POKEMON-GO E IL FILO DI ARIANNA

Nola in Labyrinthus - 2014

Nola in Labyrinthus – 2014

Ripercorrendo il boom che da qualche settimana ha coinvolto tutto il globo terrestre con l’applicazione – gioco Pokemon-Go, vorrei spiegare perché, secondo me, entrando nel mondo virtuale, qualora ne perdiamo il senso, il motivo, il filo conduttore, il controllo delle azioni che questo “sistema” ci mette a disposizione, rischiamo di perdere la vita! Ciò inteso nei termini che affidiamo ad un processo “applicazione-gioco” le nostre capacità personali di scelta e critica e noi, nella realtà, restiamo privati di senso, ossessivamente proiettati in una mappa pre formattata che non ha attinenza con la nostra vita reale se non per il bisogno di evadere da qualcuno/qualcosa che viviamo in modo pesante o diversamente da come vorremmo. Non cerchiamo più le parole per dirlo e ci appaghiamo catturando, potenziando, allenando e facendo lottare i nostri “mostri interiori” tramite quelli di Pokemon Go. Ma per questo non ci bastavano più i numerosi racconti mitologici di mostri?

Allora potremmo ancora ricorrere alla mitologia forse anche alla ricerca di soluzioni, come fece Teseo quando giunse a Creta per uccidere il Minotauro e, prima di entrare nel famoso Labirinto dove il mostro viveva, ricevette da Arianna un gomitolo di lana (il proverbiale filo d’Arianna) per segnarne la strada percorsa e quindi uscire agevolmente dal labirinto liberando gli altri ateniesi e ritornando ad Atene, la loro patria.

Dunque, come fare, a cosa prestare attenzione per non ripetere in modo stereotipato ciò che ci viene trasmesso con un gioco che ha assunto fama mondiale? Qual è la complessa portata della realtà aumentata? Perché ci blocchiamo alla percezione di un dato prodotto in serie e diffuso (la collezione dei Pokemon: cattura, potenziamento, palestre di lotta e violenza) che, più che divertire, rischia di soggiogare ipnoticamente le nostre menti?

Quel che sappiamo dell’essere umano è che, in modo costante, è un essere vivente capace di relazione e socialità sia con le altre persone che verso l’ambiente (contesto=natura e cultura) in cui è inserito.

Il suo essere nel tempo produce azioni esplorative, creative, distruttive. Questo è il segno che la sua vita non è ininfluente e che egli è dotato di capacità decisionali che gli consentono di dirigere le sue azioni verso obiettivi previsti e studiati e non solo di agire in modo casuale, istintivo, impulsivo. Tuttavia gli attuali risultati ottenuti con lo sviluppo tecnologico stanno presentandosi con un contemporaneo aumento di violenza, terrore, guerre, emarginazione, disoccupazione, emigrazione che lasciano ipotizzare l’azione sotterranea di una spaccatura nei valori della realtà. Quasi che l’uomo, non contento dei risultati raggiunti, abbia necessità di commettere nuovi errori sulla realtà creata per poter andare avanti nell’ opera creativa che è la sua vita. Come limitare i danni e potenziare i benefici? È una domanda su cui tutti siamo chiamati a riflettere e rispondere.

Da venti-trenta anni sempre di più è visibile la differenza fra realtà e mondo virtuale. Trasferendo in modo automatico la dimensione della velocità del mondo virtuale sul mondo reale, abbiamo raggiunto la liquidità nelle nostre azioni rendendo rapide, temporanee, consumistiche, rappresentative/simboliche le relazioni con gli altri e con l’ambiente sia nella realtà che nel mondo virtuale mediante i social network e le altre funzionalità che ci permettono di interagire on line.

La realtà aumentata (augmented reality) è una particolare estensione della realtà virtuale. Consiste nel sovrapporre alla realtà percepita dal soggetto una realtà virtuale generata dal computer.

La ricerca tecnologica da circa dieci anni sta cercando di migliorare, rendendola sempre più completa, la percezione del mondo di chi utilizza una device (es. iPhone, iPad di nuova generazione); essa viene “aumentata” da oggetti virtuali che forniscono informazioni supplementari sull’ambiente reale.

Il concetto chiave su cui si basa e su cui funziona la realtà aumentata è quello di inquadrare tramite una videocamera una scena all’interno della quale sono presenti uno o più stampe denominati marker e sovrapporre ad essi (sullo schermo del dispositivo) un o più oggetti a tre dimensioni con cui poter interagire.

