Una gita domenicale

di Maria Grazia Letizia

L’ultima domenica di maggio abbiamo preso parte ad una celebrazione davvero gioiosa e creativa: la festa del narciso che si svolge e coinvolge l’Altipiano delle Rocche, a Rocca di Mezzo (AQ).

La tradizione risale al dopoguerra della seconda guerra mondiale, quando un gruppo di giovani si è animato per dar vita a questa festa per allontanare  i lutti e i dolori lasciati dal conflitto bellico. E’ anche un inno alla primavera che rappresenta un ritorno alla vitalità dopo il lungo inverno. Il narciso bianco è il fiore che nasce in modo spontaneo e abbondante nei pianori di Rocca di Mezzo ed in una valle dell’Austria.

Per un’intero mese, giovani e meno giovani, si riuniscono per realizzare carri allegorici tappezzati con miriadi di fiori di narciso.

Ecco i temi dei carri di quest’anno, il 65^!

1) I have a dream: riprendiamoci il colore del grano

2) Le dame, i cavalier, la magia e … l’amore

3) Sapiens Bubo: una perla di saggezza

4) Noi credevamo, lottavamo, noi non ci siamo arresi …

5) L’incredibile scelta di un uomo: Buddha

Notare  il particolare Gong con bastone!!

6)Madagascar: il volo della libertà

 Insomma, è stata una festa sorprendente, unica. Un pomeriggio davvero rilassante in un’atmosfera fantastica, creativa, fra estranei con il cuore aperto!

Asilo “Caterina Chimirri”: dal dire al fare …

Negli anni 2000 – 2001 ho svolto una consulenza psicopedagogica con l’Associazione “Girotondo nelle Stagioni”ONLUS per la Scuola Materna “C. Chimirri” di Serra San Bruno (VV) al fine di richiedere il riconoscimento di scuola paritaria.

Grazie alla progettazione prima descritta, dal 5 Giugno 2001 la scuola materna ha ricevuto il riconoscimento dello status di scuola non statale paritaria, con Decreto del Ministero della  Pubblica Istruzione (prot. n. 3099 del 5/6/2001), ottenendo l’  iscrizione nel 3^ elenco delle scuole non statali paritarie della
provincia di Vibo Valentia, pubblicato dalla Ferderazione Italiana Scuole Materne (F.I.S.M.)
Da aprile a luglio 2000, su richiesta del C.d’A. della Scuola Materna, abbiamo  realizzato:

1) la Progettazione psicopedagogica per la riorganizzazione Innovativa  della scuola materna;

2) il primo modulo sperimentale per l’avvio dell’innovazione educativa;

3) la consulenza per richiedere il riconoscimento dello status di scuola paritaria, secondo quanto previsto dalla legge n. 62 del 10/3/2000;

4) la redazione della necessaria documentazione allegata all’istanza presentata al Ministero della Pubblica Istruzione :

a) brochure delle linee psicopedagogiche ed educative adottate dalla scuola;

b) Piano dell’Offerta Formativa (POF) per i bambini e le famiglie.

La Scuola “C. CHIMIRRI”  decidendo di chiedere il riconoscimento dello status di scuola paritaria, si è impegnata ad offrire ai  bambini e bambine un servizio di qualità caratterizzato da precise scelte organizzative, didattiche e psico-pedagogiche i  cui requisiti hanno determinato il riconoscimento stesso.

Inoltre, per tale risultato, la Scuola riceve stabili finanziamenti previsti sia dalla legge n. 62 del 10/3/2000, sia dagli enti pubblici competenti.

In ultimo, ma non per ultimo, a me e agli altri soci, rimane la soddisfazione affettiva verso l’Asilo Chimirri, nel sapere  di aver contribuito alla sua “sicurezza economica” ricambiando di tutto cuore il fatto che è stato l’ asilo della mia infanzia da tre a cinque anni!!

Piccola guida per un buon inserimento all’Asilo Nido

di Maria Grazia Letizia

Perché è importante curare il primo inserimento del bambino all’Asilo Nido?

