Creatività come cura

di Maria Grazia Letizia

Il 27 maggio 2011 a Roma, presso Palazzo Valentini, ho partecipato alla giornata di studio organizzata dalla rivista “Nuove ARTITERAPIE” con il patrocinio dell’Assessorato alle politiche culturali della Provincia di Roma e della Fondazione Alzheimer Uniti Roma Onlus.

Gli interventi hanno riguardato le esperienze ed i progetti realizzati da diversi operatori (psicologi, psicoterapeuti, etnografi, attori) che hanno utilizzato la mediazione artistica nella relazione d’aiuto alle persone.

Lo psicologo Alessio Pontillo ha presentato la sua esperienza con i Centri di Formazione Professionale (CFP) che oggi rappresentano l’alternativa per i ragazzi che, delusi dal contesto istituzionale della scuola, hanno approfondito invece che risolto le loro difficoltà relazionali. In questo caso la scuola, invece che aiutare i ragazzi proprio nei loro aspetti difficili, ha richiesto loro una maturità ancora più grande nel saper risolvere le difficoltà che ostacolano il suo raggiungimento, almeno sulla strada battuta dalla maggior parte dei ragazzi con un buon adattamento sociale ma sopratutto scolastico!

Il suo progetto, intitolato Imparare in amicizia, si è svolto proponendo ai ragazzi di un noto Istituto Alberghiero di Marino un viaggio nella Galilea del Nord (Israele) per incontrare e conoscere una compagnia teatrale composta da variegate etnie e perciò un luogo privilegiato ed interculturale. Questa proposta ha voluto far toccare dal vivo, nella vita di tutti i giorni di quel viaggio, mediate anche dalle rappresentazioni teatrali, il valore della diversità come chiave per aprirsi con gli altri, superando i pregiudizi, i preconcetti che spesso la scuola ha trasmesso concretamente a questi ragazzi attraverso ruoli rigidi e scarsamente accoglienti.

E’ stato emozionante sapere che il miracolo atteso è stato possibile e che il legame creato tra tutti i ragazzi è andato oltre le aspettative. Infatti, la compagnia teatrale della Galilea è venuta in Italia, a Marino, per conoscere tutti i ragazzi dei CFP che non avevano potuto partecipare a quel viaggio!

Il secondo intervento è stato del direttore della Rivista Nuove ARTITERAPIE, Oliviero Rossi che ha esordito mettendo l’accento più sul versante della creatività che non su quello della patologia. Ha descritto come, la relazione d’aiuto mediata da attività creative/artistiche, significhi mettersi in gioco come facilitatore/mediatore attivando ed appoggiandosi alle risorse psicoterapeutiche che si agganciano ad “un rischio creativo”. Questo rischio comporta prima di tutto all’ arte – terapeuta di mettersi a rischio con le risorse emotive, affettive, cognitive sottese all’incontro con l’altro. L’altro come specchio di me che rende visibile qualcosa che ha bisogno di essere visibile e di entrare nel mondo.

Attraverso l’arteterapia portiamo l’arte nella sofferenza rischiando di lasciare qualcosa nel mondo che, nell’atto del creare, permette di rielaborare e riorganizzare il trauma. La produzione artistico-creativa così realizzata, diviene un dono e, in quanto dono, una volta entrato nel mondo non è più solo mio!”

In sintesi, Anna Maria Acocella che ha presentato tutti gli interventi, ha sottolineato la serietà del gioco creativo alle cui basi ci sono la generosità ed il rischio.

Il terzo intervento è stato di Paola Luzzato, PH.D. Arteterapeuta, che dal 2005 lavora in Italia essendosi trasferita dall’Inghilterra. Ha trattato la nascita e lo stato dell’arte dell’ARTETERAPIA dal 1940 ad oggi: dagli artisti negli ospedali psichiatrici; ad attività guidata da infermieri e psicologi; riconosciuta come alleata della medicina; a forma di psicoterapia vera e propria in quanto facilita autoespressione, riflessione, cambiamento e crescita (1987); fino ai giorni di oggi in cui l’Health Profession Council ne riconosce ampiamente la sua utilità psicosociale.

Ha poi illustrato come l’arteterapia sia, nella relazione paziente-terapeuta, il terzo oggetto mediatore dell’espressività e del mondo delle immagini di entrambi, creando così un doppio legame di fattori terapeutici. Ha distinto le tre dimensioni delle artiterapie: creativa, simbolica, interattiva, concludendo come, in questo procsso, si sviluppino le riflessioni; si rafforza l’Io osservante; si accede alle libere associazioni; si realizza il distanziamento dal problema attraverso l’espressione dei contenuti persecutori-traumatici, la proiezione delle parti conflittuali e sofferenti, facilitando la liberazione dalle ossessioni persecutorie del mondo interno.

