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#VoltaPagina: al prossimo capitolo ci sono proprio tutti i tuoi desideri ;-)

“Follia è fare sempre la stessa cosa attendendosi risultati diversi” (Albert Einstein)

Come puoi ottenere risultati migliori se fai sempre le stesse cose? Cioè, se ti comporti sempre allo stesso modo, per esempio ripetendo le tue reazioni, le tue abitudini, oppure rimanendo legato/a a convinzioni infondate? Per esempio, se ti schermi dietro il tuo carattere e quello degli altri? Per esempio, se trovi alibi e scuse che ti bloccano o boicottano il tuo cammino?

Il cambiamento, il desiderio e la realizzazione di progetti, coinvolgono funzioni psicologiche, problemi e reazioni emotive che seguono andamenti significativi che lo psicologo può facilitare

#VoltaPagina, cambia qualcosa, apri il dialogo, individua i tuoi schemi, le tue convinzioni, incomincia a definire un tuo punto di forza.

Non devi fare tutto da solo! In questo percorso, lo psicologo è un alleato dei tuoi desideri e dei tuoi progetti.

#VoltaPagina, ri-scopri  la tua creatività, riprendi il controllo della tua vita!

Date parole al vostro dolore

Uno degli studi più famosi riguardanti il suicidio è quello del sociologo Emile Durkheim: Il suicidio. Studio di sociologia – 1897

Secondo il sociologo, pur sembrando in apparenza un atto soggettivo, imputabile a infelicità personale cronica, depressione, disperazione, acuita sensibilità agli eventi negativi della vita, ecc., Durkheim mostra come ci possano essere dei fattori sociali che esercitano un’influenza determinante al riguardo, soprattutto ciò che egli chiama anomia, rottura degli equilibri della società e sconvolgimento dei suoi valori. Durkheim scarta le spiegazioni del suicidio di tipo psicologico; ammette che vi possa essere una predisposizione psicologica di certi individui al suicidio, ma secondo lui la forza ultima che determina il suicidio non è psicologica, bensì sociale. Elenca i quattro tipi di suicidio:

1) il suicidio egoistico che si verifica a causa di una mancata o carente integrazione della persona nel contesto sociale. Durkheim aveva analizzato le categorie di persone che si suicidano, e aveva notato che in presenza di legami sociali forti (appartenenza a comunità religiose, matrimonio, ecc.) il tasso di suicidio è notevolmente ridotto, se non assente. Secondo Durkheim dunque, il suicidio di tipo egoistico è causato dalla solitudine con la quale l’individuo non integrato si trova a dover affrontare i problemi quotidiani.

2) il suicidio altruistico si ha quando la persona è troppo inserita nel tessuto sociale, al punto da suicidarsi per soddisfare l’imperativo sociale (ricordiamoci che per Durkheim è la società che crea gli individui, e non viceversa) come esempio c’è la vedova indiana che accetta di esser posta sul rogo che brucerà il corpo del defunto marito (Sati), o il comandante di una nave che sta per affondare, il quale decide di non salvarsi e di morire affogando insieme alla nave (… Certo, non nel famigerato caso di Schettino, che costituisce l’eccezione).

3) il suicidio anomico, tipico delle società moderne, sembra collegare il tasso dei suicidi con il ciclo economico: il numero dei suicidi aumenta nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica.

4) il suicidio fatalista, si verifica quando la vita di una persona è eccessivamente regolamentata, quando il futuro è bloccato senza pietà e le passioni soffocate violentemente da una disciplina oppressiva. È l’opposto del suicidio anomico e appare nelle società troppo opprimenti, cosa che comporta che la gente potrebbe arrivare a preferire di morire piuttosto che continuare a vivere in questo tipo di società. Un buon esempio potrebbe essere l’interno di una prigione; alcune persone potrebbero preferire morire che vivere in una prigione con l’abuso costante e un eccesso di regolamentazione che vieta loro di perseguire i loro desideri. La corrente suicidogena come Durkheim l’ha chiamata, presuppone anche un coefficiente di preservazione, cioè delle condizioni soggettive che diminuiscono o aumentano la probabilità del suicidio. Per esempio, Durkheim ha notato che i cattolici hanno un coefficiente di preservazione maggiore rispetto ai protestanti (in pratica si suicidano di meno) e che le donne sposate hanno un coefficiente di preservazione più alto rispetto alle nubili; tuttavia, in questo caso, superata una certa età, il coefficiente di preservazione si tramuta nell’opposto, divenendo così coefficiente di aggravamento, in quanto le donne di età avanzata non sono più soddisfatte dall’avere un marito, quanto dall’avere dei figli.

