Cosa esprimiamo con la nostra lingua?

Come se non lo sapessero
Per parlare per esempio di foglie,
cominciano a non parlare di foglie,
parlano per esempio di colori!
 
Per parlare per esempio di colori,
cominciano a non parlare
e parlano per esempio di nascosto,
non si fanno nomi!
 
Per parlare per esempio di altre cose,
non parlano per esempio di altre cose,
parlano per esempio di …
niente!

(C. Costa)

Eccomi qua
E così eccomi qua, nel mezzo del cammino,
dopo vent’anni,
vent’anni in gran parte sciupati
a cercare d’imparare l’uso delle parole.
 
E ogni tentativo è un rifar tutto daccapo,
è una specie diversa di fallimento
perché si è imparato a servirsi bene delle parole
soltanto per quello che non si ha più da dire
o del modo in cui non si è più disposti a dirlo!
 
E così ogni impresa è un cominciar di nuovo,
un’incursione nel vago
con logori strumenti che peggiorano sempre,
nella gran confusione di sentimenti imprecisi,
squadre indisciplinate di emozioni.
 
E quello che c’è da conquistare con la forza,
la sottomissione,
è già stato conquistato una volta o due,
o parecchie volte da uomini che non si può sperare di emulare!
 
Ma non c’è competizione!
C’è solo lotta per recuperare ciò che si è perduto
e trovato e riperduto senza fine.
 
E adesso le circostanze non sembrano favorevoli.
Ma forse non c’è da guadagnare né da perdere.
Per noi c’è soltanto da tentare.
Il resto non ci riguarda!
 
(T.S. Eliot)
Leggendo questi versi, spontaneamente penso al potere delle parole e al valore della comunicazione tra le persone e soprattutto penso al paradosso che a volte si verifica nella comunicazione, paradosso che si costruisce col tempo. Da bambini ci viene insegnato a chiamare ogni cosa con il suo nome. In questo caso, gli adulti hanno il compito di nominare tutto ciò che circonda il bambino con nomi appropriati e con formule verbali di circostanza. Più cresciamo e più il nostro pensiero si sgancia dal dato reale per avvicinarsi al regno del possibile e dell’ipotetico e il nostro linguaggio si accresce di neologismi e di possibilità di usare parole e concetti di tipo astratto. Questa capacità migliora con l’età, fino ad arrivare ad usare le metafore, preziosa arte di dire le cose non dicendole. Ma esiste anche un gradino superiore ed è quello a cui si riferiscono gli autori: l ’arte di non comunicare pur parlando.E se pensiamo che anche il silenzio è comunicazione, allora ci è chiaro che chi non vuole in realtà comunicare deve ricorrere a fiumi di parole e creare conversazioni che deviano dal nocciolo della questione. Sicuramente ciò fa pensare all’arte dell’oratoria, pane quotidiano dei politici e di chiunque detiene il potere decisionale e si trova a dover rispondere a delle precise e chiare domande, ma fa pensare anche alle scarse possibilità di giungere ad un accordo, che sempre è il risultato della buona comunicazione, quando da un lato c’è la disponibilità al confronto e dall’altra  tante parole che portano al ….. niente !!

    

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