Improvvisamente quest’ estate …

Dipinto: Watches di Salvador Dalì

di MGL

La “mamma che perde un figlio/a” (così come il padre che perde un figlio/a) è un concetto tabù nella nostra cultura tanto da non trovare rappresentazione in una unità lessicale specifica. Questa smagliatura della struttura linguistica sottintende la necessità di esprimersi per perifrasi suggerendo che soltanto il lento accompagnamento (perifrastico) possa lenire un dolore così estremo, enorme. La moglie/marito che perde il marito/moglie è vedova/o, il bambino/a che perde i genitori è orfano/a, la mamma e un papà che perdono un figlio sono…? E qual è la condizione emotiva di chi è in lutto per la scomparsa di una persona cara? Shock, sofferenza acutissima, smarrimento, rabbia, disperazione, alienazione, perdita di senso. Ma la morte improvvisa e violenta di un figlio è anche innaturale e sovverte ogni ordine e le attese di una famiglia che all’improvviso si sente senza passato e senza futuro, sospesa, bloccata davanti ad un momento infinito. Nessun genitore si aspetta di sopravvivere ai propri figli e si sente in colpa di essere vivo. Quando un figlio muore, per i genitori è una prova durissima che scuote le fondamenta dell’intera esistenza di un uomo e di una donna. Questo lutto investe la coppia in maniera diversa, investe la questione dell’identità, del senso della vita e anche del senso di giustizia. Tutto diventa inutile, insignificante…i genitori non saranno mai più come prima di questo tragico evento. Essi si chiedono: a che è servito averlo seguito, incoraggiato, indirizzato verso una vita piena e consapevole? A che è servito che si sia impegnato a completare gli studi o trovare un lavoro, o prendersi un impegno sociale, avviare una carriera e sviluppare relazioni adulte? Che scopo ha ora la vita per chi resta? E da un altro punto di vista, quali equilibri infrange una morte in famiglia? A cosa ci si può aggrappare quando ci si sente in caduta libera? A volte nei rapporti riaffiorano gli attriti, si ampliano le distanze, si perde man mano il senso dell’unità e si può assistere attoniti al dolore degli altri e all’istantanea disgregazione del nucleo familiare. In effetti, ognuno sta cercando di dare la sua risposta davanti ad emozioni così potenti mettendo in evidenza questioni irrisolte che cercano un superamento. Dunque, non si tratta solo del dolore per il distacco ma di argomenti importanti legati al rapporto con il figlio, al rapporto con gli altri. Il lutto è amore che continua, al di là della morte. Anche se comporta lo scioglimento dei legami psicologici e di quelli dovuti alla presenza fisica che hanno tenuto insieme le persone care in vita, è importante sapere che l’elaborazione del dolore non comporta la perdita del legame d’attaccamento con chi non c’è più. Forse, con una certa prospettiva, questo legame ci stimola anche a curarci dei legami affettivi che ancora abbiamo qui con noi.

Il lutto non è una malattia. Molte persone si sentono dire “devi reagire” e che una sana elaborazione del lutto si accompagni necessariamente a lasciare il passato alle spalle e ad andare avanti nella vita. Invece, è legittimo pensare che questa affermazione possa frenare proprio il processo di elaborazione per il timore di una rottura di connessioni con la persona amata, che sarebbe vissuta come una dimenticanza o peggio ancora come una sorta di negazione dell’importanza che il defunto può aver avuto nella vita di chi resta. La salute sta invece nel riuscire a trovare un modo personale di mantenere un legame d’attaccamento con la persona amata riconoscendo al tempo stesso che la persona fisicamente non tornerà più. Il processo del lutto evidenzia quanto per la nostra mente i legami affettivi significativi rappresentino un qualcosa di indissolubile che ci sostiene perfino mentre cerchiamo di sviluppare lentamente un legame diverso con la persona che abbiamo perso, un legame interiore, ridefinendo se stessi e cambiando l’immagine di sé e della propria vita per adattarsi a questa nuova realtà, incanalando le risorse emozionali verso nuovi e soddisfacenti investimenti (persone, oggetti, ruoli).