Sono del parere che un gesto come il suicidio sia qualcosa di molto complesso e personale che si origina nella mente di chi lo compie molto tempo prima del suo agito o acting out. È un gesto ultimo che accade molto probabilmente quando non si vedono più vie d’uscita sia dentro di se’ che fuori di se’.

Dunque, questo gesto è concepito in una condizione di malessere psicologico e sociale ed il fattore maggiore di rischio è che la persona quasi mai confida i suoi pensieri angosciosi, le idee depressive e sulla morte.

Nessuno è vaccinato contro questo atto distruttivo e autodistruttivo proprio perché dipende dalle reazioni di ciascuno ai cambiamenti della vita: malattie gravi e invalidanti, disoccupazione, perdita di status socio-economico, lutti, sono alcuni dei fattori personali che interagiscono con la condizione sociale, familiare, portando ad uno stato di chiusura, di freddo e lucido autocontrollo la persona che pianifica il suicidio. Qualunque altra crisi (isterica, psicotica, di panico, di angoscia, ecc.) sarebbe esternata in modi eclatanti con la perdita di controllo da parte della persona. Perciò,  il suo malessere viene comunicato agli altri che possono dare aiuto. Invece, il suicidio è  subdolo perché  le dinamiche psicologiche che lo precedono sono gestite in silenzio nel corso di una vita fin troppo controllata.

Dunque, di fronte ad un atto del genere non è mai il caso di precipitarsi in congetture e conclusioni. Invece è il caso di prestare attenzione, diventare sensibili, a tutti i segni e alle condizioni che possono potenzialmente far aumentare la possibilità che sia compiuto un suicidio. Spesso riconoscere negli altri, o in se stessi, uno stato di sofferenza, di dolore, di grave disperazione o insoddisfazione, già basta per aprire un varco prima dell’alzarsi della barricata.

Sigmund Freud  sosteneva che sulla scena della psicoanalisi, prima dello psicoanalista, arriva sempre prima un poeta:  “Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi.” (William Shakespeare- Machbet)

Suggerimento bibliografico:

Luigi Cancrini, Date parole al dolore. La depressione, conoscerla per guarire, Frassinelli, 2003

Tutto va imparato non per esibirlo, ma per utilizzarlo

In libreria il 3 marzo 2015

In libreria il 3 marzo 2015

In uscita presso l’editore Franco Angeli, un libro basilare per tutti gli psicoterapeuti che si riferiscono, come me,  alla teoria sistemico-relazionale. Una lettura auspicabile per tutti coloro che sono interessati alla formazione ed alla soluzione di problemi umani, poiché le strategie sono applicabili non solo alla psicoterapia ma anche a contesti interpersonali più usuali e non clinici.

Al contrario della tradizionale concezione della psicoterapia come un viaggio al buio del quale si conosce solo il punto di partenza, l’approccio sistemico-relazionale propone percorsi psicoterapeutici con specifici obiettivi da raggiungere e specifiche strategie per ottenere tali risultati. Il libro illustra come oggi la psicoterapia possa essere un viaggio/processo in cui, per procedere alla soluzione focale delle situazioni problematiche umane nei diversi contesti/sistemi, è indispensabile da parte del terapeuta una sintesi personale tra la tecnica sistematica, l’inventiva e l’elasticità mentale. Egli infatti, pur muovendosi con coerenza strategica, deve rompere i propri schemi concettuali ed il proprio sistema percettivo-reattivo nei confronti del paziente, per cambiare le inefficaci soluzioni tentate fino ad allora e trovare nuove ed efficaci soluzioni ad un problema.

Tale approccio risulta molto efficace in termini di problematiche risolte/superate, ma anche efficiente perché capace di ottenere risultati in tempi molto ridotti (durata media dei trattamenti 11-20 sedute) rispetto agli usuali tempi della psicoterapia.

