L’ordine e la stabilità della vita stanno nella sua struttura problematica

Rene Magritte - La nuit de Pise (litografia)

Rene Magritte – La nuit de Pise (litografia)

Ignacio Matte Blanco in Pensare, sentire, essere : riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo (Einaudi, 1995)  dice che le emozioni e l’inconscio sono strutture bi-logiche, ovvero contengono una logica simmetrica, espressione del modo indivisibile. L’emozione può essere considerata come un oggetto mentale che contiene elementi troppo complessi per essere compresi dalla logica tridimensionale, e quindi non può essere tradotta fedelmente in linguaggio verbale.  Tuttavia, se i contenuti del nostro inconscio sono inaccessibili alla nostra coscienza, le emozioni rientrano anche nella sfera della nostra consapevolezza e, sia pure parzialmente, siamo in grado di pensarle, ovvero ridurle ad eventi, cioè in oggetti tridimensionali.

Poiché il pensiero pensa soprattutto attraverso immagini, l’unico modo che ha per “vedere” qualcosa che non si limita a tre dimensioni è quello di appoggiarsi ad un’unica immagine, che sia in grado sia di suggerire sia di sintetizzare ciò che non può essere visto nella sua interezza, e di essere contenuta dai limiti angusti della coscienza. Lo psicoanalista ci porta un esempio che può rendere più facile la comprensione. “Si racconta che, mentre si recava quotidianamente da casa sua al Center of Advanced Studies di Princeton, Einstein fece amicizia con una ragazzina che faceva ogni giorno la sua stessa strada. A un certo punto egli iniziò ad aiutarla nei suoi studi di matematica. È molto probabile che, nello spiegare gli elementi della matematica, Einstein usasse un linguaggio che, per un esperto, conteneva profonde intuizioni sull’ argomento. È altrettanto probabile che almeno alcune di queste intuizioni non espresse non fossero colte dalla ragazzina che probabilmente “comprendeva” i concetti elementari, in modo diverso da come avrebbe potuto assumerle da un insegnante meno profondo”.

Come la bambina non era in grado di comprendere completamente le intuizioni di Einstein, così la nostra mente tridimensionale è incapace di assumere un oggetto troppo complesso, di dimensioni superiori a tre. Si può trattare di un oggetto mentale (un’emozione, un contenuto inconscio) o anche di un eventuale (ma non è detto che esista) oggetto fisico: in entrambi i casi si tratta di un oggetto che possiede un numero di dimensioni superiore a quelle che siamo in grado di comprendere coscientemente.

La nostra intelligenza può concepire spazi con dimensioni superiori alle tre dimensioni dello spazio geometrico,  ma si tratta di un modo di concepirli che non è un pensare strutturato nello spazio e nel tempo, ma un sentire che non appartiene alla logica classica aristotelica.

Il nostro pensiero dunque è limitato dalle categorie spazio-temporali, e perciò non può essere consapevole di più di una cosa per volta. Emerge subito l’impossibilità di cogliere esaustivamente tutte le sfumature che ci fanno sentire la vitalità delle nostre emozioni: per diventare consapevoli dell’emozione che stiamo provando in un dato momento, siamo costretti ad interrompere l’esperienza diretta di questa emozione per acquisire la consapevolezza che la stiamo provando. Questo non annulla la nostra emozione, ma la modifica. Ad esempio, se concentriamo intensamente la nostra attenzione sul dolore nello stesso istante in cui lo stiamo provando, probabilmente l’intensità del dolore diminuisce, visto che la nostra coscienza non riesce a contenere due oggetti alla volta (l’attenzione sul dolore e il dolore stesso). Viceversa, se tentiamo di non pensare al dolore nello stesso istante in cui lo stiamo provando, lo sentiremo più intensamente.

