrore soprattutto della stanza da bagno dove comincia la giornata della coscienza.

Nella malattia nervosa il paziente è sempre corresponsabile della sua malattia. E’ malato e vuole esserlo.

Si può sovente raggiungere un acme depressivo nella stanza da bagno.

Il depresso è impermeabile alle migliori notizie. Certe mattine lo svegliarsi è ideologicamente inconcepibile.”

(O. Ottieri – Diari)

Libroterapia, resilienza e auto-aiuto

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria ...

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria …

di Maria Grazia Letizia

Ci sono periodi nella vita di ognuno dove chiedere aiuto o poter chiedere aiuto non è cosa facile. Siamo troppo tristi, chiusi, avvolti nel nostro dolore e ci circondiamo di “ovatta” per la paura di ricevere altri scossoni. Forse abbiamo perso i contatti per noi familiari e ci riesce molto difficile fare il primo passo, figuriamoci rimettersi in gioco! E, ai nostri giorni, le difficoltà economiche, le limitate disponibilità finanziarie, purtroppo, non si possono più solo affrontare come resistenze ad intraprendere un percorso di crescita personale.

A volte pur avendo relazioni felici con familiari ed amici, possiamo avere un dilemma, un problema, una domanda che ci richiede di andare più a fondo dentro noi stessi. Questo ci fa sentire smarriti o anche la necessità di condividere un cammino con un compagno/a affidabile che, anziché saltare subito alle conclusioni, ci ascolta sospendendo ogni giudizio per cercare insieme a noi il significato ed il senso di ciò che stiamo vivendo. Il significato specifico, unico e personale che ha per noi una certa esperienza ed il senso come direzione in cui ora c’immette la nostra vita. E per una ricerca di questo tipo ci serve una guida non coinvolta nella nostra vita quotidiana bensì che si coinvolga con il nostro racconto sulla vita che vorremmo, su quella che ci manca e che non sappiamo ancora come ed in che direzione andrà!

Insomma, tutto questo non si pensa quasi mai di poterlo ricevere da uno psicologo né tanto meno da uno psicoterapeuta e (men che meno) da uno psicoanalista. Infatti, questi professionisti sono per lo più vissuti già a livello mentale con immagini pregiudiziali tipo  “strizzacervelli” e nonostante l’esistenza di professionisti validi, ricorrere ad uno di questi terapeuti  ancora oggi è visto con il fumo negli occhi.

Ma non per questo dobbiamo trascurare le risorse di auto-aiuto di cui ognuno di noi dispone per attivare la resilienza.

La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.

Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

Un contributo all’auto aiuto viene dalla libroterapia o biblioterapia. Si tratta dell’uso dei libri, della lettura, per ritrovare il benessere psicologico.

I libri possono, a livello individuale, curare l’anima, rasserenare lo spirito dalle inquietudini, dare risposte agli interrogativi della vita. La libroterapia si presta ad essere abbinata alla terapia del profondo per la sua capacità di far emergere riflessioni, amplificazioni, nuovi punti di vista generativi per la persona.
La libroterapia si adatta anche alla terapia di gruppo, in cui più persone, guidate dal terapeuta, si confrontano sui temi rilevati dalla lettura dei testi.

L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90.La Libroterapia, in realtà è recente solo per il nome, ma la sua storia è molto lunga.Dal 1900 la Libroterapia è stata impiegata a più livelli in quasi tutte le professioni di aiuto, in ogni fascia di età e in popolazioni diverse. La letteratura mostra che la si utilizza nelle scuole (Gladding & Gladding, 1991; Kramer e Smith, 1998), in ambito di assistenza sociale (Pardeck & Pardeck, 1998a), nella salute mentale  e in psicologia (Farkas & Yorker, 1993), nelle carceri e nelle biblioteche (Bernstein & Rudman, 1989).Le problematiche cui la Libroterapia è stata maggiormente associata sono l’aggressività (Shechtman, 1999, 2000), le questioni legate ad adozione/affidamento (Pardeck, 1993; Sharkey, 1998), la consapevolezza della diversità (Pardeck & Pardeck, 1998a; Tway, 1989), la morte e il lutto (Meyer, 1994; Todahl, Smith, Barnes, e Pereira, 1998), la dipendenza dalle sostanze chimiche (Pardeck, 1991), il divorzio (Kramer e Smith, 1998; Meyer, 1991), il disturbo ossessivo-compulsivo (Fritzler, Hecker, e Losee, 1997), la risoluzione dei conflitti (Hodges, 1995), gli abusi sui minori (Jasmine-DeVias, 1995; Pardeck, 1990), gli incubi (Barclay & Whittington, 1992), l’identità etnica (Holman, 1996), la depressione (Ackerson, Scogin, McKendree-Smith, e Lyman, 1998), la separazione e la perdita (Bernstein & Rudman, 1989), la violenza in famiglia (Butterworth & Fulmer, 1991), le questioni legate ai senza fissa dimora (Farkas & Yorker, 1993), i comportamenti autodistruttivi (Evans et al., 1999).