Le parole della mente: depressione

Georges SEURAT-Ingresso al porto, Honfleur, 1886

Georges SEURAT-Ingresso al porto, Honfleur, 1886

“La depressione è una paralisi dell’azione, una malattia della volontà, una volontà di malattia.

I soffi di malinconia che sentivo da bambino, passando davanti a un giardinetto recluso e abbandonato fra due palazzi di città, sono diventati la grande depressione di oggi.

La disperazione occupa; è un lavoro che riempie. E’ molto diversa dalla noia; è un sentimento che vuole il suo porto, come una passione, una fantasia. La mia è una disperazione personalistica, riguarda me, non il pianeta, non dispero del mondo, dispero di me nel mondo.

I giorni della disperazione mentre si vivono non si possono scrivere, quando si sono vissuti non si possono ricordare.

Quando amerò il mattino?

Forse il momento più difficile della giornata è il radersi. E’ l’inizio pragmatico della coscienza da cui rifuggo.

La guarigione sono le gambe che desiderano uscire dal letto, il radersi quale una piccola operazione di passaggio e non la scalata di una montagna.

Che cosa si deve fare quando arriva la disperazione? Permettersela.

Non ho tempo di annoiarmi perché sono occupato o dal soffrire o dallo star meglio: due attività che necessitano di una continua manutenzione.

Si ha orrore soprattutto della stanza da bagno dove comincia la giornata della coscienza.

Nella malattia nervosa il paziente è sempre corresponsabile della sua malattia. E’ malato e vuole esserlo.

Si può sovente raggiungere un acme depressivo nella stanza da bagno.

Il depresso è impermeabile alle migliori notizie. Certe mattine lo svegliarsi è ideologicamente inconcepibile.”

(O. Ottieri – Diari)

Chi può calcolare l’orbita della propria anima?

Io-ES-Super-Io

Occorre un significativo lavoro su se stessi per ottenere la capacità di “fluire” nel presente senza ostacolare i propri “processi interni” (mente) e/o le esperienze esterne (relazioni).

Questo lavoro è soprattutto diretto alla conoscenza della propria personalità ed all’uso maturo dei meccanismi di difesa.