Si immagini ad esempio di “aumentare”, appunto, la “realtà” che si ha davanti, con contenuti interattivi che consentano agli utenti di acquisire maggiori informazioni sull’oggetto osservandolo in modo facile intuitivo e stimolante. Ad esempio, osservare una scultura storica raffigurata in una comune brochure, potrebbe diventare un’esperienza unica, l’utente potrebbe infatti aumentare la sua esperienza visiva, semplicemente inquadrando con uno smartphone l’oggetto raffigurato e avere la possibilità di esplorare l’oggetto stesso in tre dimensioni, conoscere informazioni aggiuntive non visualizzabili sulla brochure o ancora visualizzarne un’animazione che ne riproduca il suo aspetto originario. In un sito archeologico, ad esempio, l’utente inquadrando con uno Smartphone un opportuno Marker, potrebbe visualizzarne l’aspetto originario, vedersi materializzare davanti la ricostruzione storica dei monumenti presenti nel sito stesso, ed esplorarne con un tocco la struttura.

Tra i progetti di realtà aumentata presenti sul web, ho scelto come emblematico il progetto finanziato da Basilicata Innovazione, in collaborazione con il Dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università degli studi della Basilicata. “Esso ha avuto lo scopo di valutare le potenzialità ed i limiti nell’utilizzo della realtà aumentata su Smartphone. Per la sperimentazione e sviluppo di applicazioni inerenti al progetto, sono state utilizzate numerose tecnologie hardware e software.  I contenuti da fruire attraverso questa tecnologia riguardavano i beni culturali e archeologici rivolti ad un ampio bacino di turisti, quali ad esempio quelli alla ricerca e riscoperta di luoghi e siti di interesse per i quali sono desiderosi di avere sempre maggiori informazioni. L’obiettivo è quello di fornire al cliente l’esplorazione di un percorso turistico virtuale che riproduca fedelmente i siti di interesse e che consenta un certo grado di interattività. Si è tentato poi di unire all’aspetto culturale e turistico anche un aspetto commerciale, inserendo sulla mappa virtuale nei pressi dei punti individuati di rilevanza storico /culturali anche riferimenti ad attività di ristorazione, quindi di carattere commerciale. In unione all’esplorazione interattiva tridimensionale l’utente ha ovviamente la possibilità di reperire ulteriori informazioni in forma di testo, immagini e suoni, in modo da fornire una maggiore esperienza turistica, sia se utilizzata come semplice guida o integrata con l’esplorazione vera e proprio sul sito di interesse. Ancora, l’applicazione consente all’utente di esplorare la mappa in 3D con la possibilità di sorvolare, ruotare, scorrere e zummare l’intero territorio. All’interno della mappa, in corrispondenza dei punti di interesse vengono visualizzate delle icone che ne contraddistinguono il punto, selezionando l’icona viene visualizzato il nome del luogo con la possibilità di avviare l’esplorazione del punto di interesse. L’esplorazione avviene attraverso la riproduzione 3D del luogo di interesse, l’utente ha la possibilità di interagire con la ricostruzione tridimensionale osservandone così ogni dettaglio. Oltre ai punti di interesse sulla mappa vengono visualizzate anche informazioni relative a punti di ristoro o di pernottamento, l’utente attraverso una comoda barra superiore delle opzioni decide di volta in volta quale categoria di punti sulla mappa desidera visualizzare, le tre categorie previste sono: Punti di Interesse, Ristoranti e Hotel.”[1]

Riassumendo, ecco le possibilità che ci porta la realtà aumentata:

  • Configurare un ambiente interattivo complesso
  • Arricchire una mappa con immagini, testo, suoni, voci narranti, ecc.
  • Ricostruzioni 3D
  • Disporre di azioni per esplorare virtualmente una data realtà che vogliamo conoscere: ruotare, scorrere, “zummare”, sorvolare
  • Inserire un livello di metacomunicazione (con le finalità del nostro progetto) che ci permetta di effettuare chiaramente uno spostamento fra le diverse categorie di informazioni e migliorare i nostri livelli di conoscenza e apprendimento