Tutte le emozioni dunque contengono “esperienze infinite”, poiché non abbiamo altro modo di interpretare attraverso le nostre strutture cognitive tridimensionali qualcosa che possiede un numero superiore di dimensioni. Alla luce di questa ipotesi, si può comprendere meglio per quale motivo per descrivere emozioni e sentimenti vengono spesso usate spesso metafore e linguaggi più evocativi, come quello poetico. Suoni, immagini e altri mezzi espressivi artistici, linguaggi non trasparenti che suggeriscono senza indicare esattamente contenuti, possono far riferimento ad una realtà non strettamente legata alla percezione tridimensionale.

Matte Blanco ha elaborato il concetto di antinomia fondamentale, cioè l’idea che la vitalità si realizza nella contraddizione della combinazione del modo eterogenico e indivisibile e che si esplicita in forme diverse: nel linguaggio filosofico e matematico  essa si esprime in paradossi e antinomie; nel linguaggio psicologico essa si esprime in sintomi, immagini oniriche e in tutte le formazioni di compromesso causate dalle esigenze pulsionali inconsce e in molti luoghi comuni della vita quotidiana.

Ancora, Matte Blanco analizza la difficoltà di esprimere in parole i propri sentimenti, difficoltà comune a tutti anche se in misura diversa, non solo nel caso in cui le emozioni sono vaghe e confuse, ma anche di fronte a quelle più forti e violente. Dunque, possiamo esporre con ordine e chiarezza i contenuti dei nostri pensieri e delle nostre percezioni, ma non siamo in grado di definire i nostri sentimenti. Quando lo facciamo, spesso siamo costretti a ricorrere a metafore, paragoni, illustrazioni che non sono certo precise. Uno dei luoghi in cui il nostro modo di essere mostra il suo nucleo antinomico è in questa impossibilità di tradurre in logica le nostre emozioni.

Tuttavia l’emozione viene percepita e quindi può essere comunicata con un linguaggio che utilizza il codice logico del pensiero: le parole. Le parole  tuttavia, sono un contenitore inadatto per le emozioni, ed è per questo motivo che per descrivere le emozioni è necessario ricorrere al linguaggio metaforico dell’arte. Un quadro o una poesia sono in grado di condensare numerosi contenuti, mentre una parola si riferisce in genere ad un singolo contenuto.

L’emozione perciò, seguendo questa ipotesi, sarebbe una struttura bi-logica, ovvero una costruzione mista di logica classica e simmetrica.  In altre parole, l’emozione è sostanzialmente diversa dal linguaggio della logica, non è definibile usando la logica classica e non è quantificabile in numeri. Certo, è possibile misurare le reazioni fisiologiche dell’organismo, ma finora non è stato possibile definire l’esperienza soggettiva dell’emozione, cioè le sue qualità, il suo ruolo nell’equilibrio psichico e nei rapporti interpersonali. Ad esempio con un poligrafo (macchina della verità) possiamo misurare l’intensità delle reazioni dell’organismo, ma non possiamo sapere con certezza le qualità e le motivazioni che sottendono tale reazione.

Chi può dire se un’emozione anche intensa è dovuta alla consapevolezza di mentire, alla paura, o al fatto che il soggetto sottoposto al poligrafo si stia mordendo la lingua? L’emozione “tende all’infinito” proprio perché non è misurabile in una quantità finita.

Diverse espressioni del linguaggio quotidiano possono rivelare in che modo le emozioni contengono l’esperienza dell’infinito.

Prendiamo ad esempio il comune sentimento di impotenza, tanto frequente nei momenti di sconforto. Matte Blanco osserva che l’espressione  comune “io non sono capace di fare niente” trascende i limiti della logica aristotelica ed abbraccia l’infinitamente piccolo. Analizzando il significato letterale di questa affermazione, ci accorgiamo che “non essere capaci di far nulla” equivale ad un grado d’ incapacità non raggiungibile da un essere umano. Infatti, l’espressione rimanda ad un livello d’ incapacità eccessivo rispetto   alla reale “piccolezza” delle capacità umane.