I bambini del Nido hanno un’età compresa fra 12 e 36 mesi: un’età tenerissima come la loro conoscenza delle persone e  dell’ambiente attorno a loro. Questa tenerezza va rispettata e curata con attenzione. Al Nido  tutto è nuovo e perciò ogni
bambino, al momento dell’inserimento, avrà bisogno di un attaccamento personalizzato, mediato da una “persona
che odora di mamma”
. Tutto lo spazio del nido dovrà essere “mammizzato”!

Per questo si dovrà stabilire una valida conoscenza fra genitore ed educatore.

L’ educatrice dovrà conoscere come il bambino è con la sua mamma (abitudini) per  saper modulare e contenere le emozioni che il bambino sperimenta in questa fase al Nido, in modo che possa integrarle a quelle vissute nel suo ambiente familiare e non esserne sopraffatto.

Lo strumento metodologico dell’osservazione permette di guardare le interazioni con un adeguato distanziamento emotivo, così come sono e non come vorremmo che fossero, in modo da non confondere i bisogni del bambino o della madre con quelli di chi osserva.

Le fasi dell’inserimento al Nido

Nella prima fase di avvicinamento l’educatrice favorirà la conoscenza diretta dei luoghi e del personale che lavora nel nido; informerà i genitori sul ruolo ed i contenuti educativi del servizio. Questo può avvenire attraverso visite, assemblee per i genitori, colloqui individualizzati, incontri per merende o giochi in orario pomeridiano, a cui partecipano i bambini che si iscriveranno al nido.

La seconda fase è la più delicata, in quanto il bambino ed il genitore (o un’altra figura familiare presente all’inserimento) accolti dall’ educatrice che costituirà la “figura di riferimento privilegiata”, sarà impegnato a distaccarsi, dapprima fisicamente e poi anche psicologicamente, dal genitore.

E’ ovvio che questo avviene in relazione all’età del bambino:

–        per i bambini semidivezzi (12-24 mesi) sezione semidivezzi, le attività esplorative, motorie, linguistiche stimolano il bambino alla conoscenza dell’ambiente, ma l’intrusione dei coetanei deve essere ancora mediata dall’ educatrice, per contenere l’insorgenza di eventuali ansie di separazione dalla madre;

–  per i bambini divezzi(24-36 mesi), le attività di gioco con gli altri bambini sono quelle preferite e colmano il tempo della separazione dal genitore: l’ educatrice svolge una funzione di regista che stimola e osserva le attività del bambino e del gruppo e rassicura l’adulto sulle risorse del proprio figlio.

La vera appartenenza al gruppo si realizza quando i bambini cominciano ad interagire fra di loro: solo allora è possibile dire che “sono entrati nel nido”!

L’organizzazione dell’inserimento al Nido “La Casetta di GiocaGiò”

Durante la prima settimana di ambientamento, i bambini frequenteranno il nido per un tempo breve: da due ore  fino all’intera mattinata all’interno dell’ orario 8,30-12,30; si consuma la merenda con la presenza di un genitore o una figura familiare.

Il distacco momentaneo, anche per poche ore, del bambino dalla madre deve avvenire con molta attenzione e sensibilità da parte dell’ educatore che deve cogliere eventuali
titubanze di entrambi i soggetti coinvolti, genitore e bambino. Da questa sensibilità si evince anche la capacità dell’ educatore di saper “spingere” verso un distacco ritenuto necessario o “frenare” uno strappo troppo prematuro.
Dalla seconda settimana, valutata la situazione complessiva, il bambino inizierà a rimanere da solo durante la mattinata all’interno dell’orario 8,30-13,30 e consumerà il pasto con il gruppo dei bambini. Alle 13,30 il genitore riporta a casa il bambino.

In questa fase delicata è necessario che la figura di riferimento sia sempre la stessa educatrice e che la stessa ricordi che il bambino è solo in una primissima fase di inserimento e che non è invece già ambientato, come spesso si tende a pensare nelle settimane successive al distacco dal genitore.

Dalla terza settimana, quando non si siano verificati particolari problemi, il bambino può rimanere al Nido per tutto l’orario richiesto dal genitore e comunque entro l’orario 8,30-16,00.

