La motivazione ad aiutare dietro la scrittura per bambini

bambola viaggiatrice di Kafka

Ho appena finito di leggere un libro ispirato ad un caso giornalistico-letterario molto interessante. Il protagonista è Franz Kafka l’autore di testi divenuti celebri dopo la sua morte grazie all’amico Max Brod che non rispettò la volontà dell’autore di distruggere i suoi testi.

Leggendo questo libro si può capire come Kafka fu coinvolto personalmente dal dolore di una bambina per la perdita della propria bambola. La sua sensibilità fu toccata al punto da voler ripercorrere con la bambina i suoi  vissuti di disperazione, contribuendo attivamente alla loro elaborazione, superamento e conquista dello stato di serenità, con l’ aiuto della scrittura di lettere di cui Kafka, all’insaputa della bambina destinataria, era il vero autore che si presentava come il “postino della bambola giramondo” mittente dichiarata delle lettere per la bambina.

Un delicato gioco di ruoli creato con intento psicoterapeutico, con chiari vissuti di transfert da parte della bambina Elsi (piccola paziente presumibilmente di età prescolare) e controtransfert da parte del noto scrittore Kafka (messosi generosamente nel ruolo terapeuta).

L’autore che ci narra questo episodio di vita di Kafka è il giornalista, storico rock e scrittore per ragazzi Jordi Sierra i Fabra che si è fatto affascinare da un articolo di Cesar Aira (scrittore argentino e traduttore di diversi autori tra cui Franz Kafka e Jean Austin) apparso su un supplemento al quotidiano spagnolo El Pais e intitolato “La bambola giramondo”. Questo articolo raccontava le ricerche condotte su questo singolare aneddoto dalle persone più vicine a Kafka: la compagna Dora Dymant, insegnante e attrice polacca; Klaus Wagenbach, uno dei maggiori editori tedeschi del secondo novecento.

Trascinato dal magnetismo della storia tramandata come una legenda, Jordi Sierra i Fabra, parla il linguaggio giusto per l’infanzia, quello della tenerezza, dell’affetto, dell’innocenza, della credulità con tutta la complicità fra la magia dell’illusione, ed i misteri della narrazione.

Volendo invitarvi a questa piacevole lettura, mi limito a considerare quanto la sensibilità di Kafka sia stata colpita dall’intensità del dolore di una bambina, tanto da fargli annullare il valore di tutte le sue opere, desiderando che queste venissero distrutte dopo la sua morte e non pubblicate.

In questa storia Kafka comunica apertamente quanto il rapporto conflittuale con suo padre gli abbia insegnato che non fosse giusto che una bambina dovesse vivere traumatizzata da un dolore così profondo.

“Quel giorno cadde in preda allo stato di esaltazione nervosa che lo assaliva ogni volta che si sedeva alla scrivania, che fosse per scrivere una lettera o una cartolina. Con precisione chirurgica, lo sguardo di Kafka si fa scrittura nella trasformazione del visibile in segno di qualcosa che deve essere scoperto.”

Jordi Sierra i Fabra – Kafka e la bambola viaggiatrice, Ed. Salani (2010)

 

 

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Nuove tecnologie iTouch al servizio della comunicazione e dell’apprendimento

LearningKit e gioco didattico

LearningKit e gioco didattico

A SUCCESS STORY

La possibilità di cambiare e crescere, è essenzialmente attivare la capacità di “apprendere ad apprendere”, indica cioè l’acquisizione di un metodo, il processo di un genere di apprendimento che, pur concretizzandosi in un ‘oggetto’ facilmente descrivibile nei suoi contorni, apre allo stesso tempo a un secondo apprendimento – nuovo o di livello differente. In altre parole, l’apprendere ad apprendere va oltre l’oggetto che ha generato una specifica abilità (cognitiva, strumentale ecc.) e oltre la circostanza della sua acquisizione.

Come si giunge a tale diverso apprendimento? quali sono i fattori che lo determinano ed i meccanismi che mette in atto?

Si tratta da un lato di un apprendere ‘semplice’, che non altera la sostanza dei contenuti  e non influisce (o sembra non influire) sulla rete delle conoscenze che strutturano il modo di pensare di una persona, dall’altro si tratta di un livello di apprendimento che non resta isolato e concluso, bensì mostra i suoi effetti evolutivi, generalizzandosi,  su  altre aree della vita.