Ancora, Matte Blanco riprende l’esempio dell’innamoramento. Quale innamorato dirà di amare “per un certo tempo e in un determinato luogo”? Un innamorato giusto dichiarerà sempre di amare per sempre, e ovunque. L’emozione si inserisce nella categoria della quantità, sotto la forma di quantità infinita.

Nelle emozioni più intense, odio e amore, gioia e dolore, è abbastanza facile rintracciare “esperienze infinite”. Infatti, quando l’emozione è molto forte, tende ad invadere, espandersi e ricoprire l’intero campo della coscienza, mentre i confini spazio temporali si fanno molto sfumati. All’interno di queste esperienze, la logica classica conta ben poco. Secondo Matte Blanco l’infinito matematico non è altro che una traduzione incompleta in termini tridimensionali di un pensiero che opera in un numero di dimensioni superiore.

La logica classica dunque per parlare di sentimenti deve tradurli in una quantità infinita. In questo modo, essa compie un’operazione strettamente analoga all’appiattimento di una mela reale alle due dimensioni di un vassoio. Come la mela, schiacciata in un vassoio, produce una superficie bidimensionale molto estesa, che finisce col debordare dal vassoio, così il sentimento, traducendosi in logica, si moltiplica in espressioni di quantità infinite.

Bibliografia

Ignacio Matte Blanco, Pensare, sentire, essere : riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo, Einaudi, 1995

Ignacio Matte Blanco, L’ inconscio come insiemi infiniti : saggio sulla bi-logica, Einaudi, 1981

L’intimità non è per i deboli di cuore

Spesso si ritiene che nelle relazioni di coppia, consolidate negli anni, le persone si conoscono così bene che non c’è bisogno di dire nulla o che non hanno niente da dirsi. Ma non assistiamo ad un silenzio come per la quiete delle persone intime di lunga data, bensì ad un silenzio gelido anzichè caldo e rilassato. Questo silenzio viene sperimentato più come alienazione e fallimento della comunicazione.

Ma la verità non è che le persone si sono dette tutto bensì che “non vogliono sentire quello che il partner ha da dire…  perchè lo sanno già!”

Quella che noi chiamiamo mancanza di comunicazione, è spesso proprio l’opposto, infatti se veramente le persone non potessero comunicare non potrebbero sapere che non vogliono ascoltare quello che il partner ha da dire.

Dunque, il silenzio delle coppie sposate è testimone della loro buona comunicazione: ogni coniuge sa che l’altro non vuole ascoltare ciò che è nella mente di ciascuno di loro due.

Le conoscenze che abbiamo acquisito su cosa sia l’intimità, nascono da astratte inchieste accademiche o da ricerche sull’intimità di breve durata e questi risultati non si possono applicare al matrimonio nè alla terapia.

Quello che sappiamo sull’ intimità sta appena emergendo ed è che essa è imperniata sulla nostra capacità di differenziarci dagli altri.

La rivelazione di se stessi comporta una capacità di autocoscienza, di riflessione su se stessi e una complessità di linguaggio. Nell’essere umano tutti questi processi sono mediati dalla neocorteccia ed è uno sviluppo relativamente recente nell’evoluzione umana: finchè non abbiamo sviluppato una neocorteccia non eravamo capaci di intimità. Perciò la nostra conoscenza dell’intimità è solo in corso di sviluppo. Durante questo periodo di apprendimento abbiamo creato l’intimità, il sesso ed il matrimonio a nostra immagine, basandole cioè sull’immaturità emotiva (bassa differenziazione), sui matrimoni mediocri, sulle credenze sociali che si rinforzano l’un l’altro a vicenda. Con il risultato che si vedono incoraggiate concezioni particolari della vita e bloccata la coscienza di altre.

L’intimità è spesso mal interpretata come qualcosa che implica accettazione, conferma e reciprocità da parte del proprio partner, ma ciò è solo quello che si desidera quando si stanno per rivelare informazioni personali importanti.

