Un luogo perfettamente romantico, bizzarro e curioso

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Il brano seguente è una integrale e poetica descrizione del territorio geografico circostante il Comune di Serra San Bruno, tratta e custodita a cura di Gabriele Mastropietro dal vol. XII° de “Il Regno delle Due Sicilie”, opera conservata a Napoli presso l’Archivio di Stato. 

“(…) Una delle scene più belle e pittoresche della Calabria è la geografica posizione di Serra. D’essa situata nella media distanza dal Jonio e dal Tirreno, è un paese essenzialmente mediterraneo, e produce un meraviglioso contrasto con i paesi circostanti.

Gli Appennini nei loro bizzarri andirivieni con cui si diramano nelle Calabrie, dopo di avere abbassate le loro cime fino all’umile altezza di semplici colline, tra i due golfi di S. Eufemia e di Squillace, riprendono gradatamente la loro elevazione, spingendosi attraverso l’estrema parte della penisola.

Da quel punto, i monti si estendono in una doppia catena non mai interrotta di giogaje lungo le spiagge dei mari; catene che tra di loro si ricongiungono con altri monti trasversali, a guisa di vertebre che si attaccano alla spina dorsale di un gigante.

Tra questi frastagliamenti e giravolte vengono naturalmente a formare spaziosi bacini, che costituiscono uno idrografico bizzarro sistema ; nei quali bacini si raccolgono rapidi torrenti, i quali precipitandosi dalle chine ronchiose delle rupi, e raccogliendosi tra i meati e serpeggiamenti del terreno, vanno a confondere le loro acque torbide e limacciose con quelle del mare.

Nel fondo di uno di questi bacini formato dal più alto aggruppamento degli Appennini, che l’incoronano con una progressione circolare quasi simmetrica di alture, sorge la Serra.

E’ veramente una scena pittoresca e singolare quella configurazione di alture, che chiudono nel loro seno una spaziosa vallata, raffigurano un vasto anfiteatro, della periferia di quindici miglia all’incirca, con tale regolarità, da illudere lo sguardo dell’osservatore.

Dal centro dell’anzidetta vallata, parrà di osservare un immenso edificio circolare di una architettura ammirabile, sopra di cui il cielo si svolge come ad una enorme cupola di azzurro, le basi della quale si frangono tra gli spessi interstizi d’innumeri punte di abeti, che si delineano in alto a guisa delle guglie che sormontano i gotici edifici.

Nulla è più bello infatti, di quella prospettiva di monti gremiti nelle loro spalle di una densa cortina di selve di abeti e faggi che coprendo il terreno, ne celano la scabrosità : nulla di più incantevole che quel variare di forme e di colori di quella lussureggiante vegetazione nel mutar dellle stagioni, e nell’accidentalità dei raggi della luce.

Per darne un’idea, bisognerebbe immaginare il contrasto delle selve, le cui tinte sono picchiettate dal verde cupo degli abeti e del verde più chiaro dei faggi ; bisognerebbe osservare quelle gradazioni di tinte, secondo lo sviluppo della vegetazione nella primavera e soprattutto nell’autunno nell’appassire delle foglie dei faggi, che allora fan risplendere i loro rossastri colori sul fondo bruno degli abeti ; bisognerebbe contemplare quelle selve nell’inverno di un candido lenzuolo di neve : allora le cime piramidali degli abeti curvati sotto quel peso, perdono il proprio naturale colore, per rispondere di un’abbagliante bianchezza, che spesso illuminata dai raggi del sole, luccica per riflesso di mille cristalli, a guisa di perle disseminate sopra una tacca di bianca seta.

E’ questa insomma una scena della natura che bisogna vedere coi propri occhi per confrontare l’esattezza della descrizione.

E’ un luogo perfettamente romantico, bizzarro e curioso insieme, selvaggio ed ameno in una volta : ha in una parola un certo che d’imponente e di magnifico che sorprende l’immaginazione.