I meccanismi di difesa non dovrebbero essere intesi come “patologici”, neppure se il loro impiego è disadattivo, dal momento che possono essere utilizzati in maniera troppo rigida, inflessibile e indiscriminata (per esempio, mancando un’effettiva situazione minacciosa), ma la loro funzione è sempre la stessa, quella cioè formatasi nel corso dello sviluppo infantile per affrontare la realtà. Nei casi in cui i meccanismi di difesa vengano impiegati in senso disadattivo, sono riscontrabili le più comuni forme di disturbo mentale.
Io e i meccanismi di difesaQui di seguito una classificazione delle difese sulla base della loro maggiore o minore funzione adattativa:
DIFESE MATURE
-anticipazione: ci si immagina una situazione ansiogena e si pensa ai vari modi per risolverla (es studente che pensa all’esame), inoltre immaginandosi la situazione e facendo fantasie su di essa si sperimenta già angoscia, tanto che questa sarà minore quando il soggetto si troverà nella situazione reale, poiché un po’ di angoscia è stata già vissuta nella fantasia. Questa meccanismo implica una certa consapevolezza.-umorismo: si autoironizza sui propri difetti alleggerendoli e ridendoci su
-autoaffermazione: rendendosi conto del disagio che crea una certa situazione, il soggetto ha il coraggio di comunicarlo a sè e agli altri
-autosservazione: data una situazione angosciosa il soggetto osserva e cerca di far emergere le cause di questa angoscia, non nascondendosi nulla, questa meccanismo rivela capacità introspettiva
-sublimazione: desideri e pulsioni inconsce non desiderabili vengono incanalate in maniera accettabile
-altruismo: con questa meccanismo che si manifesta con subordinazione dei propri interessi a quelli altrui, il soggetto con una certa consapevolezza cerca di svolgere per altri azioni positive che gratificano i propri specifici bisogni delusi. In pratica consolando gli atri consola se stesso
-affiliazione: caratterizzata dalla tendenza a legarsi, a cooperare con gli altri
-repressione: bandire consciamente pensieri o sentimenti inaccettabili
DIFESE OSSESSIVE
-isolamento dell’affetto: si separa l’affetto dall’ideazione, dal pensiero. Ad es una persona che subisce un evento traumatico ha la consapevolezza dell’evento ma relega nell’inconscio il dolore e l’angoscia legato a questa
-annullamento retroattivo: un azione simbolica viene agita per capovolgere o cancellare un pensiero o un azione inaccettabile portata a termine precedentemente
-intellettualizzazione: il soggetto fa discorsi molto intellettuali che sono un tentativo di nascondere i suo veri desideri e bisogni
DIFESE NEVROTICHE
-rimozione: elimina dalla coscienza desideri, pensieri e fantasie inaccettabili
-formazione reattiva: consiste nel tenere lontano un desiderio o un impulso inaccettabile adottando un tratto di carattere di tipo diametrialmente opposto.
Più precisamente questo avviene nei sentimenti quando ad es si provano sentimenti ostili vs. una persona e questi sentimenti non sono accettabili, si sostituiscono con sentimenti di segno contrario quindi gentilezza simpatia ecc… senza però esserne consapevoli.
Ci sono persone che si definiscono “persone come se” che forse a causa di un falso sè o perchè sin da bambini gli hanno inculcato la necessita di comportarsi sempre nel modo giusto e socialmente accettabile, che per farsi accettare inconsciamente sono sempre gentili educati e carini con tutti ma a questo atteggiamento sottende una forte ostilità, un forte senso di inadeguatezza e la necessita di farsi accettare.-spostamento: i sentimenti relativi a una data persona vengono reindirizzati su un’altra o su un altro oggetto, questo è tipico dei soggetto con fobia dove l’ansia è spostata da un oggetto ad un altro apparentemente innocuo quali animali ecc..
Ad esempio un conflitto con i genitori viene spostato su un entità superiore come un professore, la polizia ecc…..
L’ansia sessuale di solito è spostata su animali sporchi o legati simbolicamente alla sessualità come topi, serpenti ecc…
DIFESE NARCISISTICHE
-onnipotenza: il soggetto affronta le situazioni come se possedesse poteri o capacità speciali e fosse superiore agli altri
-idealizzazione: il soggetto tende ad elevare se stesso o gli altri a standard idealizzati o eccessivi, esagerando caratteristiche e comportamenti
-svalutazione: il soggetto tende a squalificare e denigrare se stesso o gli altri
DIFESE DI DINNIEGO
-negazione: una realtà spiacevole è negata, come se non esistesse
-proiezione: fantasie inconsce inaccettabili, desideri o sentimenti sono proiettati su un’altra persona che va a perdere la sua identità ma diventa per il soggetto espressione di un realtà distorta.
-razionalizzazione: il soggetto razionalizza tutto e cerca di dare a tutto una spiegazione per evitare di focalizzarsi sul vero motivo dei suoi comportamenti, cerca di dare una spiegazione e una giustificazione razionale e plausibile per ridurre l’ansia di un insuccesso; è una specie di “menzogna” inconscia di solito volta verso la svalorizzazione di elementi esterni
ALTRE DIFESE….
-identificazione proiettiva: si proietta qualche fantasia ostile su una altra persona (questa volta una persona significativa con la quale si ha una relazione importante e sulla quale si fa investimento libidico), e poi la si reintroietta, di solito elaborata da chi l’ha ricevuta cosi da non essere più tanto ostile e minacciosa, altrimenti chi proietta riceve di nuovo la sua proiezione come prima. L’identificazione proiettiva ha anche funzione di comunicazione.
-acting out: il soggetto agisce impulsivamente la pulsione o il desiderio inconscio
-aggressione passiva: l’aggressività non viene agita concretamente ma indirettamente, il soggetto prova ostilità verso un’altra persona ma non osa esprimere tale rabbia per cui lo fa indirettamente in vari modi: rallentando un processo; facendo qualcosa che contraddice il compito dell’altro; rendendo inutile e vano il lavoro di un altro; danneggiando se stesso quando il se stesso è l’oggetto delle cure dell’altro in questo modo svaluta e vanifica il lavoro dell’altro.
-ipocondriasi: il soggetto si lamenta continuamente dei propri disturbi fisici come l’ipocondriaco ma non cerca e rifiuta le cure. Questa fantasia sottende la fantasia di rendere impotente l’altro.
-somatizzazione: sentimenti dolorosi vengono trasferiti nel corpo
-conversione: vi è la rappresentazione simbolica di un conflitto psichico in termini fisici

 

 

I MODELLI TRAUMATICI NEL CRISTIANESIMO

Vedere ma non toccare ...

