Improvvisamente quest’ estate …

Dipinto: Watches di Salvador Dalì

di MGL

La “mamma che perde un figlio/a” (così come il padre che perde un figlio/a) è un concetto tabù nella nostra cultura tanto da non trovare rappresentazione in una unità lessicale specifica. Questa smagliatura della struttura linguistica sottintende la necessità di esprimersi per perifrasi suggerendo che soltanto il lento accompagnamento (perifrastico) possa lenire un dolore così estremo, enorme. La moglie/marito che perde il marito/moglie è vedova/o, il bambino/a che perde i genitori è orfano/a, la mamma e un papà che perdono un figlio sono…? E qual è la condizione emotiva di chi è in lutto per la scomparsa di una persona cara? Shock, sofferenza acutissima, smarrimento, rabbia, disperazione, alienazione, perdita di senso. Ma la morte improvvisa e violenta di un figlio è anche innaturale e sovverte ogni ordine e le attese di una famiglia che all’improvviso si sente senza passato e senza futuro, sospesa, bloccata davanti ad un momento infinito. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e si sente in colpa di essere vivo. Quando un figlio muore, per i genitori è una prova durissima che scuote le fondamenta dell’intera esistenza di un uomo e di una donna. Questo lutto investe la coppia in maniera diversa, investe la questione dell’identità, del senso della vita e anche del senso di giustizia. Tutto diventa inutile, insignificante…i genitori non saranno mai più come prima di questo tragico evento. Essi si chiedono: a che è servito averlo seguito, incoraggiato, indirizzato verso una vita piena e consapevole? A che è servito che si sia impegnato a completare gli studi o trovare un lavoro, o prendersi un impegno sociale, avviare una carriera e sviluppare relazioni adulte? Che scopo ha ora la vita per chi resta? E da un altro punto di vista, quali equilibri infrange una morte in famiglia? A cosa ci si può aggrappare quando ci si sente in caduta libera? A volte nei rapporti riaffiorano gli attriti, si ampliano le distanze, si perde man mano il senso dell’unità e si può assistere attoniti al dolore degli altri e all’istantanea disgregazione del nucleo familiare. In effetti, ognuno sta cercando di dare la sua risposta davanti ad emozioni così potenti mettendo in evidenza questioni irrisolte che cercano un superamento. Dunque, non si tratta solo del dolore per il distacco ma di argomenti importanti legati al rapporto con il figlio, al rapporto con gli altri. Il lutto è amore che continua, al di là della morte. Anche se comporta lo scioglimento dei legami psicologici e di quelli dovuti alla presenza fisica che hanno tenuto insieme le persone care in vita, è importante sapere che l’elaborazione del dolore non comporta la perdita del legame d’attaccamento con chi non c’è più. Forse, con una certa prospettiva, questo legame ci stimola anche a curarci dei legami affettivi che ancora abbiamo qui con noi.

Il lutto non è una malattia. Molte persone si sentono dire “devi reagire” e che una sana elaborazione del lutto si accompagni necessariamente a lasciare il passato alle spalle e ad andare avanti nella vita. Invece, è legittimo pensare che questa affermazione possa frenare proprio il processo di elaborazione per il timore di una rottura di connessioni con la persona amata, che sarebbe vissuta come una dimenticanza o peggio ancora come una sorta di negazione dell’importanza che il defunto può aver avuto nella vita di chi resta. La salute sta invece nel riuscire a trovare un modo personale di mantenere un legame d’attaccamento con la persona amata riconoscendo al tempo stesso che la persona fisicamente non tornerà più. Il processo del lutto evidenzia quanto per la nostra mente i legami affettivi significativi rappresentino un qualcosa di indissolubile che ci sostiene perfino mentre cerchiamo di sviluppare lentamente un legame diverso con la persona che abbiamo perso, un legame interiore, ridefinendo se stessi e cambiando l’immagine di sé e della propria vita per adattarsi a questa nuova realtà, incanalando le risorse emozionali verso nuovi e soddisfacenti investimenti (persone, oggetti, ruoli).