Molte persone si possono sentire particolarmente a disagio nell’avvicinarsi ai genitori colpiti da un lutto così grave perché “non ci sono parole” per poter esprimere la vicinanza, i sentimenti di solidarietà, la comprensione, la consolazione ed empatia. Tutto questo insieme sarebbe ed è ideale, niente di più che una viva speranza.  Le persone in lutto sperimentano costantemente un’oscillazione tra due opposte polarità: una tesa a vivere il dolore legato alla perdita, l’altra ad allontanarsi dal dolore per poter fronteggiare le incombenze legate alle necessità del vivere. È un’oscillazione che può verificarsi anche più volte al giorno. Ovviamente, nel primo periodo sarà prevalente la polarità orientata al lavoro sulla perdita, ma, man mano che passa il tempo, prenderà il sopravvento l’altra polarità, quella orientata alla ricerca di un equilibrio accettabile. Soltanto quando questo processo sarà compiuto, la persona in lutto avrà riconquistato una dimensione progettuale e sarà di nuovo inserita pienamente nel flusso della propria vita. E non è una questione del tempo che questo processo richiede. Possono volerci mesi oppure anni. Quindi è la presenza quella che conta di più, sono i gesti che comunicano il sostegno e la partecipazione: portare un pranzo, pensare ai bisogni dei figli più piccoli, passare un po’ di tempo insieme, aiutare a riprendere i ritmi quotidiani nell’intimità della casa e, poco a poco, riprendere le altre attività. Insieme a tutto questo, personalmente ho trovato di grande conforto e sollievo le passeggiate nei boschi di Serra dove si può ascoltare il vento fra gli alberi e le piante, il canto degli uccelli, lo scorrere dei ruscelli o del fiume; dove si è immersi in un bagno neurotonico naturale cromatico e aromaterapeutico di resine, muschio, erba, terra, funghi, ecc.. Dove la maestosità degli abeti fa sentire un’energia particolare come essere abbracciati e protetti da forze superiori a noi nel cuore della Natura. Non serve parlare o dire parole azzeccate, piuttosto è importante saper ascoltare l’altro, il suo cuore, le proprie emozioni che affiorano davanti a quelle dell’altro e accoglierle, comunicarle se si sente che in questo vi è un’ utilità per l’altro.

Sappiamo da sempre, soprattutto nella nostra cultura calabrese, che curare la sofferenza di questo lacerante dolore è un carico che naturalmente viene assunto dalla comunità e dal campo sociale più ampio, offrendo una certa diluizione temporale al processo di presa d’atto della morte della persona amata. Nel caso della tragedia che ha colpito i tre ragazzi di Soriano nell’incidente stradale dello scorso 23 giugno, tutta la comunità ha dimostrato di essere stata colpita ed ha espresso il suo abbraccio, la sua vicinanza con gesti concreti e simbolici, uno fra tutti i più toccanti, significativi e profondi, stendere lenzuola bianche sui balconi in segno del dolore di tutti per una morte che ha spezzato precocemente l’alba di tre vite. Tutti i riti funebri hanno una durata e offrono ai superstiti un tempo che può consentire di fronteggiare il trauma della perdita senza essere sopraffatti dal dolore allontanandosi o auto-segregandosi, ma condividendo, narrando e piangendo i tragici eventi. Gli amici dei tre ragazzi per un ultimo saluto scrivono su un grande manifesto: “Ora siete sole, vento, aria, vestiti di parole, danzate tra lacrime di pioggia e volerete più in alto dove finisce il cielo e vi vedremo riflessi in un arcobaleno. Ciao ragazzi“. L’intensa partecipazione rituale collettiva alle commemorazioni, rassicurando soprattutto i genitori superstiti che non saranno lasciati soli e che saranno di nuovo presi dentro l’inarrestabile flusso della vita, permette di combattere l’insidia più perniciosa del lutto, che è la perdita di senso. I riti ci rassicurano che il senso della vita sta proprio nel ricordo che la persona amata ha lasciato in noi e quindi nel ricordo che noi lasceremo quando moriremo, cioè nell’eredità affettiva che abbiamo ricevuto e che lasceremo. Infatti, durante il processo del lutto, la persona deve venire a patti e anche accettare la propria mortalità. Questo significa mobilitare le risorse per:

  1. affrontare il futuro entro una nuova prospettiva, in cui non c’è più spazio per la persona che è morta, così che egli divenga un compagno/a di strada interiore, da integrare nella propria esistenza; comprendere il messaggio della persona defunta restando vicino in ciò che contava per lei, può essere una via verso la vita e verso una nuova intimità, per costruire una relazione profonda;
  2. trovare una posizione equilibrata fra la paura della propria morte e quella della sua imprevedibilità perché possiamo solo vivere pienamente e completamente, cercando di cogliere la bellezza intorno a noi e di dare qualità ai nostri giorni;
  3. continuare a considerare il futuro come obiettivo progettuale, malgrado tale imprevedibilità.