Vedere ma non toccare …

Gli esseri umani sono sistemi di autosuggestione estremamente sensibili. Continuiamo a rovistare nelle antiche ferite anche quando conosciamo già tutto di esse, generando così nuove ferite fino a che l’intera esistenza è sofferenza e l’unico sentimento è un intenso dolore. Così ci ipnotizziamo dicendo: “Nulla cambia; tutto rimane com’era”.

Nel cristianesimo si è avuta e si ha tuttora un’enorme intensificazione dei modelli traumatici a livello individuale attraverso il ricordo collettivo della morte di Gesù, specie nella chiesa occidentale. Nelle rappresentazioni artistiche la resurrezione e la trasformazione sono raramente espresse. Da 2000 anni le sue cinque ferite stanno sanguinando: un’immagine ipnotica che ha intensificato, se non addirittura creato, un modello traumatico in moltissime persone. Raramente l’arte cristiana della Chiesa occidentale lascia trasparire la fiducia nel modello della crescita; la Chiesa orientale, invece, manifesta più spesso il rapporto tra morte e trasformazione. Per esempio, nelle icone russe, il sangue sgorga dalla ferita del costato del Crocefisso e va a cadere sul cranio di Adamo, ai piedi della croce, così da includere lui, il primo uomo, e l’umanità in generale, nella nuova vita. Per il cristianesimo tradizionale ciò avviene nell’altro mondo piuttosto che su questa terra.

Tra i molti sintomi  che illustrano chiaramente il modello traumatico dell’incapacità di dimenticare e dimostrano il ritiro dell’energia vitale dal corpo troviamo: disturbi di stomaco, riduzione della sessualità, paralisi psicologica (scissione psicologica dalla metà inferiore del corpo (v. Plotino e Paolo).

La persona presente al proprio corpo non si vive nient’altro che come in rapporto. Essa stessa è il modello erotico. Al contrario, la persona che si isola nel passato e nel futuro è inesorabilmente tagliata fuori perché la sua vita segue la traccia traumatica.

Ogni rapporto è polare, in quanto è identico all’area di tensione dal polo complementare. L’attrazione che due persone provano l’una verso l’altra viene rafforzata dalla coscienza delle polarità che esse incarnano. In entrambe vengono mobilitate polarità che, senza quel rapporto,sarebbero soltanto pura possibilità, vita non vissuta. Da ciò scaturiscono tensione, eccitazione, erotismo. Diversamente, le persone centrate su di sé, prigioniere dei dolorosi ricordi delle vecchie ferite, non possono accedere al gioco polare di un rapporto. Le loro relazioni sono noiose. L’antico trauma riaffiora: sono respinto, abbandonato, isolato, non amato. Polarità significa rapporto, cioè condividere l’eccitazione della vita e andare ancora oltre, sullo stesso cammino. Afferro le mani che si tendono verso di me. Il contatto fisico porta ad un piacevole aumento di forza. Il lasciarsi coinvolgere dal contatto risveglia un legame. I nostri corpi vibrano elettrizzati, trasudano un’energia radiosa. Tu risplendi. Non parliamo. In questo momento le parole sarebbero controproducenti e noi torneremmo ad essere oggetti, contrapposti l’uno all’altra, isolati nel modello traumatico. Tutto ciò che è nuovo è senza parole. Chi parla troppo adesso ricade nei vecchi modelli. Reggiamo la tensione del silenzio … la vita sussurra … un sorriso … tenersi le mani … dissolvere l’IO pensante nelle azioni dell’amore. Ecco il nuovo insight! L’energia s’intensifica; ciò che era bloccato diventa leggero e flessibile.

