La violenza distrugge ciò che vuole difendere: la dignità, la libertà, e la vita delle persone

Questo articolo nasce su un interrogativo che mi ha rivolto il Direttore della Rivista Santa Maria del Bosco, avvocato Domenico Calvetta : “Cosa passa nella mente dell’assassino, prima, durante e nel momento dell’autodistruzione della sua famiglia?”

Munch, Separazione 1896, Oslo, Munch Museet

E. Munch – Separazione (1896)

Articolo pubblicato sul numero di marzo 2018

Davanti a fatti di questa gravità, come quello accaduto a Rende il 12 febbraio scorso, nel quale in una casa è stata ritrovata uccisa a colpi di arma da fuoco una famiglia di quattro persone: il marito/padre di 57 anni, la madre/ moglie di 59 anni, la figlia di 26 anni ed il figlio di 31 anni, le dinamiche e la storia familiare non sono subito chiare, anche se l’ipotesi è quella di omicidio-suicidio. Ognuno di noi cerca spiegazioni per controllare l’imprevedibilità e l’incredulità ma anche per comprendere le motivazioni, spesso impenetrabili, che culminano in gesti così spietati verso i propri congiunti, i propri cari e quindi verso se stessi. La risposta a questa domanda è complessa e dipende da come, caso per caso, si combinano i fattori implicati. Infatti, l’azione violenta individuale può anche essere motivata da fattori familiari, culturali e sociali che regolano un insieme di pratiche, implicite ed esplicite, impiegate per controllare il comportamento ed esercitare un potere entro le famiglie e le comunità, allo scopo di proteggere i valori culturali e religiosi e/o l’onore. Pratiche agite in modo tacito e custodite come segreti. Tuttavia, negli ultimi anni il fenomeno della violenza in famiglia non solo è cresciuto tanto da dedicare una GIORNATA INTERNAZIONALE contro la violenza sulle donne il 25 novembre, ma si è modificato. La violenza o il delitto d’onore venivano frequentemente riconosciute come azioni del meridione d’Italia o, con altre definizioni, di popolazioni selvagge e poco evolute culturalmente, oppure erano consumati eccezionalmente in seguito a gravi traumi e malattie. Oggi la violenza consumata nella famiglia è quasi sempre rivolta dal maschio verso la femmina, i figli e se stesso e si verifica sia al nord che al centro e al sud d’Italia. Ma se portiamo la nostra attenzione alla cronaca, ci accorgiamo che la violenza è diventata una caratteristica molto presente nelle relazioni umane anche oltre i nostri confini. Secondo l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali, nell’Europa unita una donna su tre (33%), dai 15 anni in su, ha avuto un’esperienza di violenza fisica e/o sessuale. Per questo il progetto HASP (Honour Ambassadors against Shame Practices), finanziato dall’Unione Europea, adotta un approccio di genere e contribuisce a lottare contro la violenza contro le donne fondata sull’onore (HVR) in cinque Paesi: Italia, Spagna, Grecia, Bulgaria e Regno Unito. Il progetto include la prevenzione delle varie pratiche, a partire dal matrimonio forzato per arrivare ai cosiddetti crimini d’onore. Ma non c’è onore nell’attuare o nel commissionare un omicidio, un rapimento e i tanti altri atti e comportamenti che causano violenze d’amore e che compongono la violenza in nome dell’onore. La scissione delle ragioni del cuore di ciascuno dalla ragione di chi domina il gruppo familiare dà come risultato l’impossibilità di essere alla guida di una famiglia intraprendendo scelte sagge, fidate, mature e responsabili, qualità queste che esprimono realmente l’amore. Tra queste importanti azioni di conoscenza e coscienza, c’è l’iniziativa dell’Ordine degli Psicologi del Lazio che, grazie al prezioso intervento degli Ambasciatori d’onore, validi professionisti impegnati nel progetto HASP, sta organizzando una formazione di altissimo livello per i propri iscritti psicologi, impegnandosi  a diffondere le esperienze positive e a promuovere il cambiamento degli atteggiamenti basati sugli stereotipi e sui pregiudizi. In modo controintuitivo, la violenza ed il bullismo sono aumentati anche più in generale, di pari passo alla diffusione dell’ istruzione, al benessere economico, allo sviluppo scientifico e tecnologico, alle possibilità d’interazione umana, di amicizia e sociale con i social network. Sembrano connaturati a questo sviluppo attuale la perdita o il degradamento di qualità come la comprensione, la fiducia, l’empatia, la gentilezza e soprattutto la capacità di andare in aiuto gli uni con gli altri (solidarietà) di fronte ai problemi quotidiani che per questo si esasperano e si complicano. La famiglia nucleare è chiusa in se stessa e non gode dei benefici delle relazioni, una volta molto più presenti nella famiglia allargata e fra gli amici. Sembra che la conquista dell’autonomia/indipendenza vada di pari passo con la perdita di affetto per gli altri (egoismo) invece che verso la realizzazione di una migliore coesione e interdipendenza concreta, positiva e creativa fra le persone.