Bisogna sempre tener presente che la fase di ambientamento vero e proprio avviene solo dopo circa un mese dall’inserimento e può proseguire, a seconda dei casi, anche per diversi mesi.

Sottolineiamo che un inserimento superficiale preclude un ambientamento sano nella struttura; una trasmissione serena del testimone famiglia-nido; una piena fiducia da parte del genitore all’ educatore del proprio bambino. Tali presupposti vengono meno laddove l’inserimento vega considerato un momento transitorio e di poco conto.

Talvolta a complicare le cose sono gli stessi genitori, che inconsapevoli
dell’importanza educativa di questo momento, affrettano il tutto affinché si velocizzi il “passaggio di testimone”.

Resta compito e dovere dell’ educatrice e dell’asilo nido, sensibilizzare e portare a conoscenza la famiglia, delle dinamiche educative correlate al distacco del bambino dall’ambiente familiare.

CREARE METAFORE EDUCATIVE IN FORMA DI BREVI FIABE O RACCONTI

di Maria Grazia Letizia

Se vogliamo aiutare un bambino a risolvere un problema (es.: al rientro al nido dopo le vacanze, paura del buio, ecc.) dobbiamo prima di tutto capire di che si tratta in modo preciso. Dunque, bisogna mettere a fuoco l’argomento e capire cosa teme in particolare quel bambino e costruire una storia efficace alla soluzione del problema. Bisogna creare una situazione simile a quella temuta individuando personaggi, luoghi e cose. Questi ingredienti creando una similitudine tra realtà e fiction consentono il travestimento. Per i bambini di due – tre anni è preferibile ambientare la storia nella natura con personaggi animali. Per le storie in cui ci sono tutti i membri della famiglia, il bambino potrà identificarsi con un piccolo. La famiglia può anche essere di orsi polari, di delfini, di elefanti, ecc. Ciò che conta è che l’ascoltatore possa trovare dei punti di riferimento e identificarsi con uno o più personaggi. Bisogna creare una narrazione che gli consenta di collegare ciò che sta ascoltando con la sua condizione e di cogliere nessi significativi tra la fiction e la sua esperienza. Più stretto è il legame tra narrazione e realtà, più facilmente il bambino, specchiandosi nel racconto come in uno specchio, sarà indotto a pescare nelle proprie risorse superando il problema che lo affligge. Infine, nel racconto si deve fornire una soluzione o proporre valide alternative alla paura. Più gli elementi della storia sono specifici più diventa convincente. E’ possibile anche decidere di non fornire troppi dettagli e lasciar spaziare la mente del bambino e fargli trovare da solo soluzioni alternative. Arricchire la storia con dettagli intriganti e buffi è in linea di massima positivo. Tuttavia, non bisogna trascurare l’età del bambino e se vogliamo farci seguire dai più piccoli, non dobbiamo divagare troppo perché c’è il rischio che perdano il filo. Poi, bisogna tener presente che la comunicazione passa efficacemente dai grandi ai piccini se c’è un buon rapporto, ossia accettazione e fiducia reciproca. Infatti, è difficile ascoltare qualcuno, dargli credito, se non ci ispira fiducia: le sue parole possono colpire le orecchie ma lì si fermano. Possono invece essere parole che arrivano al cuore e lì germogliare a patto che tra chi parla e chi ascolta ci sia una buona relazione. La recettività dell’ascoltatore è favorita anche dal tipo di comunicazione non verbale e dal clima creato nell’ambiente: il modo in cui ci presentiamo, ci muoviamo, le posizioni che assumiamo, il tono della voce, sono veicoli che possono consentirci di entrare in contatto con il mondo dei piccoli oppure rimanerne fuori. Favorire un clima di intimità, vicinanza emotiva, calore, facilita la comunicazione e il rilassamento. Bisogna anche saper scegliere un momento tranquillo nell’arco della giornata. Nel tardo pomeriggio, dopo cena o quando il bambino è già sotto le coperte possono essere buoni momenti per raccontare storie. Se un bambino è particolarmente teso e irrequieto, prima di iniziare il racconto si può fare insieme un esercizio di rilassamento: “Siedi qui accanto a me, trova la