POKEMON-GO E IL FILO DI ARIANNA

Nola in Labyrinthus - 2014

Nola in Labyrinthus – 2014

Ripercorrendo il boom che da qualche settimana ha coinvolto tutto il globo terrestre con l’applicazione – gioco Pokemon-Go, vorrei spiegare perché, secondo me, entrando nel mondo virtuale, qualora ne perdiamo il senso, il motivo, il filo conduttore, il controllo delle azioni che questo “sistema” ci mette a disposizione, rischiamo di perdere la vita! Ciò inteso nei termini che affidiamo ad un processo “applicazione-gioco” le nostre capacità personali di scelta e critica e noi, nella realtà, restiamo privati di senso, ossessivamente proiettati in una mappa pre formattata che non ha attinenza con la nostra vita reale se non per il bisogno di evadere da qualcuno/qualcosa che viviamo in modo pesante o diversamente da come vorremmo. Non cerchiamo più le parole per dirlo e ci appaghiamo catturando, potenziando, allenando e facendo lottare i nostri “mostri interiori” tramite quelli di Pokemon Go. Ma per questo non ci bastavano più i numerosi racconti mitologici di mostri?

Allora potremmo ancora ricorrere alla mitologia forse anche alla ricerca di soluzioni, come fece Teseo quando giunse a Creta per uccidere il Minotauro e, prima di entrare nel famoso Labirinto dove il mostro viveva, ricevette da Arianna un gomitolo di lana (il proverbiale filo d’Arianna) per segnarne la strada percorsa e quindi uscire agevolmente dal labirinto liberando gli altri ateniesi e ritornando ad Atene, la loro patria.

Dunque, come fare, a cosa prestare attenzione per non ripetere in modo stereotipato ciò che ci viene trasmesso con un gioco che ha assunto fama mondiale? Qual è la complessa portata della realtà aumentata? Perché ci blocchiamo alla percezione di un dato prodotto in serie e diffuso (la collezione dei Pokemon: cattura, potenziamento, palestre di lotta e violenza) che, più che divertire, rischia di soggiogare ipnoticamente le nostre menti?

Quel che sappiamo dell’essere umano è che, in modo costante, è un essere vivente capace di relazione e socialità sia con le altre persone che verso l’ambiente (contesto=natura e cultura) in cui è inserito.

Il suo essere nel tempo produce azioni esplorative, creative, distruttive. Questo è il segno che la sua vita non è ininfluente e che egli è dotato di capacità decisionali che gli consentono di dirigere le sue azioni verso obiettivi previsti e studiati e non solo di agire in modo casuale, istintivo, impulsivo. Tuttavia gli attuali risultati ottenuti con lo sviluppo tecnologico stanno presentandosi con un contemporaneo aumento di violenza, terrore, guerre, emarginazione, disoccupazione, emigrazione che lasciano ipotizzare l’azione sotterranea di una spaccatura nei valori della realtà. Quasi che l’uomo, non contento dei risultati raggiunti, abbia necessità di commettere nuovi errori sulla realtà creata per poter andare avanti nell’ opera creativa che è la sua vita. Come limitare i danni e potenziare i benefici? È una domanda su cui tutti siamo chiamati a riflettere e rispondere.

Da venti-trenta anni sempre di più è visibile la differenza fra realtà e mondo virtuale. Trasferendo in modo automatico la dimensione della velocità del mondo virtuale sul mondo reale, abbiamo raggiunto la liquidità nelle nostre azioni rendendo rapide, temporanee, consumistiche, rappresentative/simboliche le relazioni con gli altri e con l’ambiente sia nella realtà che nel mondo virtuale mediante i social network e le altre funzionalità che ci permettono di interagire on line.

La realtà aumentata (augmented reality) è una particolare estensione della realtà virtuale. Consiste nel sovrapporre alla realtà percepita dal soggetto una realtà virtuale generata dal computer.

La ricerca tecnologica da circa dieci anni sta cercando di migliorare, rendendola sempre più completa, la percezione del mondo di chi utilizza una device (es. iPhone, iPad di nuova generazione); essa viene “aumentata” da oggetti virtuali che forniscono informazioni supplementari sull’ambiente reale.