Dunque, la mia ipotesi è che, nel momento dell’aggressione violenta e armata, nella mente di chi la compie ci sia una sorta di buio senza pensieri e riflessioni. Mentre l’azione aggressiva è accompagnata da emozioni  personali pericolose e represse nel tempo,  non riconosciute, non elaborate, non rese coscienti né condivise e perciò insuperabili. Alcune di queste emozioni e condizioni si chiamano: rabbia, gelosia, inadeguatezza, invidia, paura, vissuti traumatici, gravi disagi e stress, isolamento. Potrei dire che la violenza cresce per una mancanza di parole.

M.G.L.

 

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Stella Polare: un laboratorio per la riabilitazione psicosociale in età evolutiva

di Maria Grazia Letizia

Nelle ore liete come in quelle amare, che t'accompagni la Stella tua Polare!

Nelle ore liete come in quelle amare, che t’accompagni la tua Stella Polare!

Mercoledì  11  febbraio  2015 

apre il Laboratorio Stella Polare

Da qualche settimana sono impegnata ad allestire, per la “CECILIA” Soc. Cooperativa SocialeONLUS,un laboratorio per la riabilitazione psicosociale di bambini/ragazzi disabili: ipovedenti, non vedenti, con gravi ritardi dello sviluppo e disturbi del comportamento quali aggressività, autolesionismo, iperattività. 

Ho denominato questo laboratorio “Stella Polare” ispirandomi al  “buio” con cui siamo a contatto quando manca (in parte o in tutto) la vista, alla necessità di punti di riferimento ed orientamento certi, cioè che ispirino fiducia e sicurezza.

Questo servizio è a supporto della famiglia ma realizza, sul territorio del VII Municipio del Comune di Roma, uno spazio allestito per far fronte ai Bisogni Educativi Speciali (BES) e quindi facilita l’obiettivo di una “scuola realmente inclusiva”.

Ecco gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere con i bambini/ragazzi:

  • Miglioramento dell’ orientamento spazio-temporale
  • Compensazione sensoriale alla vista (udito-tatto) per il riconoscimento di oggetti
  • Miglioramento della stabilità e dell’equilibrio, sia nella postura che nel movimento
  • Miglioramento del senso di sicurezza nell’esplorazione dello spazio esterno
  • Miglioramento delle capacità relazionali e comunicative

Otterremo questi risultati con la cooperazione di un team interdisciplinare composto da: operatori  sociali, educatori, musicoterapisti, operatori LIS (Lingua Italiana dei Segni) e psicologi. Le attività proposte nei laboratori saranno condotte in gruppo  ed utilizzeranno materiali didattici e/o giochi specializzati per:

  • Attività psicomotoria
  • Musicoterapia di produzione ritmico-strumentale
  • Stimolazione senso motoria con la sand therapy (terapia di gioco con la sabbia) e lo strumentario musicale Orff
  • Attività ludiche di coordinamento bimanuale e udito – mano

Ai laboratori sono ammessi utenti del Servizio di Assistenza per l’Integrazione e Socializzazione dei portatori di Handicap (SAISH) che hanno scelto la Cooperativa Cecilia oppure utenti privati che fanno richiesta di questo servizio direttamente alla cooperativa.

Questo servizio è orientato al sociale anche economicamente, cioè con tariffe irrisorie rispetto a quelle corrispondenti sul mercato professionale.

Contatti:  martedì dalle ore 16 alle ore 19 al n. Tel. 067141306.

Siamo qui: Via Calpurnio Pisone, 93

Siamo qui: Via Calpurnio Pisone, 93

Libroterapia, resilienza e auto-aiuto

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria ...