posizione più comoda… (accompagnando con un lieve massaggio) senti la testa, le spalle, le braccia, le gambe rilassate e leggere… facciamo un respiro profondo … svuotiamo completamente i polmoni e inspiriamo solo dal naso… facciamone un altro … guarda quella macchia sul muro davanti a te … ora chiudi gli occhi… senti che dentro di te entra man mano la calma… sii più leggero…tranquillo, rilassato” L’uso che si fa della propria voce nella narrazione è fondamentale. La lettura deve essere espressiva. Bisogna lasciar trasparire il proprio interesse nei confronti della trama e dei personaggi. Accelerare in alcuni punti, rallentare in altri, quando la narrazione lo richiede, bisbigliare, trattenere il fiato quando si avvicina un pericolo, caratterizzare la voce dei vari personaggi nei dialoghi, sfruttare la punteggiatura per trovare ritmo e intonazioni giuste, sono alcune strategie che contribuiscono a rendere il racconto suggestivo, a creare partecipazione e a indurre nell’ascoltatore stati emotivi consoni al messaggio che si vuole trasmettere. Incontrare lo sguardo dei bambini, osservare le loro espressioni, ridere insieme, interrompersi per brevi commenti o per chiedere cosa pensano succederà “dopo”, tutto ciò aumenterà la partecipazione e l’interesse e soprattutto favorirà l’ascolto attivo. Un altro utile accorgimento consiste nel dare a un personaggio il nome del bambino: “quella volta vinse il canguro e l’elefantino Ermanno capì che se si vuole andare d’accordo non si può vincere sempre e ad ogni costo”. Quando un bambino è coinvolto, pone domande, partecipa, commenta. Un importante strumento da usare con sapienza è la pausa. Le pause non sono spazi vuoti ma acquistano significato a seconda dei punti in cui sono collocate: servono per attirare l’attenzione, per ottenere silenzio, per creare suspence, per dare rilevanza ad una parola, frase o concetto: “quella volta vinse il canguro e l’elefantino Ermanno capì che (PAUSA) se si vuole andare d’accordo non si può vincere sempre e ad ogni costo”. La pausa usata in modo efficace, facilita un processo di apprendimento inconscio. Con i bambini irrequieti è preferibile un tono di voce e uno stile narrativo tranquillo; un tono di voce non monotono ma tale da indurre calma e favorire la concentrazione. Bisogna sempre ricordare che nell’infanzia ci si sente inferiori agli adulti e ai bambini più grandi e allora la fantasia dà speranza e aiuta a fronteggiare le sfide dell’età. Se il mondo fa paura o è difficile, se nella realtà si fanno degli errori, ci si sente disapprovati, oppure si ha la sensazione di essere trascurati, non abbastanza amati, nel mondo della fantasia le situazioni si capovolgono e si può vivere il brivido di trovarsi al centro della storia e di vincere. Questa potenzialità, tipica del gioco simbolico che i bambini spontaneamente mettono in atto, la possiedono anche le favole. Nel gioco i bambini costruiscono delle fiction in sintonia con le loro esigenze, mentre dalle favole traggono invece ciò che serve e comprendono ed ignorano ciò che non serve. Perciò, la forma camuffata e indiretta, invece di quella chiara e diretta, è una strategia che consente di inviare un messaggio senza creare resistenza nella mente conscia dell’ascoltatore. E’ lo stesso principio che anima il famoso detto “parlare a nuora affinché suocera intenda”. Invece di dire “quando è necessario bisogna saper impegnarsi, perseverare, ecc.” posso far emergere questo concetto da un racconto, per esempio in questo caso quello dei tre porcellini.

Protetto: Piano di lavoro per i tirocini post-lauream degli psicologi

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Cosa fa la musica?

di Maria Grazia Letizia

La musica è comunicazione non verbale  che ha il potere di attrarre le persone ed organizzare i comportamenti favorendo la socializzazione e gli scambi interpersonali.

Poichè  l’ individuo organizza la propria vita psichica in relazione con l’ organizzazione del corpo e della mente , non è possibile dissociare la crescita mentale da quella fisica e lo stesso vale per il benessere fisico e mentale.