Ma l’intimità non è la stessa cosa della vicinanza, del legame o del prendersi cura (tutti elementi confortanti, che sottolineano lo stare insieme, la continuità, la storia condivisa).

L’intimità è un’esperienza “io-tu” che comporta l’implicita coscienza di essere separati dal partner, con parti che devono essere anche condivise.

Analogamente, è distorto anche il nostro modo d’intendere la comunicazione.

La comunicazione riguarda lo scambio d’informazioni e l’intimità la rivelazione d’informazioni personali.

Le coppie che si lamentano di scarsa comunicazione in realtà si stanno riferendo a interazioni che le fanno stare male piuttosto che ad un’assenza di messaggi.

Ma in una relazione stabile, ed in particolare nel matrimonio, non si può smettere di comunicare. La separazione ed il divorzio spesso rappresentano tentativi mal indirizzati di fermare lo scambio d’informazioni.

La buona comunicazione è mal interpretata come se l’altro vi dovesse percepire nel modo in cui volete essere visto o compreso.

Il codice “non comunichiamo” sta per “rifiuto di accettare questo messaggio, mandamene uno diverso! Come osi vedere me in questo modo!”

Ma l’intimità non si sviluppa nel modo idilliaco di esperienze accumulate di reciproca fiducia, empatia, conferma e rivelazione reciproca. Ironicamente, l’intimità sembra svilupparsi attraverso il conflitto, l’autoconferma e la rivelazione unilaterale.

La persona col minor desiderio d’intimità controlla sempre l’intimità nella relazione, per tutto il tempo in cui i partner dipendono dalla conferma reciproca.

Vent’anni fa, gli studi di Gall e Snell Putney hanno detto che la nostra “nevrosi normale” corrisponde al bisogno di ottenere un’accettazione indiretta di se stessi soddisfacendo gli altri. Ciò ha distorto la nostra comprensione di ciò che è l’intimità e di come si pensa di raggiungerla.

Oggi dobbiamo invece sostenere che l’intimità è il processo bipolare del confrontarsi con se stesso e dell’aprirsi al proprio partner. Non si tratta soltanto di autorivelazione ma di conoscenza di sè comunicata all’altro. Nelle relazioni adulte, la dipendenza da un’intimità confermata dall’altro conduce ad uno stallo, a rapporti silenziosi e freddi. Superare questo stallo è possibile se si diviene consapevoli dei due tipi d’intimità:

L’ intimità confermata dall’altro: la persona ha forti aspettative di accettazione, empatia, conferma e reciproca rivelazione (luna di miele emotiva);

l’ intimità confermata da se stessi: la persona mantiene il proprio senso d’identità e di autostima quando si rivela, senza un’aspettativa di accettazione o di reciprocità da parte del partner. La capacità personale di quest’intimità autoconfermata è direttamente correlata al proprio livello di differenziazione, cioè alla propria abilità di mantenere una chiara percezione di se stessi quando le persone amate sollecitano a conformarsi e ad essere uguali.

L’intimità autoconfermata è il prodotto tangibile della propria “relazione con se stessi”.

La relazione con l’altro diventa così un confronto aperto e profondo; una vera conoscenza di sè e dell’altro, ciascuno come persona integra.

Così il cammino interiore è sempre aperto … per chi ha coraggio di mettersi in gioco nel cuore dei propri sentimenti, nel cuore delle proprie emozioni.

 

La gioia di scrivere

NULLA E’ IN REGALO

                                              Nulla è in regalo, tutto è in prestito.

Sono indebitata fino al collo,
sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

E’ così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

E’ troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.

Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
noi la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manchi all’inventario.