E’ il caso di due case study che ho condotto quest’anno (novembre 2015-aprile 2016) per due ragazzi di 17 anni (L.C.) e 22 anni (E. D.) con ritardo generalizzato dello sviluppo psicomotorio e Disturbi dello spettro autistico.

Nonostante la loro condizione sia evidente sin dalla prima infanzia, non mi sono accontentata di ripetere il percorso di riabilitazione standard ed ho, io stessa, posto una sfida a me stessa, cercando d’introdurre una metodologia nuova per me: la Comunicazione Alternativa Aumentativa di cui avevo letto diversi studi applicativi ma che trovavo noiosa e ripetitiva nella sua applicazione. La mia curiosità mi ha portato a cercare ‘qualcosa’ che permettesse sia di facilitare sia di personalizzare la comunicazione dei ragazzi in ogni contesto di vita: a casa, a scuola, ai centri diurni, ecc. ‘Qualcosa’ che permettesse anche all’adulto di riferimento (genitore, insegnante, assistente educativo, assistente domiciliare, ecc.) di creare “scene di apprendimento” e allo stesso tempo apprendere qualcosa di nuovo su di sè e per sè.

Questo approccio ha reso più interessante e vitale la relazione ormai decennale con i ragazzi  perchè in effetti i risultati non si sono fatti attendere ed hanno messo in evidenza:

  • l’esistenza di un’intenzionalità comunicativa, altrimenti trascurata
  • la possibilità di orientare e migliorare l’attenzione
  • la possibilità di farsi sorprendere con nuove esperienze e apprendimenti
  • la possibilità di trasmettere e comunicare contenuti della vita personale, familiare e scolastica altrimenti banalizzati e trascurati

Come?

Con la costruzione di un “sistema ausilio informatico” per la comunicazione. Un tablet con nuovi software di comunicazione. 

Oggi il  tablet è uno strumento multimediale, interattivo, facile da utilizzare e socialmente condiviso che attualmente può essere personalizzato con  applicazioni didattiche e di comunicazione di qualità facilmente reperibili sul mercato.

Queste applicazioni coprono sia gli ambiti educativi tramite i giochi che i vari ambiti disciplinari e permettono agli allievi di apprendere in modo autonomo e raggiungere il successo scolastico. Oggi il tablet permette di personalizzare i materiali e di applicare specifiche strategie di intervento che tengono conto di esigenze e abilità dei singoli alunni.

E così per me è ora entusiasmante e piacevole incominciare ad organizzare un servizio di consulenza e supporto volto a creare percorsi di apprendimento e comunicazione facilitati  per bambini e ragazzi (4-14 anni) coinvolgendo allo stesso tempo le figure adulte di riferimento in una relazione arricchita da nuovi possibili obiettivi.

Arrivederci fra qualche mese per la presentazione di questo servizio innovativo che permette una reale personalizzazione degli apprendimenti! 😉

Poiché la scelta di un ausilio va compiuta a seguito di un’attenta osservazione dell’utente e di un’analisi dei suoi bisogni, cui fanno seguito alcune ipotesi di utilizzo o adattamento degli strumenti, seguiti da un’opportuna verifica dell’efficacia degli stessi, offrirò un’ulteriore opportunità  di  una consulenza gratuita a scopo dimostrativo (DEMO).

BIBLIOGRAFIA

Gregory Bateson, “Le categorie logiche dell’apprendimento e della comunicazione” e “Pianificazione sociale e deuteroapprendimento”, in Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976 – sedicesima edizione, con l’aggiunta di nuovi saggi, Milano 2000.