Sicuramente la musica nasce prima della comunicazione verbale ed i suoni emessi dall’uomo e dagli animali rappresentano il primo modo di comunicare situazioni di pericolo, stati d’animo, emozioni. Favorire l’ effetto fisiologico generato da un brano musicale, può essere utile per tutte le persone che hanno raggiunto dei livelli estremi di tensione psichica , causata magari da situazioni scatenanti.

La cosa è possibile in quanto la musica è un segnale che , attraverso i nervi acustici , raggiunge il cervello  e da questo viene poi elaborato con risposte di tipo eccitatorio o inibitorio , a seconda del tipo di segnale producente onde alfa ( espressione di rilassamento) oppure beta ( espressione di eccitamento).

Naturalmente, oltre all’ effetto fisiologico , la musica produce degli effetti emozionali che variano da individuo ad individuo e sono strettamente legati al proprio vissuto musicale ed alle immagini e sensazioni che quel determinato brano musicale produce sulla persona.

Per ottimizzare l’effetto di un brano musicale di rilassamento, sono indicati gli esercizi ridotti e parziali di Training Autogeno che, eseguiti per 5 – 10 minuti prima di immergersi nella musica,
realizzano il fluire spontaneo della respirazione ed una migliore capacità di lasciarsi andare al vissuto emozionale trasmesso dalla musica.

ESERCIZIO  RIDOTTO DEL T .A. (J.H. Schultz)

Dopo aver eseguito alcuni movimenti respiratori profondi (inspirare fino a che l’addome si solleva ed espirare fino a svuotare tutta l’aria e raggiungere lo stato di distensione), ascoltare le sensazioni del proprio corpo e mentalmente indurre:

Lentamente c’è calma in tutto il corpo
Pesantezza e distensione dei
muscoli
……
(piedi, gambe, cosce, addome, plesso solare, torace, braccia , collo, viso, testa)
Corpo rilassato e morbido
Cuore calmo e battito
Il respiro va da sè
Testa fresca e fronte liscia
Spalle morbide e rilassate
Cute fresca
I miei confini calmi
Tutto il corpo è calmo e
disposto all’ascolto
Mi lascio andare …. e
ascolto

Nuovi paradigmi per un sistema aperto di Cooperativa

Editoriale

di M.G.L.

L’intenso lavoro che la creazione di questo numero ha comportato, segna una tappa interessante dell’organizzazione nelle interazioni umane e lavorative all’interno della Cooperativa.

Infatti, l’intento comunicativo della newsletter ha una duplice ragione: uscire per la prima volta sul territorio con la principale finalità di presentare i Servizi socio-assistenziali-educativi organizzati dalla Cooperativa soprattutto per il territorio della X^ Circoscrizione del Comune di Roma; fornire spunti per animare e diffondere, all’interno della Cooperativa stessa, la circolazione d’informazioni  sulle specifiche esperienze lavorative.

L’attenzione alla circolarità dei processi comunicativi messi in evidenza e proposta come energia che si trasmette, sia nel proprio interno, sia nell’ambiente sociale esterno, può costituire un nuovo livello  per dare voce, visibilità, tangibilità e testimonianza dell’impegno e vitalità esistenti.

Infatti, la cooperazione e la co-gestione non possono rimanere chiuse in un sistema, bensì rappresentano l’ interna valorizzazione degli individui e dei gruppi, dei metodi applicati in quel che si fa e per chi lo si fa.

Cooperazione e cogestione non possono essere considerate come se si trattasse di reazioni che avvengono in un recipiente ermeticamente chiuso; il loro senso e qualificante significato è intrinseco ai rapporti decisivi, ai contatti, agli interscambi e interrelazioni che il sistema Cooperativa validamente intreccia con l’ambiente sociale piu’ esteso, nei sottosistemi che lo creano (famiglie, scuole, parrochie, Servizi Sociali, Servizi sanitari, agenzie formative, mercato del lavoro, agenzie culturali, ecc.).