Quest’ ultimo livello di metacomunicazione è molto importante per la comprensione delle esperienze reali e per la salute mentale delle persone. Non a caso è un concetto introdotto dagli psicologi della scuola di Palo Alto per rendere conto della complessità della comunicazione, della sua dinamica, delle sue disfunzioni e patologie. Un esempio di comunicazione e metacomunicazione è quello in cui un’affermazione verbale (comunicazione) è contraddetta da una non verbale (tono della voce o postura del corpo), che è metacomunicazione. E questa necessaria integrazione nella comunicazione virtuale rischia di andare persa senza l’intervento umano che preveda per correttezza dei messaggi veicolati, anche questi aspetti. E proprio la metacomunicazione ci permette di creare un messaggio che istituisce un differente livello di comunicazione mirando a porre in un diverso contesto un precedente messaggio, così da sottolinearne una diversa intelligibilità. La metacomunicazione si riferisce anche al livello comunicativo di tipo non verbale che viene istituito per rafforzare o per negare il contenuto della comunicazione verbale (per es., gli ammiccamenti, i gesti, e in genere ogni altro elemento che interagisce con la comunicazione verbale).

Allora non bisogna accettare che sia un gioco a prendersi il merito di far uscire le persone depresse da casa (e chi ha mai parlato loro di PokemonGO?), a spingerle ad esplorare il paesaggio in cui sono immerse! Bisogna lasciare il gioco nel gioco e non scambiarlo con la realtà, materiale o virtuale che sia! Forse nel nostro mondo non ci sono abbastanza poeti: Il poeta si comporta come il bambino che gioca. Egli crea un mondo di fantasia che prende molto sul serio – in cui, cioè, investe una grande carica emotiva – e lo separa nettamente dalla realtà. (Sigmund Freud)

Questa necessità si può comprendere meglio con la visione del film “LABYRINTHUS”. Un film del 2014 per la regia di Douglas Boswell. Film per bambini (target del pubblico 9-13 anni) realizzato con un taglio adulto. È infatti un’avventura cibernetica, premiata al Giffoni Film Festival, i cui protagonisti sono ragazzi reali e animali reali, in carne e ossa, le cui esistenze e i cui corpi sono stati misteriosamente caricati da una “scatola nera fotografica”, trasportati e intrappolati nel labirinto di un videogame mentre, nella realtà, i loro corpi cadono in un sonno profondo simile al coma. In una frenetica e concitata corsa contro il tempo, il protagonista dovrà scoprire il “codice” per trovare il malvagio creatore di questo terribile gioco. “Chi entra qui perde la vita” è il messaggio nascosto nel film che può salvare tutti tranne che…

APPROFONDIMENTI:

Bateson, G., Ruesch, J. (1976) La matrice sociale della psichiatria, Bologna, Il Mulino

Bateson, G. (1977) Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi
Bateson, G. (1996) Questo è un gioco. Perché non si può mai dire a qualcuno: «Gioca!», Milano, Raffaello Cortina Editore

Bateson, G. (1984) Mente e natura, un’unità necessaria, Milano, Adelphi

Bauman Z. (2000) La solitudine del cittadino globale, Ed. Feltrinelli

Bauman Z. (2002) Modernità liquida,Roma-Bari, Ed. Laterza

Bauman Z. (2009) Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero, Bologna, Il Mulino

Borsoni P. “Metacomunicazione, disconferma, doppio legame, nelle teorie di Bateson, Laing, Watzlawick“, in “La Critica    Sociologica”, n.90-91, Roma

Borsoni P. (1995) Ricerca di ecologia di comunicazione, Roma, Ianua editrice

Laing R. (1959) L’io e gli altri, Milano, Rizzoli

Laing R. (1959) L’io diviso, Torino, Einaudi

Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967) Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio

Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R. (1974) Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Roma, Astrolabio

Watzlawick, P. (1976) La realtà della realtà, Roma, Astrolabio.

Winnicott D.W. (1971) Gioco e realtà, Roma, Armando

Watzlawick, P. (1976) La realtà della realtà. Roma, Astrolabio

Watzlawick, P. (1977) Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica. Milano, Feltrinelli

[1] (cit. dal web)

 

L’anima dell’aiuto e la psicologia dei popoli

Cosa significa aiutare ?

Aiutare è un’arte ed è anche necessario immedesimarsi in chi cerca aiuto, mettersi nella prospettiva di ciò che gli corrisponde e ciò che, allo stesso tempo, va oltre, verso qualcosa di più ampio.