Molte persone si possono sentire particolarmente a disagio nell’avvicinarsi ai genitori colpiti da un lutto così grave perché “non ci sono parole” per poter esprimere la vicinanza, i sentimenti di solidarietà, la comprensione, la consolazione ed empatia. Tutto questo insieme sarebbe ed è ideale, niente di più che una viva speranza.  Le persone in lutto sperimentano costantemente un’oscillazione tra due opposte polarità: una tesa a vivere il dolore legato alla perdita, l’altra ad allontanarsi dal dolore per poter fronteggiare le incombenze legate alle necessità del vivere. È un’oscillazione che può verificarsi anche più volte al giorno. Ovviamente, nel primo periodo sarà prevalente la polarità orientata al lavoro sulla perdita, ma, man mano che passa il tempo, prenderà il sopravvento l’altra polarità, quella orientata alla ricerca di un equilibrio accettabile. Soltanto quando questo processo sarà compiuto, la persona in lutto avrà riconquistato una dimensione progettuale e sarà di nuovo inserita pienamente nel flusso della propria vita. E non è una questione del tempo che questo processo richiede. Possono volerci mesi oppure anni. Quindi è la presenza quella che conta di più, sono i gesti che comunicano il sostegno e la partecipazione: portare un pranzo, pensare ai bisogni dei figli più piccoli, passare un po’ di tempo insieme, aiutare a riprendere i ritmi quotidiani nell’intimità della casa e, poco a poco, riprendere le altre attività. Insieme a tutto questo, personalmente ho trovato di grande conforto e sollievo le passeggiate nei boschi di Serra dove si può ascoltare il vento fra gli alberi e le piante, il canto degli uccelli, lo scorrere dei ruscelli o del fiume; dove si è immersi in un bagno neurotonico naturale cromatico e aromaterapeutico di resine, muschio, erba, terra, funghi, ecc.. Dove la maestosità degli abeti fa sentire un’energia particolare come essere abbracciati e protetti da forze superiori a noi nel cuore della Natura. Non serve parlare o dire parole azzeccate, piuttosto è importante saper ascoltare l’altro, il suo cuore, le proprie emozioni che affiorano davanti a quelle dell’altro e accoglierle, comunicarle se si sente che in questo vi è un’ utilità per l’altro.

Sappiamo da sempre, soprattutto nella nostra cultura calabrese, che curare la sofferenza di questo lacerante dolore è un carico che naturalmente viene assunto dalla comunità e dal campo sociale più ampio, offrendo una certa diluizione temporale al processo di presa d’atto della morte della persona amata. Nel caso della tragedia che ha colpito i tre ragazzi di Soriano nell’incidente stradale dello scorso 23 giugno, tutta la comunità ha dimostrato di essere stata colpita ed ha espresso il suo abbraccio, la sua vicinanza con gesti concreti e simbolici, uno fra tutti i più toccanti, significativi e profondi, stendere lenzuola bianche sui balconi in segno del dolore di tutti per una morte che ha spezzato precocemente l’alba di tre vite. Tutti i riti funebri hanno una durata e offrono ai superstiti un tempo che può consentire di fronteggiare il trauma della perdita senza essere sopraffatti dal dolore allontanandosi o auto-segregandosi, ma condividendo, narrando e piangendo i tragici eventi. Gli amici dei tre ragazzi per un ultimo saluto scrivono su un grande manifesto: “Ora siete sole, vento, aria, vestiti di parole, danzate tra lacrime di pioggia e volerete più in alto dove finisce il cielo e vi vedremo riflessi in un arcobaleno. Ciao ragazzi“. L’intensa partecipazione rituale collettiva alle commemorazioni, rassicurando soprattutto i genitori superstiti che non saranno lasciati soli e che saranno di nuovo presi dentro l’inarrestabile flusso della vita, permette di combattere l’insidia più perniciosa del lutto, che è la perdita di senso. I riti ci rassicurano che il senso della vita sta proprio nel ricordo che la persona amata ha lasciato in noi e quindi nel ricordo che noi lasceremo quando moriremo, cioè nell’eredità affettiva che abbiamo ricevuto e che lasceremo. Infatti, durante il processo del lutto, la persona deve venire a patti e anche accettare la propria mortalità. Questo significa mobilitare le risorse per:

  1. affrontare il futuro entro una nuova prospettiva, in cui non c’è più spazio per la persona che è morta, così che egli divenga un compagno/a di strada interiore, da integrare nella propria esistenza; comprendere il messaggio della persona defunta restando vicino in ciò che contava per lei, può essere una via verso la vita e verso una nuova intimità, per costruire una relazione profonda;
  2. trovare una posizione equilibrata fra la paura della propria morte e quella della sua imprevedibilità perché possiamo solo vivere pienamente e completamente, cercando di cogliere la bellezza intorno a noi e di dare qualità ai nostri giorni;
  3. continuare a considerare il futuro come obiettivo progettuale, malgrado tale imprevedibilità.