David Beukelman, Pat Mirenda, Manuale di Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Interventi per bambini e adulti con complessi bisogni comunicativi, Erickson, 2014

Maria Antonella Costantino, Costruire libri e storie con la CAA. Gli IN-book per l’intervento precoce e l’inclusione, Erickson, 2012

Sara Rosati, Norma Urbinati, Allenare le abilità socio-pragmatiche. Storie illustrate per bambini con disturbi dello spettro autistico e altri deficit di comunicazione, Erickson, 2016

Silvano Solari, Comunicazione aumentativa e apprendimento della letto-scrittura. Percorsi operativi per bambini con disturbi dello spettro autistico, Erickson, 2013

L’ordine e la stabilità della vita stanno nella sua struttura problematica

Rene Magritte - La nuit de Pise (litografia)

Rene Magritte – La nuit de Pise (litografia)

Ignacio Matte Blanco in Pensare, sentire, essere : riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo (Einaudi, 1995)  dice che le emozioni e l’inconscio sono strutture bi-logiche, ovvero contengono una logica simmetrica, espressione del modo indivisibile. L’emozione può essere considerata come un oggetto mentale che contiene elementi troppo complessi per essere compresi dalla logica tridimensionale, e quindi non può essere tradotta fedelmente in linguaggio verbale.  Tuttavia, se i contenuti del nostro inconscio sono inaccessibili alla nostra coscienza, le emozioni rientrano anche nella sfera della nostra consapevolezza e, sia pure parzialmente, siamo in grado di pensarle, ovvero ridurle ad eventi, cioè in oggetti tridimensionali.

Poiché il pensiero pensa soprattutto attraverso immagini, l’unico modo che ha per “vedere” qualcosa che non si limita a tre dimensioni è quello di appoggiarsi ad un’unica immagine, che sia in grado sia di suggerire sia di sintetizzare ciò che non può essere visto nella sua interezza, e di essere contenuta dai limiti angusti della coscienza. Lo psicoanalista ci porta un esempio che può rendere più facile la comprensione. “Si racconta che, mentre si recava quotidianamente da casa sua al Center of Advanced Studies di Princeton, Einstein fece amicizia con una ragazzina che faceva ogni giorno la sua stessa strada. A un certo punto egli iniziò ad aiutarla nei suoi studi di matematica. È molto probabile che, nello spiegare gli elementi della matematica, Einstein usasse un linguaggio che, per un esperto, conteneva profonde intuizioni sull’ argomento. È altrettanto probabile che almeno alcune di queste intuizioni non espresse non fossero colte dalla ragazzina che probabilmente “comprendeva” i concetti elementari, in modo diverso da come avrebbe potuto assumerle da un insegnante meno profondo”.

Come la bambina non era in grado di comprendere completamente le intuizioni di Einstein, così la nostra mente tridimensionale è incapace di assumere un oggetto troppo complesso, di dimensioni superiori a tre. Si può trattare di un oggetto mentale (un’emozione, un contenuto inconscio) o anche di un eventuale (ma non è detto che esista) oggetto fisico: in entrambi i casi si tratta di un oggetto che possiede un numero di dimensioni superiore a quelle che siamo in grado di comprendere coscientemente.

La nostra intelligenza può concepire spazi con dimensioni superiori alle tre dimensioni dello spazio geometrico,  ma si tratta di un modo di concepirli che non è un pensare strutturato nello spazio e nel tempo, ma un sentire che non appartiene alla logica classica aristotelica.

Il nostro pensiero dunque è limitato dalle categorie spazio-temporali, e perciò non può essere consapevole di più di una cosa per volta. Emerge subito l’impossibilità di cogliere esaustivamente tutte le sfumature che ci fanno sentire la vitalità delle nostre emozioni: per diventare consapevoli dell’emozione che stiamo provando in un dato momento, siamo costretti ad interrompere l’esperienza diretta di questa emozione per acquisire la consapevolezza che la stiamo provando. Questo non annulla la nostra emozione, ma la modifica. Ad esempio, se concentriamo intensamente la nostra attenzione sul dolore nello stesso istante in cui lo stiamo provando, probabilmente l’intensità del dolore diminuisce, visto che la nostra coscienza non riesce a contenere due oggetti alla volta (l’attenzione sul dolore e il dolore stesso). Viceversa, se tentiamo di non pensare al dolore nello stesso istante in cui lo stiamo provando, lo sentiremo più intensamente.