E’ SCOCCATA L’ORA DELLA  GIOIA!

da:  Peter Schellenbaum “la ferita dei non amati, Red Edizioni, 1991

PSICOENERGETICA: MODELLO TRAUMATICO E MODELLO EROTICO

avere paura

Un modo per capire se stiamo vivendo sulla traccia traumatica o su un principio di energia (traccia erotica) è osservare la psicoenergetica della respirazione. Il flusso del respiro è secondo due direzioni: 1) l’espirazione verso il mondo esterno,2)l’inspirazione verso il Sé interiore. La persona sana pulsa in questo doppio movimento tra il mondo esterno e se stessa. Quando una persona espira, si muove verso il mondo, quando inspira si ritira. Ci viviamo alternativamente nella conquista quando espiriamo e nella raccolta di energia quando inspiriamo. Il nostro occhio interiore guarda all’esterno quando espiriamo e all’interno quando inspiriamo. Il movimento centrifugo e centripeto dell’energia vissuto in questo modo implica un’esperienza unitaria, indivisa.

Negli individui che hanno vissuto traumi di abbandono si verifica una frattura tra il processo biologico e l’esperienza soggettiva di tale processo. Essi vivono il movimento centrifugo della respirazione (l’espirazione) con un movimento centripeto delle emozioni e viceversa. Quando espirano, invece che abbandonarsi, si comportano come se fossero sfiancati dal peso di una pressione esterna. Mentre, quando inspirano, sembrano capaci di affrontare il mondo esterno con un atteggiamento più disteso.

Questa scissione si esprime nell’espirazione in quei soggetti che avvertono una pressione opprimente anziché un piacevole desiderio di vita.

Nel fuoriuscire del respiro essi non si lasciano andare nel mondo. Si aggrappano ansiosamente al proprio IO piuttosto che sperimentare il loro potere nel comunicarsi e nel dedicarsi. Di conseguenza, la loro energia non può fluire liberamente verso l’esterno, ed essi si sentono impotenti e sofferenti e avvertono il mondo esterno come qualcosa di soverchiante. Specie nel momento dell’espirazione, quando un abbandono senza difese sarebbe più appropriato, essi si concentrano disperatamente su se stessi, alla ricerca di protezione.

La persona traumatizzata che prende coscienza del contrasto tra il ritmo biologico espirazione/inspirazione ed il proprio ritmo psicologico dell’abbandonarsi e dell’ostacolare, sperimenta un cambiamento che nasce dalla nuova consapevolezza dell’erronea associazione dell’espirazione con l’autoconservazione e dell’inspirazione con lo stabilire dei rapporti.

Questo processo si può facilitare pronunciando interiormente le parole “lasciar andare” o “mondo” durante l’espirazione (butta fuori tutta l’aria) e“prendere dentro” o “se” durante l’inspirazione (con l’immissione di aria nei polmoni). Con il tempo diverrà naturale l’equilibrio del flusso respiratorio che diventerà un evento olistico, biologico(respirazione) e psicologico(energia vitale) allo stesso tempo.

Finchè dotiamo l’espirazione e l’inspirazione di messaggi psicologici opposti, ci troviamo sulla traccia traumatica. Quando invece il corpo e la psiche si uniscono in un unico flusso di esperienza, siamo legati a tutto ciò che è vivente e perseguiamo il modello erotico. Siamo capaci di spostare la nostra attenzione dalle pressioni esterne all’impulso interiore.

IL POTENZIALE DI AUTOGUARIGIONE

Per stimolare questo potenziale serve una benevola e rilassata attenzione verso i processi autonomi che avvengono nel nostro corpo … se noi non interferiamo. Lascio che sia il corpo a parlare e sono pronto ad ascoltare anche i messaggi dolorosi. Si propone il percorso intimo e interiore dell’acquisizione della consapevolezza lungo il quale, contrazioni e tensioni si dissolvono spontaneamente quando vi rivolgiamo l’attenzione.

Non è l’amore ma la paura dell’amore che rende necessaria la terapia.

L’amore esplode spontaneamente nella nostra vita quando ogni resistenza svanisce, sia l’amore per gli altri sia l’amore per se stessi.

Se dedichiamo a noi stessi la calda attenzione di cui non abbiamo goduto al momento opportuno, ci viviamo in modo nuovo e ci sentiamo amati.

Non è l’amore di un altro che può guarirci dall’antica ferita (depressione), ma l’amore che diamo a noi stessi attraverso una diligente attenzione.