Il lutto però può divenire patologico in molti modi: con la fissazione in una condizione di dolore perenne e/o di depressione o, al contrario, con il rifiuto del dolore e della sofferenza (la negazione). Ma anche con la somatizzazione, le preoccupazioni eccessive per la propria salute, l’adozione di comportamenti pericolosi e a rischio (modalità tipica degli adolescenti), con il ricorso all’alcool e/o alle sostanze stupefacenti, con la museizzazione, cioè il non toccare, spostare o modificare nulla di ambienti e oggetti appartenuti al defunto. Questi comportamenti sintomatici testimoniano l’estrema difficoltà della persona a integrare nella propria storia, superandola, una perdita che viene percepita come distruttiva anche della propria identità. Si parla quindi di lutto traumatico, persistente e complicato. Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 2013) definisce il disturbo da lutto persistente e complicato come la condizione di chi ha perso una persona cara e presenta determinati sintomi per un periodo di almeno un anno in maniera persistente e dilagante. Solitamente i sintomi fanno la loro comparsa entro un mese dalla perdita di una persona cara, ma anche successivamente. Ciò che è fondamentale è la durata prolungata per un periodo di tempo di almeno un anno di almeno 6 dei seguenti sintomi:

  • Difficoltà ad accettare la morte
  • Difficoltà ad abbandonarsi ai ricordi positivi della persona che non c’è più
  • Amarezza o rabbia in relazione alla perdita
  • Sentimenti di incredulità o torpore emotivo rispetto alla perdita
  • Evitamento di ricordi legati alla morte
  • Desiderio di morte come ricongiungimento
  • Valutazione negativa di sé, senso di colpa
  • Sensazione di vita vuota e priva di senso
  • Ridotta fiducia verso gli altri
  • Confusione circa il proprio ruolo nella vita senza la persona cara
  • Difficoltà a perseguire i propri interessi o le relazioni sociali

Per curare o prevenire questo disturbo, si può chiedere supporto allo psicologo ed essere accompagnati nell’elaborazione interiore del lutto, a livello personale, di coppia e familiare.

Adeguatamente accompagnati, quanti vivono il lutto potranno attraversare le varie fasi dello sgomento, dello shock, dei sensi di colpa, della negazione, della rabbia, della ribellione, della disperazione, della tristezza e depressione, della solitudine. Scopriranno in sé nuove potenzialità, che fino a quel momento non avevano affatto percepito, trovando infine percorsi spirituali per accettare la perdita della persona cara e gettare le basi per ricostruire il proprio futuro.

Chi fosse interessato a sottopormi dubbi o domande sui temi di questo articolo può scrivermi all’indirizzo: psicoterapiamgl@gmail.com

Per richiedere un colloquio telefonare al 3939344026

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L’ equilibrio “dare-ricevere” è una dinamica essenziale per approfondire le relazioni umane

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Dare e Ricevere, secondo gli Ordini dell’Amore, esige l’equilibrio come componente essenziale.

La percezione dell’equilibrio tra Dare e Ricevere non si forma attraverso valutazioni quantitative ma piuttosto è basato sul grado di soddisfazione rispetto a ciò che ci si scambia e che può essere anche di natura molto diversa. La dinamica Dare-Ricevere esiste prima di tutto fra genitori e figli, ed essa è rappresentata dal fatto che i genitori sempre danno ed i figli sempre ricevono. Questo è qui l’equilibrio. Qualora così non fosse per i figli che pensano di dover ricambiare i loro genitori, la coscienza percepirà un enorme disagio trasmettendo forte dolore nella vita di quei figli.

Un altro tipo di equilibrio tra Dare e Ricevere intensifica enormemente il legame di coppia.

L’equilibrio Dare-Ricevere è anche importante nei rapporti sociali come ad esempio fra soci in affari, oppure nelle relazioni politiche dove lo scambio di favori è la regola del gioco, ma questo equilibrio fra Dare-Ricevere è importante in ogni organizzazione sociale.

