Come possiamo tenere la giusta distanza?

Quando prendiamo le distanze, ci ritraiamo da qualcosa che ci sta troppo vicino. Oppure ci tiriamo fuori da qualcosa che ci ha impegnato troppo. Prendiamo le distanze da un sentimento, da un interesse o da un’intenzione, dalla preoccupazione o dall’ansia. (…) Non sono tanto situazioni esterne o persone reali ad impegnarci, agitarci, preoccuparci, quanto piuttosto quello che delle situazioni reali abbiamo interiorizzato; sono le immagini che noi ci siamo fatti, i ricordi che esse risvegliano. Normalmente si tratta di un conflitto cui eravamo esposti o che ancora abbiamo e che ci tiene avvinti.

Allora, come possiamo tenere la giusta distanza?

Rispettando il destino che si manifesta, rispettando cioè quello che si chiede ad altri e così anche la particolare opportunità di crescita che viene loro offerta.

Ci ritiriamo dunque dalla posizione arrogante di pretesa, come se fossimo chiamati e in grado d’intervenire in questa situazione, per altri. Così facendo lasciamo loro la loro grandezza, accettiamo la nostra impotenza e rimaniamo piccoli (nella nostra compassione), là dove essi sono grandi per quanto da loro si esige.

Grazie a questo rimaniamo forti. Possiamo lasciare andare gli altri dai nostri pensieri e dai nostri sentimenti, liberiamo di nuovo la nostra mente, torniamo ad essere raccolti e vigili per noi stessi.

Quando proviamo compassione per qualcuno, involontariamente prendiamo anche posizione contro coloro i quali riteniamo responsabili della sofferenza nostra o altrui. Il sentimento di rimprovero, di accusa, anzi di aggressività nei confronti dei presunti responsabili non può essere separato dalla compassione. Questi sentimenti infatti rappresentano l’altro aspetto dello stesso processo interiore, persino là dove l’aggressività nasce dal rifiuto dell’impotenza, dunque infine dall’ auto-compassione.

Prendere le distanze da questo sentimento di aggressività riesce particolarmente difficile.(…)

Ma se consideriamo anche la debolezza e l’impotenza della controparte, cui noi attribuiamo la responsabilità della sofferenza, riconoscendo che proprio la controparte, per coloro per cui proviamo compassione, è più importante di noi che saremmo intervenuti per compassione, allora siamo già più avanti. Infatti dobbiamo chiederci: cosa stimola di più le persone nella loro crescita? Cosa le rende più forti e mature? Sono coloro che provano compassione o sono coloro che, opponendo loro resistenza e minaccia, costringono le persone ad agire con le loro forze?

(…)Invece di portare all’esterno qualcosa, nel prendere una posizione a favore o contro, vengo riportato a me stesso, cioè a quanto in quel momento può essere favorevole o negativo per la mia vita e per la mia anima.

In virtù di questa distanza vengo ricondotto a me stesso, finchè anche in me si riconcilieranno le forze che prima si contrapponevano. Ma solo se resto interiormente distaccato da loro. Il che permette, senza alcun mio intervento, di trovare l’equilibrio, rispettoso del loro spazio e dei loro confini.

Continua a leggere in: B. Hellinger, Nella quiete e nella gratitudine, Accademia, 2007

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