Il concetto chiave su cui si basa e su cui funziona la realtà aumentata è quello di inquadrare tramite una videocamera una scena all’interno della quale sono presenti uno o più stampe denominati marker e sovrapporre ad essi (sullo schermo del dispositivo) un o più oggetti a tre dimensioni con cui poter interagire.

Si immagini ad esempio di “aumentare”, appunto, la “realtà” che si ha davanti, con contenuti interattivi che consentano agli utenti di acquisire maggiori informazioni sull’oggetto osservandolo in modo facile intuitivo e stimolante. Ad esempio, osservare una scultura storica raffigurata in una comune brochure, potrebbe diventare un’esperienza unica, l’utente potrebbe infatti aumentare la sua esperienza visiva, semplicemente inquadrando con uno smartphone l’oggetto raffigurato e avere la possibilità di esplorare l’oggetto stesso in tre dimensioni, conoscere informazioni aggiuntive non visualizzabili sulla brochure o ancora visualizzarne un’animazione che ne riproduca il suo aspetto originario. In un sito archeologico, ad esempio, l’utente inquadrando con uno Smartphone un opportuno Marker, potrebbe visualizzarne l’aspetto originario, vedersi materializzare davanti la ricostruzione storica dei monumenti presenti nel sito stesso, ed esplorarne con un tocco la struttura.

Tra i progetti di realtà aumentata presenti sul web, ho scelto come emblematico il progetto finanziato da Basilicata Innovazione, in collaborazione con il Dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università degli studi della Basilicata. “Esso ha avuto lo scopo di valutare le potenzialità ed i limiti nell’utilizzo della realtà aumentata su Smartphone. Per la sperimentazione e sviluppo di applicazioni inerenti al progetto, sono state utilizzate numerose tecnologie hardware e software.  I contenuti da fruire attraverso questa tecnologia riguardavano i beni culturali e archeologici rivolti ad un ampio bacino di turisti, quali ad esempio quelli alla ricerca e riscoperta di luoghi e siti di interesse per i quali sono desiderosi di avere sempre maggiori informazioni. L’obiettivo è quello di fornire al cliente l’esplorazione di un percorso turistico virtuale che riproduca fedelmente i siti di interesse e che consenta un certo grado di interattività. Si è tentato poi di unire all’aspetto culturale e turistico anche un aspetto commerciale, inserendo sulla mappa virtuale nei pressi dei punti individuati di rilevanza storico /culturali anche riferimenti ad attività di ristorazione, quindi di carattere commerciale. In unione all’esplorazione interattiva tridimensionale l’utente ha ovviamente la possibilità di reperire ulteriori informazioni in forma di testo, immagini e suoni, in modo da fornire una maggiore esperienza turistica, sia se utilizzata come semplice guida o integrata con l’esplorazione vera e proprio sul sito di interesse. Ancora, l’applicazione consente all’utente di esplorare la mappa in 3D con la possibilità di sorvolare, ruotare, scorrere e zummare l’intero territorio. All’interno della mappa, in corrispondenza dei punti di interesse vengono visualizzate delle icone che ne contraddistinguono il punto, selezionando l’icona viene visualizzato il nome del luogo con la possibilità di avviare l’esplorazione del punto di interesse. L’esplorazione avviene attraverso la riproduzione 3D del luogo di interesse, l’utente ha la possibilità di interagire con la ricostruzione tridimensionale osservandone così ogni dettaglio. Oltre ai punti di interesse sulla mappa vengono visualizzate anche informazioni relative a punti di ristoro o di pernottamento, l’utente attraverso una comoda barra superiore delle opzioni decide di volta in volta quale categoria di punti sulla mappa desidera visualizzare, le tre categorie previste sono: Punti di Interesse, Ristoranti e Hotel.”[1]

Riassumendo, ecco le possibilità che ci porta la realtà aumentata:

  • Configurare un ambiente interattivo complesso
  • Arricchire una mappa con immagini, testo, suoni, voci narranti, ecc.
  • Ricostruzioni 3D
  • Disporre di azioni per esplorare virtualmente una data realtà che vogliamo conoscere: ruotare, scorrere, “zummare”, sorvolare
  • Inserire un livello di metacomunicazione (con le finalità del nostro progetto) che ci permetta di effettuare chiaramente uno spostamento fra le diverse categorie di informazioni e migliorare i nostri livelli di conoscenza e apprendimento

Quest’ ultimo livello di metacomunicazione è molto importante per la comprensione delle esperienze reali e per la salute mentale delle persone. Non a caso è un concetto introdotto dagli psicologi della scuola di Palo Alto per rendere conto della complessità della comunicazione, della sua dinamica, delle sue disfunzioni e patologie. Un esempio di comunicazione e metacomunicazione è quello in cui un’affermazione verbale (comunicazione) è contraddetta da una non verbale (tono della voce o postura del corpo), che è metacomunicazione. E questa necessaria integrazione nella comunicazione virtuale rischia di andare persa senza l’intervento umano che preveda per correttezza dei messaggi veicolati, anche questi aspetti. E proprio la metacomunicazione ci permette di creare un messaggio che istituisce un differente livello di comunicazione mirando a porre in un diverso contesto un precedente messaggio, così da sottolinearne una diversa intelligibilità. La metacomunicazione si riferisce anche al livello comunicativo di tipo non verbale che viene istituito per rafforzare o per negare il contenuto della comunicazione verbale (per es., gli ammiccamenti, i gesti, e in genere ogni altro elemento che interagisce con la comunicazione verbale).

Allora non bisogna accettare che sia un gioco a prendersi il merito di far uscire le persone depresse da casa (e chi ha mai parlato loro di PokemonGO?), a spingerle ad esplorare il paesaggio in cui sono immerse! Bisogna lasciare il gioco nel gioco e non scambiarlo con la realtà, materiale o virtuale che sia! Forse nel nostro mondo non ci sono abbastanza poeti: Il poeta si comporta come il bambino che gioca. Egli crea un mondo di fantasia che prende molto sul serio – in cui, cioè, investe una grande carica emotiva – e lo separa nettamente dalla realtà. (Sigmund Freud)

Questa necessità si può comprendere meglio con la visione del film “LABYRINTHUS”. Un film del 2014 per la regia di Douglas Boswell. Film per bambini (target del pubblico 9-13 anni) realizzato con un taglio adulto. È infatti un’avventura cibernetica, premiata al Giffoni Film Festival, i cui protagonisti sono ragazzi reali e animali reali, in carne e ossa, le cui esistenze e i cui corpi sono stati misteriosamente caricati da una “scatola nera fotografica”, trasportati e intrappolati nel labirinto di un videogame mentre, nella realtà, i loro corpi cadono in un sonno profondo simile al coma. In una frenetica e concitata corsa contro il tempo, il protagonista dovrà scoprire il “codice” per trovare il malvagio creatore di questo terribile gioco. “Chi entra qui perde la vita” è il messaggio nascosto nel film che può salvare tutti tranne che…

APPROFONDIMENTI:

Bateson, G., Ruesch, J. (1976) La matrice sociale della psichiatria, Bologna, Il Mulino

Bateson, G. (1977) Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi
Bateson, G. (1996) Questo è un gioco. Perché non si può mai dire a qualcuno: «Gioca!», Milano, Raffaello Cortina Editore

Bateson, G. (1984) Mente e natura, un’unità necessaria, Milano, Adelphi

Bauman Z. (2000) La solitudine del cittadino globale, Ed. Feltrinelli

Bauman Z. (2002) Modernità liquida,Roma-Bari, Ed. Laterza

Bauman Z. (2009) Vite di corsa. Come salvarsi dalla tirannia dell’effimero, Bologna, Il Mulino

Borsoni P. “Metacomunicazione, disconferma, doppio legame, nelle teorie di Bateson, Laing, Watzlawick“, in “La Critica    Sociologica”, n.90-91, Roma

Borsoni P. (1995) Ricerca di ecologia di comunicazione, Roma, Ianua editrice

Laing R. (1959) L’io e gli altri, Milano, Rizzoli

Laing R. (1959) L’io diviso, Torino, Einaudi

Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D. (1967) Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio

Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R. (1974) Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Roma, Astrolabio

Watzlawick, P. (1976) La realtà della realtà, Roma, Astrolabio.