La coscienza vigila sull’equilibrio e quando si apre un debito dopo aver ricevuto da qualcuno, subito agisce sostenuta dalla spinta del senso di colpa. Così come all’accendersi di un credito per aver dato,il senso d’innocenza sosterrà nella coscienza un sentimento d’atteso contraccambio.

Spesso gli “innocenti”  pretendono di essere ricambiati e questa è una posizione di forza nelle relazioni la quale genera sofferenza nel sistema. “Dopo tutto quello che ho fatto per te …”

La dinamica Dare-Ricevere produce un tipo di coscienza che si forma crescendo e nella vita di relazione. Infatti, alla nascita il figlio conosce solo il Ricevere perché la prima relazione è con l’eterno Dare del genitore. Solo nell’età matura, con l’istaurarsi di nuove relazioni, si sperimenta l’equilibrio fra Dare-Ricevere.

Quindi possiamo dire che Dare e Ricevere nella loro armonia, sono alla base della nostra esistenza, il costante equilibrio nel voler dare e nel dover ricevere  genera il raggiungimento di un bilanciamento: ciò accade qualora chi riceve può dare a sua volta e chi dà riesce a ricevere. Può apparire un meccanismo automatico, ma implica alcuni interessanti livelli percepiti dalla  coscienza.

PRIMO LIVELLO: resta difficile ricevere dagli altri, perché ricevere corrisponde a sentirsi in obbligo di debito; si perde  la propria innocenza, si è obbligati verso il donatore e la libertà da questo vincolo si esprime in noi come dovere nel restituire. E’ più semplice non ricevere niente, in modo da non dover dare niente.

Secondo B. Hellinger  il tentativo di mantenere la propria innocenza ci porta però a non immergerci nella vita, mentre la vita richiede impegno e soprattutto partecipazione: chi rimane fuori dal gioco si esclude. Chi attua questa scelta potrebbe sentirsi migliore degli altri, più puro o superiore, ma nello stesso tempo sarà profondamente vuoto ed insoddisfatto.

Chi vuole essere innocente spesso diventa depresso, rifiuta in primo luogo il padre e la madre, essendo i primi che donano e in più non chiedono in cambio la vita che hanno dato, poi il rifiuto si estende anche agli altri rapporti. L’innocente si giustificherà dicendo che quello che gli viene offerto non è abbastanza, che chi gli sta donando è una persona pessima, che ha commesso degli errori imperdonabili, ecc.

Insomma ogni giustificazione per non prendere è buona, ma il risultato è evidente: non prendere per non voler dare porta a un congelamento ed a un vuoto considerevole.  Il freddo di questa immobilità potrebbe essere tranquillamente sciolto se si accettassero i propri  genitori così come sono,  prendendo tutto quello che ci possono offrire, cioè energia e felicità. Se io prendo dai miei genitori, posso prendere tutto quello che la Vita e il Mondo mi offrono, posso dare e ricevere in abbondanza, posso amare ed essere amato, posso sentirmi “al caldo”. Questo le costellazioni familiari ce lo mostrano chiaramente.

SECONDO LIVELLO:  Bert Hellinger chiama questa condizione “Sindrome del benefattore”, ed è la situazione di chi vuole dare più di quello che ha ricevuto. Questo possono farlo solo due categorie di persone: i genitori verso i figli e tutti coloro che, per la loro posizione sociale debbono prendersi cura di altri (insegnanti, tutori, infermieri, assistenti, medici, ecc). Chi, non trovandosi in queste due categorie, adotta il modo di pensare: “Va meglio quando sei tu a sentirti in obbligo, rispetto a sentirmi io in debito”,  induce un forte squilibrio nelle relazioni. In questi casi il  “benefattore” sarà spesso evitato e potrà sentirsi  solo, considerando gli altri come degli ingrati.

TERZO  LIVELLO:  L’equilibrio e l’armonia risiedono nello scambio, nel dare e nel ricevere reciprocamente , nel bilanciare le forze e la reciproca soddisfazione. Bert Hellinger suggerisce che lo scambio ci dona “una felicità non regalata, ma costruita”. Dopo uno scambio reciproco ci si sente apposto, liberi e felice di aver costruito nella pace.

QUARTO Livello: Infine quando non possiamo ricambiare abbiamo quella enorme possibilità di compensazione rappresentata dal ringraziare. In molte circostanze dire GRAZIE è l’unica possibilità di chi riceve per compensare. Persone in gravi situazioni di disagio come malattie, handicap, eventi inaspettati ed insormontabili, in condizioni di estremo bisogno hanno la possibilità di riconoscere chi loro da col cuore e ringraziare.