Il lutto però può divenire patologico in molti modi: con la fissazione in una condizione di dolore perenne e/o di depressione o, al contrario, con il rifiuto del dolore e della sofferenza (la negazione). Ma anche con la somatizzazione, le preoccupazioni eccessive per la propria salute, l’adozione di comportamenti pericolosi e a rischio (modalità tipica degli adolescenti), con il ricorso all’alcool e/o alle sostanze stupefacenti, con la museizzazione, cioè il non toccare, spostare o modificare nulla di ambienti e oggetti appartenuti al defunto. Questi comportamenti sintomatici testimoniano l’estrema difficoltà della persona a integrare nella propria storia, superandola, una perdita che viene percepita come distruttiva anche della propria identità. Si parla quindi di lutto traumatico, persistente e complicato. Il DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 2013) definisce il disturbo da lutto persistente e complicato come la condizione di chi ha perso una persona cara e presenta determinati sintomi per un periodo di almeno un anno in maniera persistente e dilagante. Solitamente i sintomi fanno la loro comparsa entro un mese dalla perdita di una persona cara, ma anche successivamente. Ciò che è fondamentale è la durata prolungata per un periodo di tempo di almeno un anno di almeno 6 dei seguenti sintomi:

  • Difficoltà ad accettare la morte
  • Difficoltà ad abbandonarsi ai ricordi positivi della persona che non c’è più
  • Amarezza o rabbia in relazione alla perdita
  • Sentimenti di incredulità o torpore emotivo rispetto alla perdita
  • Evitamento di ricordi legati alla morte
  • Desiderio di morte come ricongiungimento
  • Valutazione negativa di sé, senso di colpa
  • Sensazione di vita vuota e priva di senso
  • Ridotta fiducia verso gli altri
  • Confusione circa il proprio ruolo nella vita senza la persona cara
  • Difficoltà a perseguire i propri interessi o le relazioni sociali

Per curare o prevenire questo disturbo, si può chiedere supporto allo psicologo ed essere accompagnati nell’elaborazione interiore del lutto, a livello personale, di coppia e familiare.

Adeguatamente accompagnati, quanti vivono il lutto potranno attraversare le varie fasi dello sgomento, dello shock, dei sensi di colpa, della negazione, della rabbia, della ribellione, della disperazione, della tristezza e depressione, della solitudine. Scopriranno in sé nuove potenzialità, che fino a quel momento non avevano affatto percepito, trovando infine percorsi spirituali per accettare la perdita della persona cara e gettare le basi per ricostruire il proprio futuro.

Chi fosse interessato a sottopormi dubbi o domande sui temi di questo articolo può scrivermi all’indirizzo: psicoterapiamgl@gmail.com

Per richiedere un colloquio telefonare al 3939344026

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La pratica del “mandala” per centrare, guarire, crescere