Il mio commento

Per alcuni scrittori basta una lettura  calma e attenta per comprendere aspetti della vita, modi di esistere spesso  lasciati in secondo piano (o ancora più indietro) perchè rappresentano  “cornici” che spesso non cogliamo o di cui non possiamo accorgerci perchè  facciamo parte della “tela”. Cioè, non possiamo cogliere ciò che ci rin-chiude in un  limite, sia pur descrivendo il nostro valore e significato. Ma quando  incontriamo poesie o prose scritte con tale “colloquiale naturalezza e  (ingannevole) semplicità” allora siamo resi consapevoli di questi limiti  nei quali ci muoviamo, così che possiamo continuare la nostra ricerca nel tentativo di  andare oltre. Ci sentiamo come liberi da una forma di sottile e impercettibile  disagio che ci legava a un “paesaggio” troppo visitato; ci accorgiamo  che all’orizzonte c’è una nuova cornice che può essere raggiunta e ancora la vista di  un nuovo “panorama”!

Due righe sull’autrice

Wislawa Szymborska è la più importante poetessa  e  saggista polacca vivente, nata a Bnin (Kòrnik) il 2 luglio 1923. Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti.

Szymborska utilizza espedienti retorici  quali  l’ironia, il paradosso, la contraddizione e la litote, per illustrare i temi filosofici e le ossessioni sottostanti. E’ considerata “una miniaturista” perché le sue  poesie compatte sono create per evocare ampi enigmi esistenziali.  Spesso in una  sola  pagina  esse toccano argomenti di respiro etico che riflettono sulla condizione delle persone, sia come individui che come membri della società umana.

 Lo stile di Szymborska si caratterizza per l’introspezione (non solo intellettuale), l’arguzia e la succinta ed elegante scelta delle parole.

Riorganizzazione dei Servizi domiciliari (3)

Proposta per la realizzazione di un sistema condiviso ed efficace  di gestione del personale e per la riorganizzazione dei servizi (2009).

Facendo seguito alle mie comunicazioni del 20 ottobre 2008 e alla comunicazione del  24/12/2008, con la presente  intendo ribadire fattivamente la collaborazione alla ricerca di un modello condiviso ed efficace per la gestione del personale e dei servizi, utilizzando sia l’esperienza maturata nel  S.U. , sia la complessiva formazione personale e professionale.

Come si può intuire, la presente non può né vuole essere esaustiva di una proposta per un sistema poiché risulterebbe monolitica e poco aperta ai contributi degli altri soci e colleghi.

Invece, è mia intenzione per incominciare, comunicare alcuni principi e valori a cui il percorso di ridefinizione di quanto in oggetto si dovrebbe ispirare con il fine di migliorare e ri-motivare la cultura dei servizi , rendendo possibile la creazione di un progetto di mantenimento e sviluppo sostenibile della cooperativa stessa (Mission, Vision e Qualità dei servizi).

In sintesi, il mio contributo vuole mettere a fuoco la validità del lavoro basato su:

Ø  Lavoro di gruppo: gruppi strutturati secondo partecipanti  affini e non distanti che permetterebbero una migliore efficacia ed un risparmio economico che renderebbe possibile l’incentivazione del personale e la sua motivazione (es.: il gruppo dei  responsabili delle U.d. B. potrebbe condividere e gestire in toto le risorse umane del relativo servizio con l’affiancamento di una funzione amministrativa);

Ø  Leadership dei gruppi: la conduzione di tutti i gruppi deve essere assegnata con chiarezza ad un referente con competenza  ed obiettivi specifici (ruoli e funzioni chiari e definiti, possibilmente non sovrapposti!). Ciò prevede necessariamente il continuo rinforzo, in tutte le azioni, delle dimensioni di condivisione ed efficacia;

Ø  Ascolto delle persone e cura delle relazioni secondo il principio della valorizzazione delle attitudini personali e dell’esperienza lavorativa. Ciò consente implicitamente (in modo interiorizzato) il sostegno dell’assunzione di responsabilità a tutti i livelli del personale;

Ø  Migliorare,  promuovere e monitorare la comunicazione fra i diversi servizi: creare sinergie, individuare aree per la progettazione, ecc.