L’immagine primordiale dell’aiutare

L’immagine primordiale dell’aiutare è il rapporto fra genitori e figli, in particolare fra madre e figlio.             I genitori danno, i figli prendono. I genitori sono grandi, superiori e ricchi, i figli sono piccoli, bisognosi e poveri. Dal momento che genitori e figli sono legati da un profondo amore, fra loro dare e prendere può essere pressoché illimitato. Tuttavia lo sono solo finché i figli sono piccoli. Con il passare del tempo i genitori tracciano dei limiti contro cui i figli possono scontrarsi e maturare. I genitori sono meno affettuosi nei confronti dei figli? Sarebbero genitori migliori se non ponessero dei limiti? Oppure sono bravi genitori proprio perché pretendono dai figli qualcosa che li prepara a diventare adulti? Molti figli si arrabbiano con i genitori perché avrebbero preferito mantenere l’originaria dipendenza. Tuttavia è proprio ritraendosi e deludendo le aspettative che i genitori aiutano i propri figli a liberarsi della dipendenza e ad agire, passo dopo passo, sotto la propria responsabilità.

Solo così i figli assumono il proprio posto nel mondo degli adulti e si trasformano da coloro che prendono in coloro che danno. 

Aiutare come compensazione

L’aiuto è regolato dal bisogno di compensazione. Gli esseri umani dipendono dall’aiuto degli altri. Solo così possiamo svilupparci. Allo stesso tempo siamo anche predisposti ad aiutare gli altri. Chi non è necessario agli altri, chi non può aiutare, diventa solitario e intristisce. Aiutare non serve dunque solo agli altri, ma anche a noi stessi. Perciò, l’aiuto è generalmente reciproco.

Spesso le possibilità di compensare restituendo sono limitate, come ad esempio nei confronti dei genitori. Ciò che ci hanno donato è troppo grande per poterlo compensare dando a nostra volta. Quindi l’unica cosa che ci resta da fare è accettare ciò che ci viene donato ed esprimere il ringraziamento che viene dal cuore.

La compensazione, donando a nostra volta, e la conseguente liberazione sono possibili in questo caso solo trasmettendo ad altri, ad esempio ai figli, ciò che abbiamo ricevuto.

Dare e prendere avvengono dunque a due livelli. Fra pari si mantiene sullo stesso livello e richiede reciprocità. Nell’altro caso, fra genitori e figli o fra superiori e bisognosi, esiste un dislivello. Dare e prendere sono dunque un flusso che porta avanti ciò che ha in sé. Questo modo di dare e prendere è più grande. Tiene conto di ciò che viene dopo. Questo tipo di aiuto accresce l’importanza del dono. Colui che aiuta viene trascinato e legato in qualcosa di più grande, ricco e duraturo. Questo modo di aiutare presuppone che abbiamo prima ricevuto e accettato. Solo così sentiamo l’esigenza e la forza di aiutare gli altri, soprattutto se tale aiuto richiede un grande sforzo. Allo stesso tempo, presuppone che coloro che desideriamo aiutare abbiano bisogno e desiderino ricevere ciò che siamo in grado di donare. Altrimenti il nostro aiuto finisce nel vuoto. Divide invece di unire.

 La percezione speciale

Per poter agire nel rispetto degli ordini dell’aiutare, è necessaria una percezione speciale.

Questi “ordini” non vanno applicati in modo rigido o metodico; non devono orientarci a pensare, a riflettere o a riferirci ad esperienze passate, quanto piuttosto permetterci di esporci alla situazione specifica per comprendere l’essenziale, percepire in modo mirato e allo stesso tempo distaccato.  Questo tipo di percezione consente di orientarsi verso una persona senza aspettarsi nulla di preciso, tranne che comprenderla interiormente e stabilire il successivo passo da compiere. Questa percezione scaturisce dal raccoglimento. In esso si abbandonano la riflessione, gli obiettivi, le differenziazioni e le paure. Ci si apre a qualcosa che ci muove dall’interno: ai movimenti dell’anima.