In tal senso, segni visibili della qualità dei servizi da noi proposti, provengono già dai risultati ottenuti per le persone in situazione di disagio e di bisogno, ma anche dalle capacità di organizzazione funzionale e innovazione nel lavoro da parte dei singoli e dei gruppi. Organizzazioni ottenute sulla base della raccolta di dati e osservazioni sul campo, che, indagati secondo il metodo scientifico e la metodologia della ricerca psicologico-sociale, confermano la validità e qualità dell’esperienza proprio in quanto comunicabile, confrontabile, verificabile e riproponibile.

E’ possibile così, il divenire di nuovi paradigmi di riferimento/apprendimento prospettati sia sul versante della tipologia dei Servizi e dei modelli organizzativi, sia sul versante delle politiche del lavoro. Nel primo caso, si lascia il modello assistenziale di prestazioni assegnate separatamente da obiettivi raggiungibili, per accreditare  un modello sistemico-relazionale finalizzato alla protezione dei diritti umani e sociali; nel secondo caso, i valori della cooperazione sociale non lucrativa, entrano e si integrano nel tessuto sociale piu’ complesso, attraverso le regole della qualità, della fiducia, della deontologia professionale e dello sviluppo del benessere individuale e collettivo, a partire dalle pratiche di metodi attivi nel lavoro fino alla nuova imprenditorialità.

A questo proposito, ringrazio gli assistenti sociali Giosuè Pasqua e Vittoria Samà, perché considero la loro intervista la vera “anima” e il crogiolo di questo numero e rimando il lettore ad un’attenta considerazione degli argomenti toccati perché stimolano l’ autentica espressione del proprio punto di vista.

in DiapasoNews, Numero Unico 2001

Dalle terre di dentro … cosa curano le parole?

  di M.G. Letizia

Interessante e stimolante la lettura di questo romanzo. La storia è centrata sulla forza e  vitalità espresse da ogni lingua. Descrive come il linguaggio sia strettamente connesso al nostro rapporto con gli altri e l’ambiente;  come le parole siano vicine alla vita, alle emozioni dell’incontro o dello scontro e di come significhino commedia o tragedia. E’ un invito a cercare e trovare soluzioni ed accordi al conflitto, piuttosto che fomentare pregiudizi e dissidi.

Infatti, nelle relazioni interpersonali comunemente viene messo in evidenza più l’aspetto negativo che quello positivo del conflitto, creando così rigidità, indolenza, noncuranza, intimi agguerrimenti; dividendo le persone fra perdenti e vincenti, lottatori rivali.

Le parti che confliggono, invece, sono sempre portatrici di valori (individuali e/o collettivi) che chiedono legittimità e rispetto. L’ascolto e lo spazio richiesti ed aperti da/a questi valori, sanano e superano lo scontro, realizzando concretamente la fortuna e felicità di ciascuno e di tutti.

Si può perciò intuire l’importanza ed il contributo dati dal dialogo, dalla dialettica nella comunicazione per la soluzione del conflitto.

In un luogo particolare, quello della psicoterapia, il linguaggio assume il significato di cura di sé attraverso l’elaborazione dei conflitti (interiori, in primis) e la rigenerazione di sè.

Il bisogno di psicoterapia è a volte determinato dalla difficoltà ad incontrare nella vita di tutti i giorni o nei momenti di sofferenza, le persone giuste per sè, quelle capaci di entrare in sintonia con la nostra anima, il nostro pensiero, il nostro linguaggio. Quei compagni che  sappiano ascoltare e comprendere ciò che in noi è stabile o momentaneo; quelli di cui ci fidiamo nel lasciarci illuminare quando tutto va “a carte quarantotto”.

Il profondo e sano bisogno di sentirsi liberi di vivere esperienze positive, non sentirsi incatenati alla sofferenza, rimanendo all’ombra del proprio dolore, fa naturalmente in modo di farci avvicinare a quelle  persone che non ci chiudono nel ruolo che abbiamo per loro; alle persone che non si fermano all’unico aspetto conosciuto, a quello scontato; alle persone desiderose di conoscere (= curiose) la nostra storia vera, quella sentita, vissuta e raccontata in prima persona da noi; alle persone capaci di non sovrapporre, alla nostra storia, i significati della loro storia.