L’AMORE E’ ANOMALO

L’AMORE SCARDINA E ROVESCIA LE REGOLE:

1)      Quelle apprese nella famiglia di origine, il modo in cui si pensa e si sente perché la persona amata è diversa da me, mi mette in discussione e allarga l’orizzonte della mia vita;

2)      Quelle stabilite dalle convenzioni sociali e quindi l’adattamento reattivo a ciò che gli altri si aspettano e pretendono da me;

3)      Quelle che l’individuo stesso si è imposto con le proprie paure e incertezze.

L’amore ci dà coraggio, ci permette di agire liberamente e di avventurarci nell’ignoto.

L’amore è indivisibile. Chi esclude se stesso dall’amore lo perde completamente!

da Peter Schellenbaum, La ferita dei non amati, Red Edizioni, 1991

 

 

LA FERITA PIU’ ANTICA

amore e compassione

(…) Da un punto di vista sociale, la ferita dei non amati è legata alle “vaghe negazioni” che l’individuo fa proprie per apatica sottomissione alle regole dettate da famiglia, nazione, cultura e religione, ossia al rifiuto di quegli aspetti dell’espressione umana che la società non accetta. Questa sottomissione forzata viene trasmessa ai figli, che prima soffrono, quindi tacciono e infine, come i genitori, fanno soffrire altri.

Nel suo studio sul magnetismo, Peter Sloterdijk definisce l’uomo civilizzato come palude di stagnante negatività.

Le regole sociali vengono allora riconosciute per quello che sono: convenzioni, che a differenza delle norme fisse, possono essere modificate quando si rivelano più dannose che utili.

Quanto più ci liberiamo dal sentimento di non essere amati, tanto più riusciamo a permettere che queste norme fossilizzate scoppino come pustole infette. Non essere amati è “normale”, poiché le norme non affermano gli aspetti determinanti di ciò che in noi e negli altri è degno di amore; al contrario, l’amore è “anomalo” in quanto accetta ciò che la norma rifiuta.

(…) Poiché la fedeltà alle regole e la carenza d’amore sono legate tra loro, lo studio dell’analista, non può essere un luogo di fuga dalle realtà sociali. Al contrario, deve diventare un luogo in cui l’individuo diviene più consapevole di se stesso come punto d’incontro tra quanto gli è proprio e quanto proviene dall’esterno. Solo in questo modo si possono aprire nuovi spazi per quegli aspetti di umanità finora rifiutati.

(…) La vergogna scaturisce laddove vi sono punti di conflitto tra individuo e società. Non amiamo ciò che ci fa vergognare: lo nascondiamo; temiamo di essere disonorati, disprezzati e respinti.

Questa vergogna non va confusa con il naturale pudore, la riservatezza di cui abbiamo bisogno, la ricerca naturale dell’intimità.

(…) E’ difficile resistere alle parole che provengono dal nostro intimo, proprio com’è difficile reggere uno sguardo. Chi da bambino non è stato amato[1] trova difficile amarsi sotto lo sguardo di un’altra persona: continua a sentirsi non amato, anche quando è vero il contrario. E’ una verità che vale anche per chi è stato amato troppo o nel modo sbagliato. La carenza d’amore si cela dietro molte maschere. LA FERITA DEL NON AMATO E’ LA FERITA DELL’ESSERE UOMO!!

Quando invece riusciamo a rimanere nel campo magnetico di uno scambio di sguardi, diveniamo vitali e creativi. E’ possibile imparare a reggere la tensione dal punto critico in cui si decide il tutto, ad andare avanti conservando l’energia e la gioia di vivere.

(…) il principio “conosci te stesso” dovrebbe essere integrato dal principio “ama te stesso”, poiché a livello psicologico conoscenza e amore sono INSCINDIBILI – INSEPARABILI.

Possiamo riconoscere la persona non amata dal fatto che rispecchia gli altri laddove non conosce e non ama se stessa.