Tra i benefici riportati nei vari studi si annoverano l’aumentata auto-consapevolezza (DeFrances, 1982, citato in Afolayan, 1992, p.146), il chiarimento dei valori emergenti e lo sviluppo della propria identità culturale (Holman, 1996; Tway, 1989).

I partecipanti a gruppi di Libroterapia possono anche ottenere una maggiore comprensione empatica degli altri (Adler & Foster, 1997; Pardeck & Pardeck, 1998a) e un apprezzamento maggiore di culture diverse, punti di vista ed esperienze vissute (Bernstein & Rudman, 1989), la riduzione di emozioni negative, stress, ansia e solitudine.

Il libro diventa “un altro luogo” che può essere anche condiviso da paziente e terapeuta, in chiave  simbolica, perchè un libro si legge “altrove”, fuori dallo studio del terapeuta, ma la lettura del testo non è al di fuori del contesto terapeutico e soprattutto della relazione  terapeutica.

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Una nuova teoria sul disturbo dell’umore depressivo

                                                  foto di Benoit Paillé
 

Per decenni la teoria dominante è stata che i farmaci  antidepressivi funzionavano alzando i livelli di serotonina il cui segnale, nelle persone depresse, risulta indebolito a causa di uno squilibrio chimico nei neurotrasmettitori (serotonina, dopamina, norepinefrina) responsabili della comunicazione dei neuroni (cellule nervose). Farmaci come il Prozac ed il Paxil, alzando quei livelli, rafforzerebbero i segnali amplificando la comunicazione tra le cellule.

Oggi questa teoria è stata ampiamente criticata poiché la tesi dello squilibrio chimico non spiega la vera eziopatogenesi della depressione. Infatti, negli ultimi quarant’anni, la scienza ha preso in esame alcune ipotesi alternative che mettono in evidenza come altre variabili entrano in gioco nel causare il disturbo dell’umore della depressione.

Lo scienziato Andrew Solomon definì la depressione un “difetto d’amore”: gradualmente viene a mancare l’amore per se stessi (sensi di colpa, vergogna, fantasie suicide), l’amore per gli altri (attribuzione di colpe, aggressività, accuse) e perfino il desiderio d’amore (letargia, ripiegamento su se stessi, apatia). Questi erano considerati sintomi esteriori del cattivo funzionamento dei neurotrasmettitori. E come scrive Solomon “l’opposto della depressione non è la felicità, ma la vitalità”.

A produrre una nuova teoria è stata una linea di ricerca completamente diversa. Alla fine degli anni ’80 il neuro scienziato Fred Gage cominciò ad interessarsi ad una questione che fino ad allora era stata considerata marginale nel problema della depressione: il cervello umano adulto produce nuove cellule nervose? All’epoca i neurobiologi erano convinti che nel cervello adulto non ci fosse sviluppo di neuroni. Una volta formati durante l’infanzia, i circuiti neurali rimanevano fissi ed immutabili. Gage e altri scienziati rivisitarono vecchi esperimenti e scoprirono che, in realtà, i neuroni si formano ancora in età adulta ma soltanto in due zone specifiche del cervello: nel bulbo olfattivo, dove vengono registrati gli odori, e nell’ippocampo, l’organo che controlla la memoria ed è funzionalmente collegato alle zone del cervello che regolano le emozioni. L’equipe di scienziati continuò questi esperimenti studiando i fattori, per esempio esperienze stressanti, che facevano aumentare i sintomi di ansia ed apatia, la diminuzione dei comportamenti avventurosi ed esplorativi e tutti i tratti presenti nel disturbo depressivo. Studiarono anche le condizioni contrarie, cioè gli stimoli dell’ambiente che suscitano interesse, attività, avventura, ricerca del piacere, verificando che questi stimoli funzionano come antidepressivi che attivano la crescita di neuroni nell’ippocampo.

Infine, segnalo l’interessante lettura dell’articolo del medico Siddhartha Mukherjee della Columbia University, sulla rivista Internazionale (29-5luglio 2012). Quest’ articolo, che prosegue la nuova linea di ricerca, più articolata, dinamica ed interessata ai processi,  mette in relazione diversi fenomeni (chimici e organici/dell’organizzazione cerebrale) per spiegare un disturbo dell’umore non solo quando si presenta nella sua massima gravità (spiegazione grossolana) ma individuandone variabili e meccanismi per i quali il disturbo stesso nasce e può essere reversibile cioè curato. Così oggi sappiamo con certezza che gli psicofarmaci sono una risposta artificiale a tale disturbo, mentre le emozioni e gli stimoli che elevano la vitalità sono rispettivamente la causa e l’effetto di uno stato di benessere dell’organismo che gode pienamente delle esperienze piacevoli e gratificanti. E’ così che  viene mantenuta un’ottimale produzione di neuroni nella zona dell’ippocampo ed è questo lo stato che tiene lontana la depressione. Ancora una volta si conferma quanto l’essere umano ed il suo ambiente s’influenzino reciprocamente sia positivamente (vitalità) che negativamente (depressione).

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