Tutte le emozioni dunque contengono “esperienze infinite”, poiché non abbiamo altro modo di interpretare attraverso le nostre strutture cognitive tridimensionali qualcosa che possiede un numero superiore di dimensioni. Alla luce di questa ipotesi, si può comprendere meglio per quale motivo per descrivere emozioni e sentimenti vengono spesso usate spesso metafore e linguaggi più evocativi, come quello poetico. Suoni, immagini e altri mezzi espressivi artistici, linguaggi non trasparenti che suggeriscono senza indicare esattamente contenuti, possono far riferimento ad una realtà non strettamente legata alla percezione tridimensionale.

Matte Blanco ha elaborato il concetto di antinomia fondamentale, cioè l’idea che la vitalità si realizza nella contraddizione della combinazione del modo eterogenico e indivisibile e che si esplicita in forme diverse: nel linguaggio filosofico e matematico  essa si esprime in paradossi e antinomie; nel linguaggio psicologico essa si esprime in sintomi, immagini oniriche e in tutte le formazioni di compromesso causate dalle esigenze pulsionali inconsce e in molti luoghi comuni della vita quotidiana.

Ancora, Matte Blanco analizza la difficoltà di esprimere in parole i propri sentimenti, difficoltà comune a tutti anche se in misura diversa, non solo nel caso in cui le emozioni sono vaghe e confuse, ma anche di fronte a quelle più forti e violente. Dunque, possiamo esporre con ordine e chiarezza i contenuti dei nostri pensieri e delle nostre percezioni, ma non siamo in grado di definire i nostri sentimenti. Quando lo facciamo, spesso siamo costretti a ricorrere a metafore, paragoni, illustrazioni che non sono certo precise. Uno dei luoghi in cui il nostro modo di essere mostra il suo nucleo antinomico è in questa impossibilità di tradurre in logica le nostre emozioni.

Tuttavia l’emozione viene percepita e quindi può essere comunicata con un linguaggio che utilizza il codice logico del pensiero: le parole. Le parole  tuttavia, sono un contenitore inadatto per le emozioni, ed è per questo motivo che per descrivere le emozioni è necessario ricorrere al linguaggio metaforico dell’arte. Un quadro o una poesia sono in grado di condensare numerosi contenuti, mentre una parola si riferisce in genere ad un singolo contenuto.

L’emozione perciò, seguendo questa ipotesi, sarebbe una struttura bi-logica, ovvero una costruzione mista di logica classica e simmetrica.  In altre parole, l’emozione è sostanzialmente diversa dal linguaggio della logica, non è definibile usando la logica classica e non è quantificabile in numeri. Certo, è possibile misurare le reazioni fisiologiche dell’organismo, ma finora non è stato possibile definire l’esperienza soggettiva dell’emozione, cioè le sue qualità, il suo ruolo nell’equilibrio psichico e nei rapporti interpersonali. Ad esempio con un poligrafo (macchina della verità) possiamo misurare l’intensità delle reazioni dell’organismo, ma non possiamo sapere con certezza le qualità e le motivazioni che sottendono tale reazione.

Chi può dire se un’emozione anche intensa è dovuta alla consapevolezza di mentire, alla paura, o al fatto che il soggetto sottoposto al poligrafo si stia mordendo la lingua? L’emozione “tende all’infinito” proprio perché non è misurabile in una quantità finita.

Diverse espressioni del linguaggio quotidiano possono rivelare in che modo le emozioni contengono l’esperienza dell’infinito.

Prendiamo ad esempio il comune sentimento di impotenza, tanto frequente nei momenti di sconforto. Matte Blanco osserva che l’espressione  comune “io non sono capace di fare niente” trascende i limiti della logica aristotelica ed abbraccia l’infinitamente piccolo. Analizzando il significato letterale di questa affermazione, ci accorgiamo che “non essere capaci di far nulla” equivale ad un grado d’ incapacità non raggiungibile da un essere umano. Infatti, l’espressione rimanda ad un livello d’ incapacità eccessivo rispetto   alla reale “piccolezza” delle capacità umane.

Ancora, Matte Blanco riprende l’esempio dell’innamoramento. Quale innamorato dirà di amare “per un certo tempo e in un determinato luogo”? Un innamorato giusto dichiarerà sempre di amare per sempre, e ovunque. L’emozione si inserisce nella categoria della quantità, sotto la forma di quantità infinita.