E ci perdiamo nei giochi del “non amore”:

  • Ancora la persona sbagliata!
  • Pur di essere amato … (dipendenza)
  • Io ti amo! Amami anche tu! (soffocamenti e pretese)
  • Non credo che tu mi ami (sensi di colpa/istinti di redenzione)

da:  Peter Schellenbaum “la ferita dei non amati, Red Edizioni, 1991

 Peter SchellenbaumPeter Schellenbaum è uno psicoanalista e scrittore di saggistica svizzero che ha istituito la psicoenergetica, un metodo psicoterapeutico  che mira a un’integrazione coerente dei processi mentali e fisici .

Ha studiato teologia e ha lavorato come cappellano studente a Monaco di Baviera . Si è formato in Psicologia Analitica seguendo C. G. Jung presso l’ Institute di Zurigo, e dove ha lavorato come analista didatta , ricercatore e docente . Dal 1993 dirige una scuola di formazione di psicoterapia  in Svizzera .
La concezione psicoterapeutica di Schellenbaum si espande a partire dalla psicologia del profondo di C.G.  Jung e fino all’ approccio della fisica . Da quest’ ultimo ha sviluppato il metodo di psicoenergetica o corpo – psicoterapia. Le sue opere permettono di attingere a questo metodo in modo piuttosto frammentario e processuale, dal momento che l’attività psicoterapeutica  è  ” vivificante “! Infatti, la  ” (…)  Psicoenergetica porta l’esperienza e l’intuizione che tutto – ma proprio tutto – ciò che una persona sta facendo si esprime in immagini o gesti.  La persona può apparire  irritabile o malata, ma ha un’ unica fonte di energia con la quale si esprime e che concorda con se stess0.” ( P. Schellenbaum, Il no in amore. Dipendenza e autonomia nella vita di coppia, Red Ed., Como (tr. it.) (1992) Prendi il tuo lettuccio e cammina!) .


[1] Da persone psicologicamente illuminate quali siamo, raccontiamo senza inibizioni che da bambini siamo stati lasciati soli in questa o quell’occasione, che non siamo stati compresi, che i genitori erano troppo rigidi o avevano pretese eccessive, che erano incapaci d’interessarsi alle nostre particolari inclinazioni, e così via. TUTTAVIA LA CARICA DI ENERGIA E’ PIU’ FORTE DI QUELLO CHE POSSONO ESPRIMERE LE PAROLE. E così, proseguendo il nostro tortuoso cammino, ci nascondiamo la chiara e semplice verità: ”Non sono stato amato e continuo a non esserlo

L’ amore è un processo creativo

HEART portal love

Il portale attraverso il quale l’amore entra in noi si distingue da ogni altra porta d’ingresso per il particolare simbolismo che lo orna, perfino da quelle che, nella nostra anima, sono aperte all’amicizia più grande o alla stima più alta. E se una volta non la trova, è molto facile che non ritrovi più la via d’accesso a noi. Perché per l’amore, appunto, noi non siamo il mondo reale, ma solo lo spazio e lo stimolo per il suo mondo di sogni onnipotenti e senza limiti.

L’amore tra due persone durerà finchè essi saranno in grado di offrire l’uno all’altro questa possibilità. Il contatto reciproco, indipendentemente dall’ambito in cui ha luogo, deve permettere loro di concentrarsi in se stessi e scaricarsi in modo creativo, analogamente a quanto avviene da un corpo all’altro nell’atto fisico.

Cosa agisce in loro non è spiegabile razionalmente, non si può ricondurre a tratti comuni della sua natura comprensibili dall’esterno, perché può dipendere da attrazioni molto più centrali, nascoste, oscure, per essere percepite dalla coscienza. Così come due corpi, nell’atto fisico, non si fondono affatto in maniera totale e completa, ma piuttosto in un punto ben preciso, non importa che due innamorati combacino perfettamente con tutta la superficie, ma solo nel punto profondo dell’eccitazione, che dà slancio alla loro creatività.

(…) in tutti i veri amori ci fidiamo più del giudizio immediato e irresistibile dei nostri nervi che non delle valutazioni più limpide della nostra coscienza e di ciò che essa vede. E’ un comportamento che ha molte similitudini con quanto avviene in ambito artistico, nel processo creativo: ancora una volta c’imbattiamo nell’analogia fra amore ed atto creativo.”

da Lou Andreas Salomè, Devota e infedele. Saggi sull’amore, BUR, 2009

Voci precedenti più vecchie

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