 Il fondo della vallata poi, ch’è un vasto piano della circonferenza di otto miglia circa, è inclinato leggermente dal Sud al Nord e raccoglie nel suo seno il fiume Ancinale, il Cecino o l’Anchinal degli antichi, la cui sorgente è sulle creste dei monti a mezzogiorno, e propriamente nel bosco di Santa Maria, sorgente resa celebre nella storia per essere stata santificata dalla penitenza di San Brunone, il quale si dissetava in quelle onde purissime zampillanti presso la sua umile celletta.

Questo torrente dopo d’aver bagnato nella qualità di un ruscello le mura della celebre Certosa di Santo Stefano che si veggono torreggiare anche nella loro rovina dappresso un lembo del bosco detto Fellò, percorre con placido corso tutta la sottoposta pianura fino all’altra estremità, ove intersecando la Serra, riceve a destra un tributario detto con nome greco Garusi, da cui ingrossato corre poscia a sboccare fuori il circuito dei monti verso tramontana, per quindi successivamente precipitarsi ruinoso e fremente negli inferiori bacini di Spadola, Cardinale e Satriano, e riposare in ultimo presso Soverato sul Jonio.

La Serra dunque si eleva nella parte più bassa del bacino e dove questo viene maggiormente a sprofondarsi. Per tale circostanza di località e più gruppi di alberi che crescono all’intorno, la prospettiva del paese non è visibile che a breve distanza ed in qualche frammento, massima quando le foglie degli alberi sono in piena vegetazione.

Nell’inverno però, quando gli alberi son brulli e spogli, allora solamente questo vago paese degli Appennini si palesa in tutta la sua pittoresca fisionomia al viaggiatore, che scavalcando le creste dei monti, sbocca fuori degli abeti.

In confronto di altre situazioni più commode che offre la vallata, il sito occupato dalla Città è forse il meno adatto di tutti, poiché intersecato dall’Ancinale, cui vien bagnato in lunga estensione, partecipa dell’umidità del terreno e delle esalazioni del fiume, e molto più, dello scolo delle vene d’acqua che si filtra dai monti sovrapposti ; però ha in compenso il vantaggio di essere preservato dagli impetuosi sbuffi dei venti e di essere a veggente della più bella prospettiva delle selve e delle sue montagne.

Per quanto però sia bella ed incantevole una tal prospettiva per un viaggiatore, pure è d’essa monotona pel Serrese : ma questi non deve che sostenere la fatica di poche miglia di facile erta per ascendere qualche cocuzzolo degli Appennini, onde poter spaziare la vista per un orizzonte estesissimo e svariato di forme e di vedute.

 Infatti, da su la cima di Pecorajo, quattro miglia lungi da Serra, lo sguardo percorre una vasta estensione della Calabria e l’immenso panorama che si prospetta alla vista vien chiuso come da una elegante cornice, dalle onde azzurre  del Jonio e del Tirreno, dalle nereggianti montagne della Sicilia e dagli aggruppati gioghi della Sila.

L’osservatore può contemplare come in un quadro tutti i luoghi più celebri della Magna Grecia, e da una parte Vibona, l’attuale Monteleone , a prospetto del Tirreno, dalle cui onde si rizzano come enormi i cumuli e giganteschi coni, le isole di Vulcano, Lipari e Stromboli ; e dall’altra le spiagge e le colline, ove si ergeano la famosa Locri, Anfissa, oggi Roccella, Caulonia oggi Castelvetere ; Arunco, creduta patria del poeta Lucilio ; Squillace patria di Cassiodoro ; ed in ultimo il celebrato promontorio Lacinio che, a guisa di curvo braccio si prolunga nel mare per chiudere il lato sinistro del bel golfo di Squillace.

Se l’osservatore avesse calda la fantasia nell’evocare le antiche rimembranze di un tempo glorioso ed entusiastici gli affetti del cuore, da quel piedistallo del monte potrebbe allietare lo spirito e sublimarlo insieme, mercè il concorso delle più belle prospettive della natura e le memorie di una storia che è la più antica tra le glorie d’Italia e dell’Europa.”

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