Ho sempre pensato che il Paradiso fosse una speciale libreria …

di Maria Grazia Letizia

Ci sono periodi nella vita di ognuno dove chiedere aiuto o poter chiedere aiuto non è cosa facile. Siamo troppo tristi, chiusi, avvolti nel nostro dolore e ci circondiamo di “ovatta” per la paura di ricevere altri scossoni. Forse abbiamo perso i contatti per noi familiari e ci riesce molto difficile fare il primo passo, figuriamoci rimettersi in gioco! E, ai nostri giorni, le difficoltà economiche, le limitate disponibilità finanziarie, purtroppo, non si possono più solo affrontare come resistenze ad intraprendere un percorso di crescita personale.

A volte pur avendo relazioni felici con familiari ed amici, possiamo avere un dilemma, un problema, una domanda che ci richiede di andare più a fondo dentro noi stessi. Questo ci fa sentire smarriti o anche la necessità di condividere un cammino con un compagno/a affidabile che, anziché saltare subito alle conclusioni, ci ascolta sospendendo ogni giudizio per cercare insieme a noi il significato ed il senso di ciò che stiamo vivendo. Il significato specifico, unico e personale che ha per noi una certa esperienza ed il senso come direzione in cui ora c’immette la nostra vita. E per una ricerca di questo tipo ci serve una guida non coinvolta nella nostra vita quotidiana bensì che si coinvolga con il nostro racconto sulla vita che vorremmo, su quella che ci manca e che non sappiamo ancora come ed in che direzione andrà!

Insomma, tutto questo non si pensa quasi mai di poterlo ricevere da uno psicologo né tanto meno da uno psicoterapeuta e (men che meno) da uno psicoanalista. Infatti, questi professionisti sono per lo più vissuti già a livello mentale con immagini pregiudiziali tipo  “strizzacervelli” e nonostante l’esistenza di professionisti validi, ricorrere ad uno di questi terapeuti  ancora oggi è visto con il fumo negli occhi.

Ma non per questo dobbiamo trascurare le risorse di auto-aiuto di cui ognuno di noi dispone per attivare la resilienza.

La resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza perdere la propria umanità.

Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

Un contributo all’auto aiuto viene dalla libroterapia o biblioterapia. Si tratta dell’uso dei libri, della lettura, per ritrovare il benessere psicologico.

I libri possono, a livello individuale, curare l’anima, rasserenare lo spirito dalle inquietudini, dare risposte agli interrogativi della vita. La libroterapia si presta ad essere abbinata alla terapia del profondo per la sua capacità di far emergere riflessioni, amplificazioni, nuovi punti di vista generativi per la persona.
La libroterapia si adatta anche alla terapia di gruppo, in cui più persone, guidate dal terapeuta, si confrontano sui temi rilevati dalla lettura dei testi.

L’obiettivo terapeutico della Libroterapia, le sue possibilità di generare un cambiamento nella persona, sono state oggetto di un ampio dibattito negli anni ’90.La Libroterapia, in realtà è recente solo per il nome, ma la sua storia è molto lunga.Dal 1900 la Libroterapia è stata impiegata a più livelli in quasi tutte le professioni di aiuto, in ogni fascia di età e in popolazioni diverse. La letteratura mostra che la si utilizza nelle scuole (Gladding & Gladding, 1991; Kramer e Smith, 1998), in ambito di assistenza sociale (Pardeck & Pardeck, 1998a), nella salute mentale  e in psicologia (Farkas & Yorker, 1993), nelle carceri e nelle biblioteche (Bernstein & Rudman, 1989).Le problematiche cui la Libroterapia è stata maggiormente associata sono l’aggressività (Shechtman, 1999, 2000), le questioni legate ad adozione/affidamento (Pardeck, 1993; Sharkey, 1998), la consapevolezza della diversità (Pardeck & Pardeck, 1998a; Tway, 1989), la morte e il lutto (Meyer, 1994; Todahl, Smith, Barnes, e Pereira, 1998), la dipendenza dalle sostanze chimiche (Pardeck, 1991), il divorzio (Kramer e Smith, 1998; Meyer, 1991), il disturbo ossessivo-compulsivo (Fritzler, Hecker, e Losee, 1997), la risoluzione dei conflitti (Hodges, 1995), gli abusi sui minori (Jasmine-DeVias, 1995; Pardeck, 1990), gli incubi (Barclay & Whittington, 1992), l’identità etnica (Holman, 1996), la depressione (Ackerson, Scogin, McKendree-Smith, e Lyman, 1998), la separazione e la perdita (Bernstein & Rudman, 1989), la violenza in famiglia (Butterworth & Fulmer, 1991), le questioni legate ai senza fissa dimora (Farkas & Yorker, 1993), i comportamenti autodistruttivi (Evans et al., 1999).

