L’approccio sistemico relazionale

“In un villaggio c’è un unico barbiere.
Il barbiere rade tutti (e soli) gli uomini che non si radono da soli.
Il barbiere rade sé stesso?” (Paradosso di B. Russell)

L’ approccio sistemico-relazionale, negli anni ’50 nasce a Palo Alto in California a partire dalla teoria dei tipi logici di B. Russell, dalla teoria dei sistemi del biologo austriaco L. von Bertalanffy e dalla teoria del doppio legame di Grecory Bateson.  Inizialmente  tale approccio è in contrapposizione  alle psicoterapie ad indirizzo psicodinamico e
a quelle di derivazione comportamentista, fino ad allora predominanti.
Successivamente tale approccio ha introdotto una teoria della tecnica profondamente innovativa e soprattutto un modo nuovo di pensare ed intendere sia la psicopatologia sia il processo terapeutico.

Muovendo dal concetto di base secondo cui tutto è comunicazione, anche l’apparente non comunicazione, la psicoterapia sistemica e relazionale ritiene di poter indagare il mondo psichico a partire dal sistema della comunicazione regolato prevalentemente dalle seguenti
leggi:

  1. dalle leggi della totalità per cui il mutamento di una parte
    genera il mutamento del tutto;
  2. dalla legge della retroazione che prevede l’abbandono del concetto di causalità lineare per quello di circolarità dove ogni punto del sistema influenza ed è influenzato da ogni altro;
  3. dell’equifinalità  per cui ogni sistema è la migliore spiegazione di se stesso, perché i parametri del
    sistema prevalgono sulle condizioni da cui il sistema stesso ha tratto origine.

Tale approccio si caratterizza quindi per la sua visione della persona in quanto inserita nella rete delle relazioni per lei più significative. Ed il sintomo portato da un singolo componente è visto come campanello d’allarme di un sistema di comunicazione familiare disfunzionale, ambiguo, contraddittorio, paradossale, dove il disturbo non è del singolo, ma lui è soltanto il portavoce
di un sistema di comunicazione e di relazione disfunzionale.

In questa prospettiva, la persona viene collocata all’interno di una
dimensione “sociale”, facente cioé parte di un sistema relazionale,
all’interno del quale egli deve continuamente definire e ridefinirsi.

Questa necessità della relazione può provocare delle situazioni in cui l’essere insieme con l’altro è sentito con insoddisfazione.
In certi casi il comportamento viene designato dal gruppo e la persona finisce col “vestire abiti che non gli sono propri”.

Questa designazione, mantenuta costante nel tempo, può anche favorire nel soggetto l’accettazione di un simile mascheramento, conducendolo ad interiorizzarne i contorni, ed assumendo condotte adeguate a questo ruolo del tutto fittizio, ma pericoloso poiché ne  riduce l’autenticità e la realizzazione della persona.

L’attività clinica in psicoterapia relazionale tende dunque a chiarire l’intreccio relazionale e a smascherare le ipocrisie e le ideologie espresse dal gruppo in cui è inserita la persona sintomatica.

Anche se individuale, questo tipo di psicoterapia tiene in considerazione tutto il sistema significativo intorno alla persona, è
una psicoterapia particolarmente efficace in tutti quei casi in cui il sintomo ha un forte valore e impatto sulle relazioni e può essere utilizzata con buoni risultati all’interno di situazioni in cui il disagio è molto elevato. Infatti, la terapia sistemica e relazionale ha trovato un ottimo terreno di sviluppo sia per il trattamento dei disturbi psicotici sia nell’età evolutiva, dove l’approccio è sicuramente il più adatto visto che il bambino o l’adolescente vivono immersi nel contesto familiare benché, l’adolescente senta spesso la famiglia come un ostacolo contro cui facilmente finisce per scontrarsi nel corso del suo processo di individuazione.

L’obbiettivo del lavoro terapeutico con il paziente, il gruppo o la famiglia consiste nel ristabilire la circolazione di affetti positivi all’interno sei sistemi e questo facilita la riscoperta di bisogni affettivi mai espressi e mai soddisfatti prima, la scoperta che dietro alla sofferenza ci sono “voci” vitali che cercano ascolto e senso di appartenenza, risposte, realizzazione. Ognuno può conquistarsi così una maggiore apertura, spontaneità e sincerità nel rapporto con l’altro intravedendo la possibilità della propria differenziazione
e che prendono il posto della precedente sfiducia e paura di essere
danneggiato. La famiglia può così cominciare a sviluppare un profondo senso di appartenenza potendo sostituire a quella unità familiare fondata sulla rigidità di ruoli e funzioni, una coesione ed una vicinanza fondate sul riconoscimento dei bisogni propri individuali integrati con i bisogni degli
altri.

Il Contratto terapeutico

La psicoterapia sistemica e relazionale si configura come una psicoterapia a media-breve durata.

I colloqui individuali o di coppia hanno una durata di 60 minuti, le sedute famigliari o di gruppo richiedono 90 minuti.
Nel corso del primo incontro, si mettono a fuoco i problemi/disturbi più rilevanti così come vengono percepiti dal paziente e si concorda un
“contratto terapeutico” (orari delle sedute, durata prevista della
terapia, costi, assenze, privacy ecc.).

Nelle sedute successive si procede con l’ “assesment” cioè alla valutazione approfondita dei disturbi e problemi del cliente e la raccolta di informazioni generali sulla sua vita (sistema esterno), sui suoi sentimenti e le sue emozioni (sistema interno).

Il percorso prosegue  con una seduta di psicoterapia settimanale
(per le successive 4-8 settimane) orientata al raggiungimento degli obiettivi terapeutici definiti nella fase precedente. In seguito le sedute si svolgono  una volta ogni due settimane, fino a quando, con il miglioramento della condizione della persona o della famiglia o del gruppo, saranno ridotte ad incontri mensili prima della conclusione.

Una volta che il cliente raggiunge i risultati desiderati, si passa ad una fase di verifica e consolidamento di quanto acquisito. Infine viene concordato il termine della terapia, a cui potranno seguire alcuni incontri distanziati di controllo (follow up).

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