Se, ad esempio, cambiassimo l’implicito patto “socializzante”, che quasi sempre rende il linguaggio una messinscena di relazioni ipocrite e conformiste, dietro alle quali nascondere (per non esprimere) i propri bisogni, le proprie fragilità intrise dei desideri e sogni propri della condizione umana. Se questo patto distorto, lo sostituissimo con un patto più giusto che usa il linguaggio per quello che è: strumento per comunicare i nostri pensieri, le emozioni, i sentimenti, gli affetti, ecc., senza confonderci o falsificare, allora saremmo non solo liberi, ma esseri più evoluti, leali e sinceri.

L’uomo è un essere sociale. Ha bisogno di comunicare i significati della propria vita e se nessuno è in grado di coglierli genuinamente, con riservatezza ed introspezione, allora cercherà uno psicologo (esperto … intendo!) oppure un cantautore come Vecchioni; un linguista come Otto November; più semplicemente, amici e veri alleati come Vera,Tommaso e …

R. Vecchioni Le parole non le portano le cicogne , Einaudi, 2000.

Educare nelle diversità alle diversità: apprendere dalle differenze dell’esperienza

di Maria Grazia Letizia

Tra le finalità del Progetto I.RI.D.A.E., sul versante dell’operatore nella Cooperativa, ho incluso la ri-qualificazione del personale come momento applicativo della valorizzazione delle risorse umane. Infatti, riconoscere le attitudini e le abilità personali, nonché il percorso di formazione professionale che alcuni  assistenti domiciliari mettono in gioco praticando il loro lavoro, significa apprezzare e riconoscere l’esistenza di talenti e desideri  che si manifestano con modi, tempi e luoghi magari poco propizi ed adeguati, ma che rappresentano comunque slanci di utile e preziosa creatività.

In particolare, lavorando da dieci anni in qualità di psicologa con gruppi di assistenti domiciliari, ho appreso ed osservato come, tracciando linee d’orientamento, essi riuscissero a realizzare, a seconda della situazione e degli strumenti disponibili, progetti d’intervento con l’obiettivo di migliorare l’autonomia del disabile, oppure questa o quell’altra abilità che percepivano potenzialmente in evoluzione. Intanto, le attese e le richieste del Servizio di Assistenza Domiciliare erano molto più limitate e circoscritte a mansioni  frammentarie quali la generica compagnia, la vigilanza, gli accompagnamenti sul territorio con finalità terapeutica o ricreativa, senza una cornice che descrivesse l’obiettivo ed il significato da condividere: quello dell’operatore con /per l’utente.

Negli ultimi tre anni, a mio parere, il coordinamento tecnico del S.U., ha lavorato in sinergia soprattutto in questa direzione del riconoscimento e dell’abbinamento delle caratteristiche personali /professionali  degli operatori con  le  peculiarità del Servizio e dell’utente. Ciò ha reso possibile l’aprirsi del pensiero a nuove e più adeguate risposte per bisogni non sempre ascoltati o soddisfatti.

Il mio contributo con il progetto di laboratori integrati IRIDAE è stato da un lato  dare organizzazione e struttura alle esigenze educative e riabilitative che, in ambito istituzionale, i bambini disabili e le loro famiglie vivono in modo discontinuo ed a volte incongruente; dall’altro proporre ad un gruppo di operatori (scelto in base alle valutazioni delle attitudini espresse) un breve corso di formazione teorico-pratica di 48 ore, al fine di riflettere, discutere, scambiarsi conoscenze ed esperienze sulla questione “educare nelle diversità alle diversità”. Necessariamente, organizzare un’esperienza del genere, ha comportato tempi di direttività e decisionalità soprattutto in relazione alla differenza di esperienze teorico-pratiche esistenti nel gruppo docente/discente. Ciò ha aperto occasioni per apprendere nuove competenze, per investire e rinnovare le proprie energie, vedendo certamente accresciuta la motivazione nel lavoro e la capacità di assumere responsabilità più grandi.

La positività sperimentata da tutti i partecipanti a quest’ esperienza, la fa inserire nell’ambito di quelle realizzate perché sentite valide e propone un modello alternativo per la costruzione di Servizi psicosociali innovativi.