Allora, percepiamo qualcosa che determina movimenti precisi, immagini e voci interiori e sensazioni insolite, al di là del nostro abituale modo di pensare. Ci guidano dall’esterno e, allo stesso tempo, all’interno. Percepire e agire coincidono. Questo tipo di percezione è dunque meno ricettivo e descrittivo, ma più produttivo. Porta all’azione e grazie a essa diventa più profonda. Il periodo in cui si è in grado di aiutare sulla base di tale percezione è generalmente breve. Si limita all’essenziale, mostra il passo successivo, sparisce velocemente e ci lascia presto alla nostra libertà. Poi, ognuno percorre la propria strada.

Questo tipo di percezione riconosce quando è opportuno aiutare e quando è dannoso, quando ostacola più che favorire, quando serve a lenire più la propria sofferenza che quella dell’altro. Ed è umile.

Primo ordine dell’aiutare

Il primo ordine dell’aiutare consiste dunque nel dare solo ciò che si possiede e nell’aspettarsi
e accettare solo ciò di cui si ha bisogno. Parallelamente, il primo disordine dell’aiutare inizia quando vogliamo dare ciò che non abbiamo e prendere ciò di cui non abbiamo bisogno. Oppure quando ci aspettiamo e pretendiamo dall’altro ciò che non ci può dare, perché non lo possiede.
Ma anche quando non dobbiamo dare qualcosa perché sottrarrebbe all’altro qualcosa che può o deve sopportare da solo. Dare e prendere hanno dunque dei limiti.
Riconoscere tali limiti e rispettarli fa parte dell’arte dell’aiutare. Questo modo di aiutare è umile. Spesso rinuncia ad aiutare di fronte alle aspettative e al dolore. Questa umiltà e questa rinuncia contraddicono molti punti di vista tradizionali sul giusto modo di aiutare ed espongono spesso il facilitatore ad accuse e attacchi.
 
Secondo ordine dell’aiutare
L’aiuto serve da una parte alla sopravvivenza e dall’altra allo sviluppo e alla crescita.
Sopravvivenza, sviluppo e crescita sono legati a particolari condizioni, sia interiori che esteriori.
Aiutare consiste dunque nel sottomettersi alle circostanze e nell’intervenire solo nella misura in cui esse lo consentono. Questo aiuto è discreto, ha forza.
In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel negare le circostanze invece di guardarle negli occhi insieme a chi ha bisogno di aiuto.
Voler aiutare opponendosi alle circostanze indebolisce sia colui che aiuta sia colui che si aspetta aiuto, oppure colui a cui viene offerto o addirittura imposto aiuto.
 
Terzo ordine dell’aiutare
Molti facilitatori, ad esempio nel campo della psicoterapia e nel sociale, credono di dover aiutare coloro che chiedono aiuto come fanno i genitori con i propri figli. Allo stesso modo, molti di coloro che hanno bisogno di aiuto si aspettano di essere aiutati come fanno i genitori con i figli, per ricevere a posteriori ciò che ancora si aspettano e pretendono dai genitori.
Passo dopo passo devono porre dei limiti a coloro che cercano aiuto e deluderli.
Colui che aiuta e colui che viene aiutato sono entrambi liberi.
Questo principio è realizzabile quando c’è l’ accettazione dei veri genitori perché consente a colui che aiuta di evitare in partenza il transfert fra figli e genitori. Se si rispettano nel proprio cuore i genitori delle persone che vengono aiutate, se si è in armonia con questi genitori e con il loro destino, le persone aiutate potranno anche incontrare i propri genitori in coloro che offrono aiuto.
Il terzo ordine dell’aiuto prevede dunque che il facilitatore si ponga da adulto di fronte a un adulto che cerca aiuto.
 
Quarto ordine dell’aiutare
Sotto l’influsso della psicoterapia individuale, coloro che aiutano affrontano spesso l’altro che richiede l’aiuto come individuo isolato. Anche in questo caso si correil rischio di creare un transfert fra figli e genitori. Tuttavia il singolo fa parte di una famiglia. Solo percependolo come membro di
una famiglia, chi aiuta si rende conto di chi l’altro ha bisogno e nei confronti di chi è in debito.  La realtà di chi ha bisogno di aiuto può essere percepita solo nel momento in cui lo si vede insieme ai genitori e agli antenati e magari anche con il partner e i figli.
In questo modo ci si rende conto di chi all’interno della famiglia ha bisogno del suo rispetto e del suo aiuto e a chi deve rivolgersi per comprendere quali passi deve compiere. Quindi colui che porta aiuto si deve immedesimare in modo non tanto personale quanto sistemico.