La parola Grazie fa scattare in noi profondi e straordinari meccanismi emozionali, i quali ci uniscono ad un livello superiore.

Infine, quando ci troviamo a prendere qualcosa che non possiamo restituire in alcun modo, malgrado le nostre buone intenzioni, o la nostra volontà, quasi sicuramente sarà la vita con i suoi imprevisti ed eventi a generare qualcosa che costituirà in forma materiale quel “GRAZIE”. Ed è il caso, per esempio, dei figli quando a loro volta diventeranno genitori!

IL MIO DESIDERIO E’ IN CIO’ CHE AMO. PAROLA DI PSICOTERAPEUTA

 Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

Il ponte di Eraclito, René Magritte, 1935

“E’ nel momento in cui la parola del soggetto è più piena che io, analista, posso intervenire. Ma intervenire su cosa? Sul suo discorso. Ora, quanto più il discorso è intimo al soggetto, tanto più io faccio perno su questo discorso”.

Queste le parole che si leggono ne Il Seminario, il primo della serie che Jacques Lacan dedica all’ opera di Freud. Come si potrà notare dal titolo stesso, Gli scritti tecnici di Freud, Lacan prende spunto da alcuni articoli di Freud, riuniti all’epoca in Francia in una raccolta, che mettono l’accento sull’applicazione clinica della teoria freudiana. Per questo i temi trattati riguardano sostanzialmente la conduzione della cura, e quindi interessano chiunque si domandi da che posizione uno psicoanalista ed uno psicoterapeuta, aggiungo io, possa ascoltare e possa interloquire con colui che si rivolge a lui, il paziente. Perchè sappiamo che ogni sintomo è una forma di comunicazione. Una comunicazione con un professionista che si muove in un setting con regole ben precise. Una di queste regole è che il terapeuta sia pagato per ascoltare il paziente. Non trascuriamo che egli è pagato per creare un dialogo significativo con il paziente.

Significativo sia nel senso che quel che viene detto ha un significato vero e non solo estetico, sia nel senso che la relazione che si crea diventa significativa per entrambi anche se da prospettive diverse.

Transfert e controtransfert sono eventi che sono a carico e sotto la responsabilità del terapeuta che anche per questo viene giustamente pagato.

Ma se quel che viene detto al paziente non fosse vero per il terapeuta, cioè non attiene alla sua scala di valori, allora secondo me, non abbiamo a che fare con un terapeuta-curante bensì con un terapeuta che si prostituisce e recita il suo ruolo ed esercita una tecnica perchè egli  “è pagato per questo”.

Dunque, cosa desidera il terapeuta se non la “guarigione” nel senso di una vita sana e sufficientemente equilibrata, integra, per il suo paziente?

Ci si aspetta perciò che egli si metta in gioco seriamente con i propri veri sentimenti e valori e consenta al paziente d’immergersi come in un “bagno termale”.

Uno degli assunti teorici che Aldo Carotenuto metteva al primo posto nella sua pratica analitica era che non esistono assunti teorici e che le molteplicità di tecniche che da essi derivano dipendono unicamente dal tipo di personalità dell’analista, teorie e tecniche servono per dare sicurezza al terapeuta stesso che ha bisogno di un punto di riferimento, ma nella pratica clinica, nella relazione col paziente, non hanno nessun valore terapeutico. Ogni analista ha la sua tecnica che a sua volta varia a seconda del paziente con cui lavora, quello che invece è veramente importante, ma che non sempre avviene, è il fatto che dovrebbe mettere se stesso in gioco secondo il detto alchemico Ars requirit totum nomine: L’arte richiede un uomo intero!

Lo psicoterapeuta, ritiene ancora Carotenuto, ha i pazienti che si merita. Il che andrebbe ulteriormente considerato dal punto di vista della sincronicità. E allora accade che, con uno psicoterapeuta prossimo a vivere le proprie ossessioni, fobie, depressioni, siano pronti a entrare in analisi pazienti ossessivi, fobici, depressi. Un monito, questo della sincronicità, per lo psicoterapeuta. Se non attraversa i propri fantasmi sino alla fine, come può pensare che il paziente attraversi i propri? Carotenuto la chiama la psicopatologia dell’analista. Certo, appunto di questo si tratta. La mia psicopatologia alimenta la sincronicità. Mi prepara, per così dire, all’incontro. Il setting è un potente attivatore di sincronicità.