Infatti, prevalentemente questo tipo di Servizi aspetta la domanda, l’esplicitazione di una richiesta di crescita. In questo caso, io ho osato proponendo un’iniziativa e gli altri hanno osato partecipando all’avvio di una ricerca, documentata ed approfondita, per offrire al disabile nuove opportunità e spazi specializzati per l’ apprendimento; per offrire a noi stessi, l’opportunità di rivisitare il proprio ruolo/funzione nel lavoro.

Il risultato dell’impegno per l’operatore sociale  è il cambiamento/miglioramento prodotto. Ma, poichè per una fantastica legge, il cambiamento non può verificarsi senza un proprio cambiamento, siamo perciò incoraggiati ad apprendere dalle differenze dell’esperienza ed a comprenderle.

in DiapasoNews n. 1, giugno 2000

Una sinergia tra la teoria e la pratica …

Editoriale

di M. G. L.

Questo primo numero della Newsletter  esce con alcuni contributi  del gruppo di lavoro che ha condiviso una breve esperienza di 48 ore di formazione professionale (interna alla Cooperativa) con l’intento di  “Costruire il ruolo di operatore educativo” per l’avvio del primo Servizio di riabilitazione psicosociale a soggetti disabili in età evolutiva: Centro di laboratori integrati I.RI.D.A.E.

I principali articoli riguardano alcuni modelli teorici che proponiamo per la lettura di realtà che nel nostro lavoro  incontriamo quotidianamente: la famiglia, il disabile, la crescita, la comunicazione, ecc. Altri pezzi presentano, con la complicità dell’estate appena trascorsa, una prospettiva più approfondita di argomenti solitamente dati per scontati, definiti una volta per tutti: le funzioni del linguaggio, gli stimoli della musica, il valore delle attività ricreative, degli hobbies e dei piaceri tratti dai divertimenti.

I nostri sforzi sono stati diretti a raccogliere alcune esperienze importanti e/o difficili, a trovarvi i significati per affrontare la realtà in modo da migliorare la comprensione delle cose e perciò  riuscire ad evolverci in modo creativo/generativo.

Questa volta vorremmo invitare i lettori a notare, nella vita di tutti i giorni, nel proprio piccolo mondo, come la realtà è fatta di aspetti concreti e pratici che non siamo i primi a vivere e perciò neanche i soli. Vorremmo destare il vostro interesse a mettere in pratica, a cercare d’organizzare le idee e le teorie che spesso molti isolano nel campo delle astrazioni, quasi fossero illogici ed assurdi prodotti dell’umanità. Vorremmo risvegliare la vostra fiducia nelle comprovate esperienze di altri che da queste sono riusciti ad astrarre significati generali (concetti, pensieri, ipotesi) come succo da un frutto.

Vorremmo comunicarvi che questa fiducia può riuscire a rafforzarvi il coraggio per intraprendere la strada dei vostri sogni, dei desideri … ad incominciare da questa realtà.

Oggi, gli elementi distintivi che differenziano il lavoro della Cooperativa sono: la capacità  imprenditoriale e quella innovativa di realizzare  “servizi alla persona” che migliorino la qualità della vita, senza scopi di lucro, ossia senza speculazione e massimo profitto . Quest’ obiettivo si può ottenere con la consapevolezza e sapiente unione di alcune attitudini e capacità dei singoli individui (ciò che definiamo sinergia). Imprenditorialità e innovazione sono simbolicamente archetipi, ossia primi modelli di prova, esemplari, legati a elementi quali: da un lato, autonomia, talento, ingegno, ideazione, guida; dall’altro, fantasia, ispirazione, rinnovamento, crescita – nutrimento, dedizione e cura. Indissolubile e armonioso intreccio di qualità maschili e femminili, di amorevolezza paterna e materna che, per chi affronta con passione la vita, e come per tutti i casi di generatività, trasforma la realtà in un futuro che talvolta può essere soltanto sognato e sperato, prim’ancora che scoperto e conosciuto.

in DiapasoNews, n. 1, giugno 2000

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