Tra i benefici riportati nei vari studi si annoverano l’aumentata auto-consapevolezza (DeFrances, 1982, citato in Afolayan, 1992, p.146), il chiarimento dei valori emergenti e lo sviluppo della propria identità culturale (Holman, 1996; Tway, 1989).

I partecipanti a gruppi di Libroterapia possono anche ottenere una maggiore comprensione empatica degli altri (Adler & Foster, 1997; Pardeck & Pardeck, 1998a) e un apprezzamento maggiore di culture diverse, punti di vista ed esperienze vissute (Bernstein & Rudman, 1989), la riduzione di emozioni negative, stress, ansia e solitudine.

Il libro diventa “un altro luogo” che può essere anche condiviso da paziente e terapeuta, in chiave  simbolica, perchè un libro si legge “altrove”, fuori dallo studio del terapeuta, ma la lettura del testo non è al di fuori del contesto terapeutico e soprattutto della relazione  terapeutica.

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Come possiamo tenere la giusta distanza?

Quando prendiamo le distanze, ci ritraiamo da qualcosa che ci sta troppo vicino. Oppure ci tiriamo fuori da qualcosa che ci ha impegnato troppo. Prendiamo le distanze da un sentimento, da un interesse o da un’intenzione, dalla preoccupazione o dall’ansia. (…) Non sono tanto situazioni esterne o persone reali ad impegnarci, agitarci, preoccuparci, quanto piuttosto quello che delle situazioni reali abbiamo interiorizzato; sono le immagini che noi ci siamo fatti, i ricordi che esse risvegliano. Normalmente si tratta di un conflitto cui eravamo esposti o che ancora abbiamo e che ci tiene avvinti.

Allora, come possiamo tenere la giusta distanza?

Rispettando il destino che si manifesta, rispettando cioè quello che si chiede ad altri e così anche la particolare opportunità di crescita che viene loro offerta.

Ci ritiriamo dunque dalla posizione arrogante di pretesa, come se fossimo chiamati e in grado d’intervenire in questa situazione, per altri. Così facendo lasciamo loro la loro grandezza, accettiamo la nostra impotenza e rimaniamo piccoli (nella nostra compassione), là dove essi sono grandi per quanto da loro si esige.

Grazie a questo rimaniamo forti. Possiamo lasciare andare gli altri dai nostri pensieri e dai nostri sentimenti, liberiamo di nuovo la nostra mente, torniamo ad essere raccolti e vigili per noi stessi.

Quando proviamo compassione per qualcuno, involontariamente prendiamo anche posizione contro coloro i quali riteniamo responsabili della sofferenza nostra o altrui. Il sentimento di rimprovero, di accusa, anzi di aggressività nei confronti dei presunti responsabili non può essere separato dalla compassione. Questi sentimenti infatti rappresentano l’altro aspetto dello stesso processo interiore, persino là dove l’aggressività nasce dal rifiuto dell’impotenza, dunque infine dall’ auto-compassione.

Prendere le distanze da questo sentimento di aggressività riesce particolarmente difficile.(…)

Ma se consideriamo anche la debolezza e l’impotenza della controparte, cui noi attribuiamo la responsabilità della sofferenza, riconoscendo che proprio la controparte, per coloro per cui proviamo compassione, è più importante di noi che saremmo intervenuti per compassione, allora siamo già più avanti. Infatti dobbiamo chiederci: cosa stimola di più le persone nella loro crescita? Cosa le rende più forti e mature? Sono coloro che provano compassione o sono coloro che, opponendo loro resistenza e minaccia, costringono le persone ad agire con le loro forze?

(…)Invece di portare all’esterno qualcosa, nel prendere una posizione a favore o contro, vengo riportato a me stesso, cioè a quanto in quel momento può essere favorevole o negativo per la mia vita e per la mia anima.

In virtù di questa distanza vengo ricondotto a me stesso, finchè anche in me si riconcilieranno le forze che prima si contrapponevano. Ma solo se resto interiormente distaccato da loro. Il che permette, senza alcun mio intervento, di trovare l’equilibrio, rispettoso del loro spazio e dei loro confini.

Continua a leggere in: B. Hellinger, Nella quiete e nella gratitudine, Accademia, 2007

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