In questo caso il disordine dell’aiutare consiste nel non tenere in considerazione e non rispettare altre persone importanti che hanno in mano la chiave della soluzione.

Anche in questo caso si corre il rischio che questo modo sistemico di immedesimarsi venga giudicato duro da coloro che avanzano pretese infantili nei confronti di chi aiuta.

Chi invece cerca una soluzione in modo adulto percepisce il metodo sistemico come una liberazione e una fonte di forza.

Quinto ordine dell’aiutare

Il vero aiuto consiste nell’ unire ciò che prima era diviso. In questo senso è al servizio della riconciliazione, soprattutto con i genitori e gli antenati. La riconciliazione viene ostacolata dalla distinzione fra bene e male compiuta spesso da coloro che aiutano sotto l’influsso della coscienza e dell’opinione pubblica imbrigliata nei limiti di tale coscienza.
Ad esempio, quando un cliente si lamenta dei propri genitori, delle proprie condizioni di vita o del proprio destino e il facilitatore fa proprio tale punto di vista, si mette al servizio del conflitto e della separazione e non della riconciliazione.
Aiutare al servizio della riconciliazione è possibile solo se il facilitatore attribuisce un posto nella propria anima a ciò di cui il cliente si lamenta. In questo modo il facilitatore compie nella propria anima ciò che il cliente deve ancora portare a termine.
Il quinto ordine dell’aiutare è dunque l’amore nei confronti di tutti, così come sono, per quanto possano essere diversi da noi. In questo modo il facilitatore apre il proprio cuore. Diventa parte dell’altro.
Ciò che si è riconciliato nel suo cuore si riconcilia anche nel sistema del cliente.
In questo caso il disordine dell’aiutare è costituito dal giudizio nei confronti degli altri, che è generalmente una condanna ed è legato allo sdegno moralistico.
Chi aiuta veramente, non giudica.

Aiutare i popoli ad affrontare la povertà

Di conseguenza, l’aiuto diretto ai popoli più poveri deve tener conto dell’ordine in cui questo deve essere dato, poiché, altrimenti, esso può cadere nel vuoto, creare disordine sociale generando rivalità, aggressività, contesa, ingiustizia, devianza e perciò risultare addirittura dannoso anziché utile alla sopravvivenza, alla crescita, allo sviluppo.

Aiutare e prendersi cura dell’altro implica la capacità di essergli accanto. Ma chi è l’altro che incontro e scopro diverso da me? Perché accoglierlo? Per dovere? Per etica professionale? Per educazione? Le emozioni ed i sentimenti rivestono un ruolo fondamentale nelle relazioni. Negarli o volerli nascondere non consente a coloro che si dedicano all’attività di aiuto e/o di cura di agire un buon aiuto, una buona cura. Il rispetto, il riconoscimento e il dialogo sono requisiti indispensabili all’accoglienza, ma è l’ascolto, fra tutte, la facoltà che ci consente di entrare in contatto con il mondo dell’altro, un ascolto (per dirla con le parole di Simone Weil) in cui trovi posto il silenzio, l’attenzione, l’umiltà.

L’ ottocento, che fu il secolo delle espansioni coloniali da parte di alcuni Stati Europei (Inghilterra, Francia, Germania, ecc.), ci ha già dato testimonianza di modalità e comportamenti discutibili nell’invadere, nello scontrarsi, ma anche nell’incontrarsi con popolazioni diverse. L’indiscutibile approccio etnocentrico di questi Stati ha considerato e definito “primitivi” in modo frettoloso gli usi e costumi autoctoni solo perché le ha messe in riferimento diretto ai propri. In particolare, Simone Weil ci fa notare come la politica coloniale della Francia, pur ispirandosi a principi di libertà ed uguaglianza, negli anni del Fronte popolare e delle sinistre al potere, non fosse cambiata, perseverando nell’ opprimere popoli di altra storia e cultura in spregio delle loro identità e dignità, così come la Germania nazista aveva iniziato a fare nei confronti degli stessi popoli europei.

Tuttavia, nonostante la coercizione dello spirito colonialista, per molti avveduti uomini di pensiero, il seme della curiosità scientifica era stato gettato.

Si sviluppò l’antropologia culturale, con il programma scientifico di comparare le diverse culture in tutti i loro aspetti: religiosi, artistici, morali ecc.. Nacque un genuino interesse per “l’alterità”.