Nelle emozioni più intense, odio e amore, gioia e dolore, è abbastanza facile rintracciare “esperienze infinite”. Infatti, quando l’emozione è molto forte, tende ad invadere, espandersi e ricoprire l’intero campo della coscienza, mentre i confini spazio temporali si fanno molto sfumati. All’interno di queste esperienze, la logica classica conta ben poco. Secondo Matte Blanco l’infinito matematico non è altro che una traduzione incompleta in termini tridimensionali di un pensiero che opera in un numero di dimensioni superiore.

La logica classica dunque per parlare di sentimenti deve tradurli in una quantità infinita. In questo modo, essa compie un’operazione strettamente analoga all’appiattimento di una mela reale alle due dimensioni di un vassoio. Come la mela, schiacciata in un vassoio, produce una superficie bidimensionale molto estesa, che finisce col debordare dal vassoio, così il sentimento, traducendosi in logica, si moltiplica in espressioni di quantità infinite.

Bibliografia

Ignacio Matte Blanco, Pensare, sentire, essere : riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo, Einaudi, 1995

Ignacio Matte Blanco, L’ inconscio come insiemi infiniti : saggio sulla bi-logica, Einaudi, 1981

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 7.700 volte nel 2015. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 6 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Facilitare l’apprendimento nei Disturbi Specifici dell’ Apprendimento (DSA)

Locandina Tutor d'apprendimento

Immagine

Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 8.900 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 3 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Coppia, matrimonio, famiglia oggi: facciamo il punto “On the News”

coppia-matrimonio-famiglia

coppia-matrimonio-famiglia

SABATO 30 agosto 2014

sarò ospite su gentile invito di Radio Serra 98

nella trasmissione “On the News” ore 10,00-12,00

RS 98

Sarà un incontro-intervista con gli ascoltatori  della radio

che potrete seguire anche  in streaming qui

Se volete, su questa pagina lasciate i vostri commenti o le vostre domande.

Se avete questioni legate alla vostra vita personale,potete scrivere qui

I Centri diurni per anziani fragili: il mio approccio

vecchiaia

di Maria Grazia Letizia

La mia formazione è di psicologa specializzata in psicologia sistemico-relazionale e con perfezionamenti post-laurea riguardanti lo sviluppo neuro psicomotorio in età evolutiva, il counseling istituzionale e la presa in carico. Ho scelto una formazione sistemico-relazionale perché, più degli altri modelli, che pure all’università mi avevano accompagnata con entusiasmo, sentivo che aderiva al mio bisogno di sperimentazione e creatività; al mio modo di concepire la relazione d’aiuto, la relazione terapeutica, tanto flessibile quanto possa essere necessario per conoscere e aiutare l’altro.

Successivamente, ho affrontato le mie prime esperienze lavorative nel mondo della scuola per l’integrazione dei disabili (1985-1990). Lavorando come socia della cooperativa (dal 1992 ad oggi), mi sono occupata di famiglie con disabili, d’integrazione scolastica, di disturbi dell’apprendimento, di riabilitazione psicosociale, di arte terapia, ma anche d’integrazione dei gruppi di lavoro, di riorganizzazione dei servizi alla persona, di formazione e supervisione degli operatori sociali.

Dunque, la mia visione e concezione della relazione con gli anziani fragili si inquadra oggi all’interno di questa cornice.

In particolare, la mia esperienza nei laboratori di riabilitazione psicosociale per i disabili, negli ultimi 14 anni, mi ha messa in contatto con l’efficacia ed il benessere apportati dalle arti terapie.

Un costante confronto tra i due settori, anziani e disabili, ha messo in evidenza l’elasticità e l’ attenzione sensibile che entrambi i servizi devono prendere in considerazione. Questi  sono elementi importanti per chi lavora perché, prima di intraprendere qualsivoglia attività, ci portano ad essere consapevoli  della situazione dei singoli e, complessivamente, del gruppo o dei sottogruppi, intesi come relazioni tra utenti ed operatori.

Basta per esempio  intuire quanto possa essere doloroso e difficile da accettare per una persona che ha “badato” a se stessa per tutta una vita, confrontarsi con il declino delle facoltà e rischiare di perdere la capacità di gestirsi: dagli aspetti più complessi ed astratti, a quelli più pratici e legati alla vita quotidiana.