Winnicott D.W. (1971) Gioco e realtà, Roma, Armando

Watzlawick, P. (1976) La realtà della realtà. Roma, Astrolabio

Watzlawick, P. (1977) Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica. Milano, Feltrinelli

[1] (cit. dal web)

 

IL MIO DESIDERIO E’ IN CIO’ CHE AMO. PAROLA DI PSICOTERAPEUTA

 Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

“E’ nel momento in cui la parola del soggetto è più piena che io, analista, posso intervenire. Ma intervenire su cosa? Sul suo discorso. Ora, quanto più il discorso è intimo al soggetto, tanto più io faccio perno su questo discorso”.

Queste le parole che si leggono ne Il Seminario, il primo della serie che Jacques Lacan dedica all’ opera di Freud. Come si potrà notare dal titolo stesso, Gli scritti tecnici di Freud, Lacan prende spunto da alcuni articoli di Freud, riuniti all’epoca in Francia in una raccolta, che mettono l’accento sull’applicazione clinica della teoria freudiana. Per questo i temi trattati riguardano sostanzialmente la conduzione della cura, e quindi interessano chiunque si domandi da che posizione uno psicoanalista ed uno psicoterapeuta, aggiungo io, possa ascoltare e possa interloquire con colui che si rivolge a lui, il paziente. Perchè sappiamo che ogni sintomo è una forma di comunicazione. Una comunicazione con un professionista che si muove in un setting con regole ben precise. Una di queste regole è che il terapeuta sia pagato per ascoltare il paziente. Non trascuriamo che egli è pagato per creare un dialogo significativo con il paziente.

Significativo sia nel senso che quel che viene detto ha un significato vero e non solo estetico, sia nel senso che la relazione che si crea diventa significativa per entrambi anche se da prospettive diverse.

Transfert e controtransfert sono eventi che sono a carico e sotto la responsabilità del terapeuta che anche per questo viene giustamente pagato.

Ma se quel che viene detto al paziente non fosse vero per il terapeuta, cioè non attiene alla sua scala di valori, allora secondo me, non abbiamo a che fare con un terapeuta-curante bensì con un terapeuta che si prostituisce e recita il suo ruolo ed esercita una tecnica perchè egli  “è pagato per questo”.

Dunque, cosa desidera il terapeuta se non la “guarigione” nel senso di una vita sana e sufficientemente equilibrata, integra, per il suo paziente?

Ci si aspetta perciò che egli si metta in gioco seriamente con i propri veri sentimenti e valori e consenta al paziente d’immergersi come in un “bagno termale”.

Uno degli assunti teorici che Aldo Carotenuto metteva al primo posto nella sua pratica analitica era che non esistono assunti teorici e che le molteplicità di tecniche che da essi derivano dipendono unicamente dal tipo di personalità dell’analista, teorie e tecniche servono per dare sicurezza al terapeuta stesso che ha bisogno di un punto di riferimento, ma nella pratica clinica, nella relazione col paziente, non hanno nessun valore terapeutico. Ogni analista ha la sua tecnica che a sua volta varia a seconda del paziente con cui lavora, quello che invece è veramente importante, ma che non sempre avviene, è il fatto che dovrebbe mettere se stesso in gioco secondo il detto alchemico Ars requirit totum nomine: L’arte richiede un uomo intero!

Lo psicoterapeuta, ritiene ancora Carotenuto, ha i pazienti che si merita. Il che andrebbe ulteriormente considerato dal punto di vista della sincronicità. E allora accade che, con uno psicoterapeuta prossimo a vivere le proprie ossessioni, fobie, depressioni, siano pronti a entrare in analisi pazienti ossessivi, fobici, depressi. Un monito, questo della sincronicità, per lo psicoterapeuta. Se non attraversa i propri fantasmi sino alla fine, come può pensare che il paziente attraversi i propri? Carotenuto la chiama la psicopatologia dell’analista. Certo, appunto di questo si tratta. La mia psicopatologia alimenta la sincronicità. Mi prepara, per così dire, all’incontro. Il setting è un potente attivatore di sincronicità.