Wilhelm von Humboldt (1767-1835) coniò il temine “psicologia dei popoli” (volkerpsychologie) e propose l’interessante ipotesi che, popoli di lingue diverse, avrebbero immagini del mondo diverse. In altre parole, la lingua appresa andrebbe a incidere sulla formazione psichica degli individui: a lingue diverse corrisponderebbero psicologie diverse (detta anche ipotesi di Sapir-Whorf).

I veri fondatori della psicologia dei popoli furono tuttavia, il filosofo Moritz Lazarus (1824-1903), Hermann Steinthal (1823-1899) e lo stesso fondatore della scuola psicologica di Lipsia Wilhelm Wundt (1832-1921).  Wundt sarà l’autore di una poderosa opera in 10 volumi intitolata “psicologia dei popoli” (1900-1920), dove si cerca di studiare la “psicologia collettiva” nelle sue manifestazioni culturali permanenti.

Il loro proposito, solo parzialmente realizzato, era quello di studiare in modo comparato la cultura dei diversi popoli, al fine di scoprire le leggi che portano allo sviluppo del comportamento sociale.

Attraverso un’antropologia comparata, attraverso lo studio delle culture, delle religioni, dei linguaggi, dei miti, dei costumi e dell’arte, si sarebbe giunti, per questi autori, a conoscere importanti aspetti della psicologia umana.

Dunque, se la povertà di oggi viene osservata da un punto di vista macrosociale come un prodotto della storia socio-culturale, ed economico-politica, per superarla in modo equo e corretto, è necessario affrontarla con modalità e metodi che rispettino i contesti di vita di tale complessità.

I partecipanti alla Conferenza del CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei popoli) negli anni 2007-2008, hanno elaborato gli approcci e le priorità operative “Per i diritti e contro la Povertà”, studiando il ruolo degli aiuti nei contesti di crisi del mondo contemporaneo.

Il CISP ha altresì elaborato il proprio Codice di Condotta per i programmi di cooperazione internazionale, individuando le seguenti priorità:

1. I progetti sono finalizzati al soddisfacimento di bisogni effettivi delle popolazioni e  vengono definiti tenendo conto delle caratteristiche economiche, sociali e culturali dei diversi contesti. Questo significa, tra l’altro, esercitare una costante attenzione affinché tali progetti siano condotti nel rispetto delle culture locali.
 
2. La prassi di cooperazione aspira alla massima valorizzazione delle risorse tecniche, professionali e materiali locali. Questo comporta, ad esempio, che le funzioni assegnate al personale espatriato non devono mortificare o marginalizzare ruoli e apporti del personale locale, ma piuttosto promuoverne e valorizzarne le capacità. Rientra in questo quadro anche la promozione di forme ed azioni di cooperazione regionale Sud-Sud.
 
3. Le attività realizzate nei paesi terzi tendono a rafforzare, migliorare o, se necessario, modificare i piani di intervento nazionali, ma in nessun caso possono essere concepite senza tenerne conto. La cooperazione non può infatti sovrapporsi o sostituirsi alle istanze locali di pianificazione. Al contrario, solo agendo nel pieno rispetto del ruolo di tali istanze e dialogando con esse, la cooperazione può godere della autorità e del prestigio per negoziare – quando necessario – l’introduzione di correttivi nelle politiche e
 nei piani di intervento locali.
 
4. Per garantire una elevata efficacia dei progetti è necessario dedicare attenzione alla identificazione, pianificazione, monitoraggio e valutazione degli stessi. Queste attività devono essere realizzate con la partecipazione dei beneficiari e l’informazione elaborata in tale contesto deve essere loro restituita.
 
5. La professionalità costituisce un criterio deontologico fondamentale, che qualifica il rapporto tra il CISP, i paesi e le comunità presso i quali esso interviene e rappresenta una pre-condizione per l’affermazione di relazioni efficaci basate sulla collaborazione e sul rispetto reciproco.
 
6. Fermo restando il principio delle non ingerenza nella vita politica e religiosa dei paesi terzi, si considera opportuno promuovere, anche attraverso specifiche collaborazioni operative, il ruolo di istituzioni ed organismi la cui prassi concreta contribuisce a processi di sviluppo e democratizzazione. In questo quadro, si considera particolarmente importante la valorizzazione del ruolo delle associazioni femminili e di quelle che rappresentano gli interessi dei piccoli produttori e degli altri soggetti marginali (rifugiati, comunità indigene, minoranze etniche, ecc.).
 