In un ambito così delicato, dove la fragilità avanza costantemente, è fondamentale che la relazione  sia particolarmente calda, accogliente, sensibile e rispettosa.

Spesso, quando l’ operatore si trova di fronte a persone che hanno 35-40 anni più dei suoi ed hanno vissuto esperienze ed incontrato nodi esistenziali sconosciuti, si presenta  una relazione dall’ equilibrio delicato, fatto di avvicinamento e comprensione  ma senza perdere di vista l’obiettivo per cui siamo li: portare dentro la relazione con gli anziani un’energia nuova, che aiuti a rivitalizzare tutto quello che c’è, a rispecchiare le risorse e a valorizzare i punti di forza, creando lo spazio per un intervento che può avvalersi di diversi mediatori creativi e/o artistici.

Un altro tipo d’attenzione va rivolta al “qui ed ora esistenziale” per favorire il contatto con l’attuale momento di vita e con quello degli altri che condividono l’esperienza, dare e trovare un senso a questa fase della vita in un ambiente  protetto che permette  l’esplorazione di quello che si vive: un’esplorazione dell’esserci, dell’esistere e del comunicare con se stessi e con gli altri.

Tutti gli esperti sono d’accordo nel considerare che uno dei problemi più grossi della vecchiaia sia la solitudine e il conseguente isolamento. Perciò, ricreare un contesto in cui esprimersi ed essere ascoltato è il primo passo per riattivare la vitalità di una persona.

Un altro mezzo per attivare risorse ed idee per le attività è di tipo gestaltico: è il portare in primo piano (figura) quello che normalmente viene allontanato sullo sfondo. Infatti, lanziano tende normalmente a rimandare sullo sfondo le sue capacità, le abilità, le risorse di cui dispone, annullandole dietro  il “non sono più capace”, “non riesco più”, ma soprattutto “non serve a niente”. Provare questo senso di inutilità dopo essere stato fonte di vita e di sostentamento per chi ora non ne ha più bisogno (dai figli alla società), porta le persone anziane a demotivarsi, a non trovare più un senso nel fare le cose e quindi a disconoscere le potenzialità che invece ha.

Credo che l’efficacia del nostro lavoro consista proprio nel cercare e trovare insieme a loro, con pazienza ed un ascolto sensibile e consolatorio, il passaggio verso quello che ancora c’è di positivo nell’esistenza, il senso di questo momento di vita, recuperando il piacere di realizzare e portare a compimento qualcosa, ricevendo gratificazione e conferma di sé. Portare quindi in evidenza quello che sanno o possono per la prima volta ancora fare, e che permette di farli sentire vivi ed apprezzati. Per ottenere questi risultati è necessario un processo di flessibilità, tanto per l’operatore che per l’anziano, che in seguito potrà permettere l’accettazione di attività nuove, che non conoscono.

L’operatore dovrà sostenere, nel momento in cui emerge, il diritto  al desiderio, al provare il piacere di vivere. Esperienze queste  che l’anziano tende a negarsi, a non voler riconoscere per la paura di tradire un dolore, un affetto, un’immagine di sé costruita e che lo conferma agli occhi degli altri. “Posso divertirmi suonando insieme agli altri quando sono vedova da pochi mesi?”

E  qual è il modo per  farlo? Inquadrando il lavoro in un setting dedicato alla salute, accogliendo i timori e lasciandoli esprimere, incoraggiando questo percorso. Offrire un’ autorizzazione che scioglie le riserve e facilita il progressivo cambiamento verso il lasciarsi andare, anche per pochi minuti, ad uno scambio gratificante e nutritivo con altre persone, all’incontro con la propria parte vitale.

Come ulteriore aspetto da sottolineare e che ci permette di entrare poi nell’ esperienza arte terapeutica vera e propria,  è il far entrare gli anziani  in contatto con sensazioni, emozioni, per aprire poi uno spazio di consapevolezza.  La mediazione di strumenti artistici, quali la musica, il disegno, il movimento, consentono un cammino che, superando  la cognitività e avvalendosi della comunicazione non verbale, vanno diretti al “sentire” e permettono  l’incontro con parti di sé preziose e significative.