Il terapeuta può anche essere paragonato ad un istruttore di nuoto e non può nè simulare, nè barare, nè restare sul trampolino o a bordo vasca. Egli entra con il paziente nel processo terapeutico e rivela tutto ciò che è necessario al paziente per permettergli di stare prima “a galla” e poi “nuotare”, nel senso di saper condurre tutta la sua vita e tutto ciò che gli accade: comprendere i suoi bisogni, i suoi desideri e ciò che ama. Rivela quel che è necessario per farlo pacificare con se stesso; fargli avvistare e conseguire la sua felicità, cioè, quello stato interiore fatto di serenità, soddisfazione, attesa, pienezza, ma sopratutto accettazione di quel che la vita gli passa momento per momento.

Comprendere tutto questo però è possibile a patto di dirsi-dire  la verità o ciò che crediamo vero onestamente, altrimenti cadiamo in una forma di prostituzione, simulazione, che oggi si può realizzare anche on line con il computer ma anche cercando (con ottimi risultati)  su Google!!

Il terapeuta si prende dunque l’onere anche emotivo della relazione con il paziente e, poichè queste emozioni sono sia positive che negative, egli percepisce un onorario professionale che sta lì simbolicamente a ricordargli che lui ha la responsabilità della fine e del fine della psicoterapia. Perciò, se sarà necessario, userà quell’onorario anche per una sua supervisione.

Se il terapeuta ama questo lavoro, deve imparare e sapere come distinguere fra vita e terapia. Per il bene del paziente, dovrà saperlo portare fuori dal suo studio per tempi via via più lunghi e poi definitivamente aspettarsi di non vederlo più perchè, l’equilibrio raggiunto, sta ora in dinamica con la sua vita che finalmente è nelle sue stessi mani, come deve essere.

Per riuscire in tutto questo, la parola del terapeuta deve essere un linguaggio trasparente, chiaro, che dica ciò che vuol dire. Quando il suo dire comprenderà concetti complessi, usi pure le metafore, la mitologia, altri racconti simbolici, prescrizioni, ingiunzioni paradossali o provocazioni strategiche! Questo insegnerà al paziente un altro livello della comunicazione umana, senza dover dire che il paziente si ferma sul piano letterale della comunicazione; oppure, smentirà la credenza pseudo-scientifica secondo cui gli uomini e donne parlano e non s’intendono perchè gli uomini sono diretti e le donne esprimono il contrario di quel che pensano!

La parola dello psicoterapeuta ha il potere d’illuminare il contesto terapeutico o viceversa trasformarlo in una Torre di Babele.

« La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni » (P.W.)

BIBLIOGRAFIA

  • Giorgio Antonelli, Cosa è uno psicoterapeuta, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • Giorgio Mosconi, Rispecchiandosi, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, p 62
  • J.-A. Miller, L’esperienza del reale nella cura psicoanalitica, in: La Psicoanalisi n. 30-31, p. 179
  • Loriedo, C., Nardone, G., Watzlawick, P., Zeig, J.K., Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, 2002
  • Nardone, G., Watzlawick, P.,  L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1990
  • Nardone, G., Loriedo C., Zeig J., Watzlawick P., Ipnosi e terapie ipnotiche, Ponte alle Grazie, 2006
    Watzlawick, P., Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie,  2007
  • Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D., Pragmatica della comunicazione umana,  Astrolabio, 1967
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R.,  Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, 1974
  • Watzlawick, P., La realtà della realtà. Roma, Astrolabio, 1976
  • Watzlawick, P.,  Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, Feltrinelli, 1977
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H.,  La prospettiva relazionale, Astrolabio, 1978
  • Watzlawick, P.  Il codino del barone di Munchhausen. Ovvero: psicoterapia e realtà. Saggi e relazioni, Feltrinelli, 1991
  • Watzlawick, P., Nardone, G. (a cura di), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina, 1997

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