Il terapeuta può anche essere paragonato ad un istruttore di nuoto e non può nè simulare, nè barare, nè restare sul trampolino o a bordo vasca. Egli entra con il paziente nel processo terapeutico e rivela tutto ciò che è necessario al paziente per permettergli di stare prima “a galla” e poi “nuotare”, nel senso di saper condurre tutta la sua vita e tutto ciò che gli accade: comprendere i suoi bisogni, i suoi desideri e ciò che ama. Rivela quel che è necessario per farlo pacificare con se stesso; fargli avvistare e conseguire la sua felicità, cioè, quello stato interiore fatto di serenità, soddisfazione, attesa, pienezza, ma sopratutto accettazione di quel che la vita gli passa momento per momento.

Comprendere tutto questo però è possibile a patto di dirsi-dire  la verità o ciò che crediamo vero onestamente, altrimenti cadiamo in una forma di prostituzione, simulazione, che oggi si può realizzare anche on line con il computer ma anche cercando (con ottimi risultati)  su Google!!

Il terapeuta si prende dunque l’onere anche emotivo della relazione con il paziente e, poichè queste emozioni sono sia positive che negative, egli percepisce un onorario professionale che sta lì simbolicamente a ricordargli che lui ha la responsabilità della fine e del fine della psicoterapia. Perciò, se sarà necessario, userà quell’onorario anche per una sua supervisione.

Se il terapeuta ama questo lavoro, deve imparare e sapere come distinguere fra vita e terapia. Per il bene del paziente, dovrà saperlo portare fuori dal suo studio per tempi via via più lunghi e poi definitivamente aspettarsi di non vederlo più perchè, l’equilibrio raggiunto, sta ora in dinamica con la sua vita che finalmente è nelle sue stessi mani, come deve essere.

Per riuscire in tutto questo, la parola del terapeuta deve essere un linguaggio trasparente, chiaro, che dica ciò che vuol dire. Quando il suo dire comprenderà concetti complessi, usi pure le metafore, la mitologia, altri racconti simbolici, prescrizioni, ingiunzioni paradossali o provocazioni strategiche! Questo insegnerà al paziente un altro livello della comunicazione umana, senza dover dire che il paziente si ferma sul piano letterale della comunicazione; oppure, smentirà la credenza pseudo-scientifica secondo cui gli uomini e donne parlano e non s’intendono perchè gli uomini sono diretti e le donne esprimono il contrario di quel che pensano!

La parola dello psicoterapeuta ha il potere d’illuminare il contesto terapeutico o viceversa trasformarlo in una Torre di Babele.

« La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni » (P.W.)

BIBLIOGRAFIA

  • Giorgio Antonelli, Cosa è uno psicoterapeuta, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • Giorgio Mosconi, Rispecchiandosi, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006
  • J. Lacan, Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, p 62
  • J.-A. Miller, L’esperienza del reale nella cura psicoanalitica, in: La Psicoanalisi n. 30-31, p. 179
  • Loriedo, C., Nardone, G., Watzlawick, P., Zeig, J.K., Strategie e stratagemmi della psicoterapia, Franco Angeli, 2002
  • Nardone, G., Watzlawick, P.,  L’arte del cambiamento, Ponte alle Grazie, 1990
  • Nardone, G., Loriedo C., Zeig J., Watzlawick P., Ipnosi e terapie ipnotiche, Ponte alle Grazie, 2006
    Watzlawick, P., Guardarsi dentro rende ciechi, Ponte alle Grazie,  2007
  • Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D., Pragmatica della comunicazione umana,  Astrolabio, 1967
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H., Fisch, R.,  Change. La formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, 1974
  • Watzlawick, P., La realtà della realtà. Roma, Astrolabio, 1976
  • Watzlawick, P.,  Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, Feltrinelli, 1977
  • Watzlawick, P., Weakland, J.H.,  La prospettiva relazionale, Astrolabio, 1978
  • Watzlawick, P.  Il codino del barone di Munchhausen. Ovvero: psicoterapia e realtà. Saggi e relazioni, Feltrinelli, 1991
  • Watzlawick, P., Nardone, G. (a cura di), Terapia breve strategica, Raffaello Cortina, 1997

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