In conclusione, sin dal mio primo ingresso ai CDAF ho immaginato che la valorizzazione del patrimonio di esperienze e formazione di un team di lavoro così complesso, richieda sia un’integrazione di tipo metodologico, sia la differenziazione ed arricchimento delle aree d’intervento. In tale direzione spero di sviluppare la mia attività con il team degli operatori.

I MODELLI TRAUMATICI NEL CRISTIANESIMO

Vedere ma non toccare ...

Vedere ma non toccare …

Gli esseri umani sono sistemi di autosuggestione estremamente sensibili. Continuiamo a rovistare nelle antiche ferite anche quando conosciamo già tutto di esse, generando così nuove ferite fino a che l’intera esistenza è sofferenza e l’unico sentimento è un intenso dolore. Così ci ipnotizziamo dicendo: “Nulla cambia; tutto rimane com’era”.

Nel cristianesimo si è avuta e si ha tuttora un’enorme intensificazione dei modelli traumatici a livello individuale attraverso il ricordo collettivo della morte di Gesù, specie nella chiesa occidentale. Nelle rappresentazioni artistiche la resurrezione e la trasformazione sono raramente espresse. Da 2000 anni le sue cinque ferite stanno sanguinando: un’immagine ipnotica che ha intensificato, se non addirittura creato, un modello traumatico in moltissime persone. Raramente l’arte cristiana della Chiesa occidentale lascia trasparire la fiducia nel modello della crescita; la Chiesa orientale, invece, manifesta più spesso il rapporto tra morte e trasformazione. Per esempio, nelle icone russe, il sangue sgorga dalla ferita del costato del Crocefisso e va a cadere sul cranio di Adamo, ai piedi della croce, così da includere lui, il primo uomo, e l’umanità in generale, nella nuova vita. Per il cristianesimo tradizionale ciò avviene nell’altro mondo piuttosto che su questa terra.

Tra i molti sintomi  che illustrano chiaramente il modello traumatico dell’incapacità di dimenticare e dimostrano il ritiro dell’energia vitale dal corpo troviamo: disturbi di stomaco, riduzione della sessualità, paralisi psicologica (scissione psicologica dalla metà inferiore del corpo (v. Plotino e Paolo).

La persona presente al proprio corpo non si vive nient’altro che come in rapporto. Essa stessa è il modello erotico. Al contrario, la persona che si isola nel passato e nel futuro è inesorabilmente tagliata fuori perché la sua vita segue la traccia traumatica.

Ogni rapporto è polare, in quanto è identico all’area di tensione dal polo complementare. L’attrazione che due persone provano l’una verso l’altra viene rafforzata dalla coscienza delle polarità che esse incarnano. In entrambe vengono mobilitate polarità che, senza quel rapporto,sarebbero soltanto pura possibilità, vita non vissuta. Da ciò scaturiscono tensione, eccitazione, erotismo. Diversamente, le persone centrate su di sé, prigioniere dei dolorosi ricordi delle vecchie ferite, non possono accedere al gioco polare di un rapporto. Le loro relazioni sono noiose. L’antico trauma riaffiora: sono respinto, abbandonato, isolato, non amato. Polarità significa rapporto, cioè condividere l’eccitazione della vita e andare ancora oltre, sullo stesso cammino. Afferro le mani che si tendono verso di me. Il contatto fisico porta ad un piacevole aumento di forza. Il lasciarsi coinvolgere dal contatto risveglia un legame. I nostri corpi vibrano elettrizzati, trasudano un’energia radiosa. Tu risplendi. Non parliamo. In questo momento le parole sarebbero controproducenti e noi torneremmo ad essere oggetti, contrapposti l’uno all’altra, isolati nel modello traumatico. Tutto ciò che è nuovo è senza parole. Chi parla troppo adesso ricade nei vecchi modelli. Reggiamo la tensione del silenzio … la vita sussurra … un sorriso … tenersi le mani … dissolvere l’IO pensante nelle azioni dell’amore. Ecco il nuovo insight! L’energia s’intensifica; ciò che era bloccato diventa leggero e flessibile.

E’ SCOCCATA L’ORA DELLA  GIOIA!

da:  Peter Schellenbaum “la ferita dei non amati, Red Edizioni, 1991

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