CREARE METAFORE EDUCATIVE IN FORMA DI BREVI FIABE O RACCONTI

di Maria Grazia Letizia

Se vogliamo aiutare un bambino a risolvere un problema (es.: al rientro al nido dopo le vacanze, paura del buio, ecc.) dobbiamo prima di tutto capire di che si tratta in modo preciso. Dunque, bisogna mettere a fuoco l’argomento e capire cosa teme in particolare quel bambino e costruire una storia efficace alla soluzione del problema. Bisogna creare una situazione simile a quella temuta individuando personaggi, luoghi e cose. Questi ingredienti creando una similitudine tra realtà e fiction consentono il travestimento. Per i bambini di due – tre anni è preferibile ambientare la storia nella natura con personaggi animali. Per le storie in cui ci sono tutti i membri della famiglia, il bambino potrà identificarsi con un piccolo. La famiglia può anche essere di orsi polari, di delfini, di elefanti, ecc. Ciò che conta è che l’ascoltatore possa trovare dei punti di riferimento e identificarsi con uno o più personaggi. Bisogna creare una narrazione che gli consenta di collegare ciò che sta ascoltando con la sua condizione e di cogliere nessi significativi tra la fiction e la sua esperienza. Più stretto è il legame tra narrazione e realtà, più facilmente il bambino, specchiandosi nel racconto come in uno specchio, sarà indotto a pescare nelle proprie risorse superando il problema che lo affligge. Infine, nel racconto si deve fornire una soluzione o proporre valide alternative alla paura. Più gli elementi della storia sono specifici più diventa convincente. E’ possibile anche decidere di non fornire troppi dettagli e lasciar spaziare la mente del bambino e fargli trovare da solo soluzioni alternative. Arricchire la storia con dettagli intriganti e buffi è in linea di massima positivo. Tuttavia, non bisogna trascurare l’età del bambino e se vogliamo farci seguire dai più piccoli, non dobbiamo divagare troppo perché c’è il rischio che perdano il filo. Poi, bisogna tener presente che la comunicazione passa efficacemente dai grandi ai piccini se c’è un buon rapporto, ossia accettazione e fiducia reciproca. Infatti, è difficile ascoltare qualcuno, dargli credito, se non ci ispira fiducia: le sue parole possono colpire le orecchie ma lì si fermano. Possono invece essere parole che arrivano al cuore e lì germogliare a patto che tra chi parla e chi ascolta ci sia una buona relazione. La recettività dell’ascoltatore è favorita anche dal tipo di comunicazione non verbale e dal clima creato nell’ambiente: il modo in cui ci presentiamo, ci muoviamo, le posizioni che assumiamo, il tono della voce, sono veicoli che possono consentirci di entrare in contatto con il mondo dei piccoli oppure rimanerne fuori. Favorire un clima di intimità, vicinanza emotiva, calore, facilita la comunicazione e il rilassamento. Bisogna anche saper scegliere un momento tranquillo nell’arco della giornata. Nel tardo pomeriggio, dopo cena o quando il bambino è già sotto le coperte possono essere buoni momenti per raccontare storie. Se un bambino è particolarmente teso e irrequieto, prima di iniziare il racconto si può fare insieme un esercizio di rilassamento: “Siedi qui accanto a me, trova la posizione più comoda… (accompagnando con un lieve massaggio) senti la testa, le spalle, le braccia, le gambe rilassate e leggere… facciamo un respiro profondo … svuotiamo completamente i polmoni e inspiriamo solo dal naso… facciamone un altro … guarda quella macchia sul muro davanti a te … ora chiudi gli occhi… senti che dentro di te entra man mano la calma… sii più leggero…tranquillo, rilassato” L’uso che si fa della propria voce nella narrazione è fondamentale. La lettura deve essere espressiva. Bisogna lasciar trasparire il proprio interesse nei confronti della trama e dei personaggi. Accelerare in alcuni punti, rallentare in altri, quando la narrazione lo richiede, bisbigliare, trattenere il fiato quando si avvicina un pericolo, caratterizzare la voce dei vari personaggi nei dialoghi, sfruttare la punteggiatura per trovare ritmo e intonazioni giuste, sono alcune strategie che contribuiscono a rendere il racconto suggestivo, a creare partecipazione e a indurre nell’ascoltatore stati emotivi consoni al messaggio che si vuole trasmettere. Incontrare lo sguardo dei bambini, osservare le loro espressioni, ridere insieme, interrompersi per brevi commenti o per chiedere cosa pensano succederà “dopo”, tutto ciò aumenterà la partecipazione e l’interesse e soprattutto favorirà l’ascolto attivo. Un altro utile accorgimento consiste nel dare a un personaggio il nome del bambino: “quella volta vinse il canguro e l’elefantino Ermanno capì che se si vuole andare d’accordo non si può vincere sempre e ad ogni costo”. Quando un bambino è coinvolto, pone domande, partecipa, commenta. Un importante strumento da usare con sapienza è la pausa. Le pause non sono spazi vuoti ma acquistano significato a seconda dei punti in cui sono collocate: servono per attirare l’attenzione, per ottenere silenzio, per creare suspence, per dare rilevanza ad una parola, frase o concetto: “quella volta vinse il canguro e l’elefantino Ermanno capì che (PAUSA) se si vuole andare d’accordo non si può vincere sempre e ad ogni costo”. La pausa usata in modo efficace, facilita un processo di apprendimento inconscio. Con i bambini irrequieti è preferibile un tono di voce e uno stile narrativo tranquillo; un tono di voce non monotono ma tale da indurre calma e favorire la concentrazione. Bisogna sempre ricordare che nell’infanzia ci si sente inferiori agli adulti e ai bambini più grandi e allora la fantasia dà speranza e aiuta a fronteggiare le sfide dell’età. Se il mondo fa paura o è difficile, se nella realtà si fanno degli errori, ci si sente disapprovati, oppure si ha la sensazione di essere trascurati, non abbastanza amati, nel mondo della fantasia le situazioni si capovolgono e si può vivere il brivido di trovarsi al centro della storia e di vincere. Questa potenzialità, tipica del gioco simbolico che i bambini spontaneamente mettono in atto, la possiedono anche le favole. Nel gioco i bambini costruiscono delle fiction in sintonia con le loro esigenze, mentre dalle favole traggono invece ciò che serve e comprendono ed ignorano ciò che non serve. Perciò, la forma camuffata e indiretta, invece di quella chiara e diretta, è una strategia che consente di inviare un messaggio senza creare resistenza nella mente conscia dell’ascoltatore. E’ lo stesso principio che anima il famoso detto “parlare a nuora affinché suocera intenda”. Invece di dire “quando è necessario bisogna saper impegnarsi, perseverare, ecc.” posso far emergere questo concetto da un racconto, per esempio in questo caso quello dei tre porcellini.

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Reed
    Giu 23, 2013 @ 07:15:51

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    Rispondi

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