Inoltre, l’arteterapia si può utilizzare, oltre che con i pazienti, anche per superare lo stress ed il burn out degli operatori socio-sanitari attraverso opportuni percorsi di formazione.

Il quarto intervento è stato particolarmente interessante perchè ha messo in evidenza un contatto tra ambiti apparentemente molto lontani: l’etnografia/antropologia e l’arteterapia.

Il direttore del Museo della Pietra di Ausonia (Montecassino-FR), Antonio Riccio, ha descritto la sua esperienza con un laboratorio di rappresentazione della memoria traumatica, attraverso un video realizzato con la raccolta di storie traumatiche, sui ricordi dei superstiti degli stupri di massa ad opera delle truppe marocchine, i goumier (appartenenti al Corpo di Spedizione francese), in questa particolare zona geografica durante la seconda guerra mondiale (1944). Il filmato ha presentato un reading della memoria intitolato Tra due nemici attraverso i cimiteri militari, il collezionismo dei reperti bellici, le statue di donne in cerca di rifugio.

Approfondimenti su: A. Riccio, Etnografia della memoria, Edizioni Kappa

Ancora un intervento attraverso il teatro sociale e civile dell’attrice teatrale e documentarista Roberta Bigiarelli. L’attrice, interessata alle storie dei superstiti di guerra, utilizzando un approccio empirico-intuitivo, si è interessata della Bosnia e del genocidio, attraverso la realizzazione di un video-documentario intitolato Souvenir Srebrenica (2005) sulla città fantasma. Profonda commozione e partecipazione che Roberta Bigiarelli ha commentato: “quando ci apriamo alle storie degli altri, per sintonia-sincronia, le storie vengono a cercarci per far riemergee le voci di chi non ha più voce. C’è bisogno di bellezza laddove c’è sofferenza e dolore.”

Ha interrotto il pathos un intervento teorico di Roberto Caterina, professore di psicologia della percezione ed estetica dell’Università di Bologna. La relazione ha riguardato la dimensione collettiva delle emozioni e la loro regolazione in arteterapia. Ha preso in esame i concetti del percorso emotivo (emozioni-pensieri-sentimenti); del trauma attraverso le teorie di Sigmund Freud, Wilfred Bion, Ignacio Matteblanco, Mohammed Masud Kahn, della nascita della ripetizione compulsiva (coazione a ripetere) e della catarsi. Quest’ultimo concetto è stato approfondito come particolare modalità di condivisione delle emozioni nel dialogo empatico fra due persone (es.: coppia madre-bambino, terapeuta/paziente).

Molta impotanza è stata data anche ai concetti di condivisione sociale delle emozioni (social sharing, Bernard Rimé-2008) per la possibilità di evitare la ruminazione mentale. Infine, sono state differenziate le emozioni di stato d’animo da quelle artistico-estetiche sollecitate nelle artiterapie come bellezza delle emozioni: meraviglia, fascinazione, armonia. Queste ultime sono proprio quelle emozioni che facilitano la trasformazione delle emozioni traumatiche.

Approfondimenti: Bernard Rimè, La dimensione sociale delle emozioni, Il Mulino, Bologna, 2008

Due interventi condotti in tandem dalla geriatra Luisa Bartorelli e dalla psicologa e miusicoterapeuta Silvia Ragni, hanno riguardato le problematihe cognitive, comportamentali, psicosociali ed umane della persona malata della demenza di Alzheimer e la complessità della sua gestione, fino alle problematiche di logoramento accuate dai caregiver.  L’ intervento con la musicoterapia in questo particolare ambito mette in evidenza come la musica sia uno strumento di relazione che permette di ottenere buoni effetti d’integrazione dell’identità e il miglioramento della qualità della vita.

Il video presentato ha illustrato una seduta di musicoterapia con il violino in cui i pazienti hanno attivato le loro risorse residue sia a livello cognitivo, a livello corporeo, emotivo e relazionale (racconti, ricordi, battere il piede per seguire il ritmo, tenere il violino ed eseguire il coping dal terapeuta).

Infine, Marika Massara, vicedirettrice della rivista Nuove ARTITERAPIE, ha riferito la sua esperienza di conduttrice del Laboratorio Video-Teatrale e di scrittura dietro le sbarre della casa circondariale di Bari dove vivono circa 600 detenuti.

Il video ha messo in evidenza come, attraverso questo laboratorio, i detenuti hanno avuto l’opportunità di prendere coscienza ed elaborare la rabbia eterodiretta verso le condizioni negative del carcere, prendendo in esame una rabbia più interiorizzata e legata alla responsabilità personale che li ha condotti in carcere. Così facendo, hanno intrapreso un vero cammino riabilitativo (art. 27 della Costituzione) divenendo portatori di messaggi positivi per le persone a rischio di devianza sociale.

Tutte le arti contribuiscono all’ “arte” più grande di tutte: quella di vivere (B. Brecht)

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