Ø  Differenziazione di tutte le risposte professionali organizzabili in servizi alla comunità, rispetto all’assistenza domiciliare così come richiesto dai bandi (es.: servizi privati, assistenza domiciliare festivi e week end, turismo sociale e gruppi SAISH).

La realizzazione di questi principi teorico-pratici all’interno di un sistema condiviso ed efficace, comporta la creazione di un gruppo di lavoro con mandato, sia di gruppo che individuale, tale da dissipare ogni confusione su ruoli e responsabilità.

Nuovi paradigmi per un sistema aperto di Cooperativa

Editoriale

di M.G.L.

L’intenso lavoro che la creazione di questo numero ha comportato, segna una tappa interessante dell’organizzazione nelle interazioni umane e lavorative all’interno della Cooperativa.

Infatti, l’intento comunicativo della newsletter ha una duplice ragione: uscire per la prima volta sul territorio con la principale finalità di presentare i Servizi socio-assistenziali-educativi organizzati dalla Cooperativa soprattutto per il territorio della X^ Circoscrizione del Comune di Roma; fornire spunti per animare e diffondere, all’interno della Cooperativa stessa, la circolazione d’informazioni  sulle specifiche esperienze lavorative.

L’attenzione alla circolarità dei processi comunicativi messi in evidenza e proposta come energia che si trasmette, sia nel proprio interno, sia nell’ambiente sociale esterno, può costituire un nuovo livello  per dare voce, visibilità, tangibilità e testimonianza dell’impegno e vitalità esistenti.

Infatti, la cooperazione e la co-gestione non possono rimanere chiuse in un sistema, bensì rappresentano l’ interna valorizzazione degli individui e dei gruppi, dei metodi applicati in quel che si fa e per chi lo si fa.

Cooperazione e cogestione non possono essere considerate come se si trattasse di reazioni che avvengono in un recipiente ermeticamente chiuso; il loro senso e qualificante significato è intrinseco ai rapporti decisivi, ai contatti, agli interscambi e interrelazioni che il sistema Cooperativa validamente intreccia con l’ambiente sociale piu’ esteso, nei sottosistemi che lo creano (famiglie, scuole, parrochie, Servizi Sociali, Servizi sanitari, agenzie formative, mercato del lavoro, agenzie culturali, ecc.).

In tal senso, segni visibili della qualità dei servizi da noi proposti, provengono già dai risultati ottenuti per le persone in situazione di disagio e di bisogno, ma anche dalle capacità di organizzazione funzionale e innovazione nel lavoro da parte dei singoli e dei gruppi. Organizzazioni ottenute sulla base della raccolta di dati e osservazioni sul campo, che, indagati secondo il metodo scientifico e la metodologia della ricerca psicologico-sociale, confermano la validità e qualità dell’esperienza proprio in quanto comunicabile, confrontabile, verificabile e riproponibile.

E’ possibile così, il divenire di nuovi paradigmi di riferimento/apprendimento prospettati sia sul versante della tipologia dei Servizi e dei modelli organizzativi, sia sul versante delle politiche del lavoro. Nel primo caso, si lascia il modello assistenziale di prestazioni assegnate separatamente da obiettivi raggiungibili, per accreditare  un modello sistemico-relazionale finalizzato alla protezione dei diritti umani e sociali; nel secondo caso, i valori della cooperazione sociale non lucrativa, entrano e si integrano nel tessuto sociale piu’ complesso, attraverso le regole della qualità, della fiducia, della deontologia professionale e dello sviluppo del benessere individuale e collettivo, a partire dalle pratiche di metodi attivi nel lavoro fino alla nuova imprenditorialità.

A questo proposito, ringrazio gli assistenti sociali Giosuè Pasqua e Vittoria Samà, perché considero la loro intervista la vera “anima” e il crogiolo di questo numero e rimando il lettore ad un’attenta considerazione degli argomenti toccati perché stimolano l’ autentica espressione del proprio punto di vista.

in DiapasoNews, Numero Unico 2001

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