Disegno di un mandala di Carl Gustav Jung

Disegno di un mandala di Carl Gustav Jung

Nel Saggio d’interpretazione psicologica del dogma della Trinità (1942/1948) e in Risposta a Giobbe(1952), Jung affronta in termini cristiani il problema del rapporto fra polo positivo e negativo, ombra e luce, bene e male: il dualismo ed il superamento del dualismo. Dice in sostanza Jung: la premessa logica per ogni giudizio di totalità è il quaternario; perché un tale giudizio sia pronunciabile, esso deve avere un quadruplice aspetto.
Per designare l’orizzonte, quattro punti cardinali; in natura, quattro elementi; quattro colori; quattro qualità primitive; quattro caste in India; quattro vie di sviluppo spirituale nel buddhismo; quattro aspetti significativi dell’orientamento psichico, ecc.
La completezza è il cerchio, il mandala, e la sua minima divisione naturale è la quaternità.
Tale quaternità ha spesso una struttura 3+1, essendo uno dei termini in una posizione d’eccezione o di natura diversa dagli altri (ad esempio i quattro evangelisti sono rappresentati da tre animali e da un angelo). Quando il quarto termine si aggiunge agli altri tre, si genera l’‘Uno’, la totalità.
Nella psicologia analitica il “quarto” è la funzione rimossa, inconscia, l’Ombra, la cui integrazione alla coscienza è uno dei compiti del processo d’individuazione.
Nella teologia cristiana – sostiene Jung – “la triade non è uno schema di ordinamento naturale, ma artificiale…sarebbe omesso un quarto necessario…Questo dov’è dunque rimasto ? Alla domanda risponde la concezione cristiana che il male sia una privatio boni. Questa formula classica priva il male dell’esistenza assoluta e ne fa un’ombra, che ha soltanto un’esistenza relativa dipendente dalla luce. Invece il bene si attribuisce positività e sostanza ”.
Non si può invece parlare di ‘bene’ senza ‘male’, né di ‘chiaro’ senza ‘scuro’ o di ‘sopra’ senza ‘sotto’: la sostanza dell’uno è la sostanza dell’altro come la negazione dell’uno è negazione dell’altro. Infatti un’altra affermazione cristiana attribuisce al male personalità e sostanza: è il diavolo o Lucifero, creato ma autonomo ed eterno.
“Il Mandala rappresenta uno schema ordinatore che in certa misura si sovraimpone al caos psichico, così che l’insieme che si sta componendo viene tenuto insieme per mezzo del cerchio che aiuta e protegge …”
Il Mandala è l’archetipo dell’ordine interiore ed esprime il fatto che esiste un centro ordinatore e una periferia che cerca di abbracciare il tutto. E’ il simbolo della totalità.
Perciò, durante una terapia, quando nella psiche del paziente c’è grande disordine e caos, questo simbolo può apparire sotto forma di Mandala in un sogno, o nelle fantasie o nei disegni liberi che fa il paziente. Il Mandala compare spontaneamente come archetipo compensatorio, portando ordine, mostrando la possibilità dell’ordine.

Secondo Jung, durante i periodi di tensione psichica, figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore.

Il simbolo del mandala, quindi, non è solo un’affascinante forma espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione sull’autore del disegno perché in questo simbolo si nasconde un effetto magico molto antico: l’immagine ha lo scopo di tracciare un magico solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno.

Nelle filosofie orientali il “mandala” viene utilizzato come mezzo per la meditazione e tramite la sua costruzione o inserimento, l’uomo libera lo spirito, purifica l’anima, entra in comunione con tutte le forze positive presenti nel cosmo.

Oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico.

Come afferma Marie-Louise Von Franz (allieva di Jung), il secondo aspetto è ancora più importante del primo ma non lo contraddice poiché, nella maggior parte dei casi, ciò che vale a restaurare il vecchio ordine, comporta simultaneamente qualche nuovo elemento creativo.

Nel mandala personale il centro è l’uomo stesso che si deve purificare, trasformando le forze negative che porta dentro. Nel mandala vengono espulse tutte le energie negative attraverso la meditazione, la presa di coscienza e la conoscenza del proprio Sé che avviene durante il processo di costruzione del mandala stesso. Mentre costruisce il mandala, dall’esterno verso l’interno, l’uomo si concentra, si individualizza, esegue quella ricerca interiore indispensabile perché si verifichi la catarsi, la purificazione.

Cambiamento radicale che lo porterà alla trasformazione totale, tanto da considerare il vissuto quale trapasso da uno stato antico e inadatto ad uno nuovo e attuale. Una morte simbolica seguita da una nascita ad un livello superiore.

La pratica del mandala persegue tre scopi: centrare, guarire, crescere. Centrare significa cogliere l’essenziale, valutare lo scopo prioritario dei valori della vita. Per guarire, si intende l’espellere i turbamenti, le forze perturbatrici, la malattia. Per crescere si intende il proiettarsi verso una nuova dimensione, verso la meta della catarsi.

Il paziente deve disegnare e colorare, secondo la sua immaginazione, una figura circolare. L’unica informazione che deve essere data al paziente è che lo spazio interno del cerchio rappresenta il suo “Io” e che deve essere colorato partendo dal centro.

“Preferisco sforzarmi di comprendere l’uomo nella prospettiva della sua salute . . .” (C. G. Jung)

 

 

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