7. Per ragioni di trasparenza, i governi, i partner e le comunità locali devono essere informati sulle fonti delle risorse che rendono possibile la realizzazione degli specifici progetti.
 
8. I progetti devono essere gestiti in modo tale da assicurarne la sostenibilità economica, sociale ed istituzionale e il perdurare dei benefici da essi indotti. La loro conduzione deve inoltre tenere conto della necessità di ottimizzare l’uso delle risorse finanziarie, affinché queste rechino il massimo beneficio possibile alle popolazioni locali.
 
9. Il coordinamento concreto tra le agenzie e gli organismi di cooperazione internazionale e le istituzioni dei paesi beneficiari costituisce uno strumento importante in ordine alla maggiore efficacia delle azioni e delle politiche intraprese. Al riguardo, il CISP assicura la sua disponibilità a rendere note le informazioni relative alle sue attività.
 
10. Per quanto relativo alle azioni umanitarie finalizzate al superamento di emergenze complesse, il CISP aderisce al Codice di Condotta elaborato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, che afferma, tra gli altri, i seguenti principi: diritto universale all’assistenza umanitaria, senza limitazioni legate all’ideologia, alla religione, alla razza, al sesso o ad altre considerazioni; autonomia politica ed operativa degli interventi affinché questi non finiscano con il sostenere, soprattutto in situazioni di conflitto,
una particolare fazione; rispetto dei diritti della persona, così come sono definiti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
 
Inoltre il CISP ha così definito le sue priorità strategiche:
 
I. Diritto alla sicurezza sociale ed economica: sviluppo di opportunità di reddito, migrazioni e sviluppo, sicurezza alimentare
 
II. Diritto alla salute ed accesso all’acqua e sanitation
 
III. Diritto al Futuro: Diritti dell’Infanzia, degli Adolescenti e dei Giovani e Valorizzazione dell’Ambiente e delle Risorse Naturali
 
IV. Diritto all’assistenza umanitaria: Emergenza e Prima Ricostruzione
 
V. Appoggio alle politiche pubbliche per la coesione sociale e alla società civile 

B I B L I O G R A F I A

AA.VV., I grandi miti della psicologia popolare. Contro i luoghi comuni, Editore Raffaello Cortina, 2011

Bonaglia F., De Luca V., La cooperazione internazionale allo sviluppo, Il Mulino, 2011

CISP (a cura di), Per i diritti e contro la povertà, Stampa tipografica Beniamini, Roma, 2008

CISP (a cura di) Cibo e conflitti, Plus (Collana studi del CISP), 2010

Loya e Sapuile Belchior do Rosario, Religione e società in Africa. Evoluzione storica e comparazione giuridica: il caso dell’Angola, Plus (Collana studi del CISP), 2005

Fatos D., Tucci M, Contro l’autostima, Bonanno, 2009

Hellinger Bert, Gli ordini dell’aiuto. Aiutare gli altri e migliorare se stessi, Tecniche Nuove, 2007

Le Bon Gustave, Psicologia delle folle, TEA, 2004

Le Bon Gustave, Psicologia dei popoli, M & B Publishing, 1997

Moritz Lazarus, Psicologia dei popoli come scienza e filosofia della cultura, Bibliopolis, 2008

Nutile Emanuele, Analisi psicologica del Mezzogiorno. Come utilizzare efficacemente le peculiarità psicologiche delle popolazioni, Rubbettino, 2001

Maseri G. Poli N., Vicinanza e lontananza attraverso gesti di cura, Franco Angeli, 2007

Maseri G., Prendersi cura dell’altro. Dal rispetto al riconoscimento attraverso il dialogo e la cura, Il Pensiero Scientifico, 2009

Pennisi A., Falzone A., Il prezzo del linguaggio. Evoluzione ed estinzione nelle scienze cognitive, Il Mulino, 2010

Sironi Francoise, Violenze collettive. Saggio di psicologia geopolitica clinica, Feltrinelli, 2011

Weil Simone, La colonizzazione ed il destino dell’Europa, Marietti, 2009

Wundt Wilhelm, Opere scelte di Psicologia dei popoli, UTET, 2009

 

Blog Stats

  • 56,533 hits
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: